sabato, settembre 21

Bilaterali III: i nodi vengono al pettine!

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Meglio tardi che mai verrebbe, ancora una volta, voglia di dire. Dopo cinque anni di avanzata lenta ma inesorabile  del dumping salariale e sociale in tutti gli angoli del paese (e non solo delle regioni di frontiera), l’USS – Unione Sindacale Svizzera scopre che siamo confrontati con il dumping salariale poiché, contrariamente a quanto affermato per anni, le misure di accompagnamento non funzionano.

In una recente conferenza stampa le direzioni sindacali hanno dovuto ammettere (naturalmente senza un briciolo di autocritica rispetto a quanto hanno predicato per anni) che le misure di accompagnamento previste nell’ambito della libera circolazione per proteggere dal dumping salariale non funzionano. Daniel Lampart, responsabile economico dell’USS,  ha dovuto, seppur  con il solito linguaggio paludato, ammetterlo:  “In occasione dell’introduzione della libera circolazione delle persone con l’Unione europea (UE) si era   promesso alla popolazione svizzera che i salari, le condizioni di lavoro e i posti di lavoro sarebbero stati garantiti. Le misure di accompagnamento devono essere valutate alla luce di quella promessa. Ebbene, il bilancio intermedio  di queste ultime risulta insufficiente. La tendenza al ribasso dei salari non viene combattuta in modo serio. Non ci sono gli strumenti per farlo. Inoltre, le pressioni esercitate dall’UE rischiano di minare le misure di accompagnamento”.

Traduciamo: vi  avevamo garantito che con le misure di accompagnamento non ci sarebbe stato dumping salariale e sociale. Lo abbiamo fatto perché abbiamo creduto a governo e padronato, per ben due volte, nel 2005 e nel 2009. Ora ci stiamo rendendo conto che in realtà il dumping salariale e sociale avanza e che le misure di accompagnamento non servono a molto. E quel poco che servono rischia di essere cancellato dai futuri accordi di collaborazione tra Svizzera ed UE.

 

Bilaterali III, la vendetta

 

Improvvisamente scoppia l’ansia da Bilaterali III. L’Unione Europea (UE) afferma che è ora di finirla con gli accordi bilaterali nei quali la Svizzera prende quello che vuole e che le fa comodo. La crisi dell’UE, la concorrenza sempre più spietata all’interno del capitalismo europeo non poteva non avere conseguenze nei rapporti con uno dei maggiori partner commerciali dell’UE quale è per l’appunto la Svizzera. E l’offensiva di liberalizzazione che in modo continuo rimette in discussione quel minimo di regolamentazione che ancora esiste in Europa non può non spazzare via quel poco o nulla di regolamentazione che esiste in questo paese, a cominciare da quelle nullità rappresentate dalle misure di accompagnamento che avrebbero dovuto difenderci dal dumping salariale mentre in realtà, pare che se  ne siano accorti i dirigenti sindacali, le cose non sono proprio andate così.

 

Un’offensiva liberalizzatrice

 

In realtà l’UE vuole che le sue regole, come detto sempre più liberali e liberalizzatrici, siano applicate ovunque all’interno dello spazio economico europeo, Svizzera compresa. Questo comporta una serie di modifiche che, in qualche misura, scardinano ulteriormente l’”ordine interno” di un paese che, per decenni, ha costruito la propria economia interna anche su politica protezionistiche.

Politiche che, in una certa misura, hanno anche permesso di “resistere” un po’ meglio al rullo compressore della deregolamentazione neoliberale.

Ad esempio, per non prendere che un solo esempio, la regolamentazione in materia di orario di lavoro in Svizzera è stata (e secondo noi lo è in parte ancora oggi) molto più restrittiva che nei paesi dell’UE. Non certo per merito della legislazione sociale nostra, ma perché i processi di liberalizzazione in questo ambito sono stati, negli ultimi anni, estremamente avanzati nell’UE. Le direttive europee in materia sono state caratterizzate da un costante livellamento verso il basso (cioè verso i livelli dei paesi con condizioni peggiori).

In altre parole, e contrariamente a quello che finora ci è stato servito dalla propaganda social-liberal-sindacale aderire all’UE – che resta la rivendicazione di fondo di questo schieramento – non rappresenta un passo avanti sociale e progressista, ma rappresenterebbe un passo indietro, in molti ambiti, persino per l’assai liberale Svizzera.

Ed oggi, eccoli a mettere in guardia contro la prospettiva di un peggioramento delle condizioni di lavoro se…si applicassero automaticamente le direttive europee, praticamente come se facessimo parte dell’UE

 

Bilateri III: IIIa sceneggiata social-liberal-sindacale

 

La terza sceneggiata è già stata annunciata. La lettura dei giornali sindacali, le conferenze stampa, gli articoli sul tema (come, quello, in assoluta buona fede che pubblica qui a lato Werner Carobbio) annunciano opposizioni, referendum, ecc. ecc. se non vi saranno delle contropartite valide a protezione dei lavoratori. Se non vi saranno, cioè misure di accompagnamento valide, visto che quelle in atto, ormai è constatazione generale, non servono a nulla.

Abbiamo già visto tutto questo a due riprese. E sappiamo come è andata a finire. Alla fine, in nome di un’assurda posizione filo UE (che sarebbe improprio definire europeista: l’europeismo è ben altra cosa) movimento sindacale e social-liberali hanno ceduto senza ottenere alcun contropartita.

La cosa è stata di una evidenza assoluta in occasione del voto del 2009 per l’allargamento della circolazione a Romania e Bulgaria in occasione del quale, tuttavia, vi è stata una discussione di fondo sui bilaterali e sull’efficacia delle misure di accompagnamento.

Nemmeno di fronte al netto rifiuto del governo federale di qualsiasi minima concessione, le direzioni sindacali (Unia la suo congresso di ottobre 2008 aveva minacciato il referendum) hanno cambiato posizione. Hanno abbassato la testa ed accettato. Con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

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