sabato, settembre 21

Considerazione sul Rubygate

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Le vicende legate al Rubygate possono essere commentate da vari angoli di visuale.

Franca D’Agostini, filosofa della scienza, lo ha fatto perfino dal punto di vista del logos, analizzando gli pseudo-ragionamenti e le procedure argomentative dei difensori di Berlusconi, giornalisti sul suo libro paghe o persone da lui elevate agli alti ranghi delle istituzioni. Qui vale invece la pena di soffermarsi su alcuni aspetti del rapporto tra governo e opposizione e sulla discussione che le avventure sessuali del premier hanno aperto nel femminismo.

 

E’ evidente che Berlusconi è diventato un personaggio scomodo per gli stessi che lo hanno sostenuto e hanno ricevuto benefici dalla sua gestione del potere politico. Un leader che non alimenti un clima di belligeranza totale, non compromesso con la giustizia, con una vita privata più morigerata e con un’immagine meno folkloristica agli occhi del resto del mondo, sarebbe certamente preferibile per le élites economiche di questo paese.
Non da ora ma da sempre la preferenza dei possessori di ricchezze andrebbe a qualcosa di simile a una destra liberale, in un contesto di democrazia formale e con la mediazione di servitori dello Stato disponibili a ritirarsi, dopo aver prestato il loro contributo allo sfruttamento e all’estorsione di pluslavoro.
Questa aspirazione si è realizzata solo in casi eccezionali, e comunque mai in tempi di crisi, perché non risolve il problema fondamentale del consenso. Insomma finché Berlusconi lo garantisce, sia pure a suo modo, difficilmente il padronato vorrà o potrà liberarsi di lui. Marcegaglia ha chiarito bene la posizione della sua parte sociale, quando a una domanda di Fabio Fazio in un programma di intrattenimento televisivo ha risposto: un nuovo primo ministro sì, ma solo dopo le elezioni, cioè solo dopo la verifica del consenso che
ciascuno schieramento raccoglie.

Poiché è difficile che il presidente del Consiglio getti la spugna ed è facile invece che abbia deciso di vendere cara la pelle, la sua vita o la sua morte dipendono dall’incerto passaggio delle prossime elezioni politiche, in cui egli avrà carte migliori da giocare rispetto ai suoi avversari, prima di tutto l’uso dei media. Non si tratta di arrischiare un’incauta profezia sull’immortalità politica di Berlusconi, che potrebbe alla fine essere travolto dalla sua imprudenza e impudenza. Si tratta di non dimenticare ciò che l’opposizione
parlamentare sembra aver rimosso e cioè che esiste una condizione sine qua non per sostituire un governo con un altro, almeno finché una democrazia formale continua a esistere.

La logica dei discorsi e delle iniziative del maggiore partito di opposizione si riduce oggi a denunciare il governo e il suo capo perché, in tutt’altre faccende affaccendati, non si dedicano con adeguato zelo alle riforme indispensabili e urgenti per l’Italia. Sulla qualità delle cosiddette riforme nulla si dice, ma la sintonia con la Confindustria e la disponibilità ad accettare Tremonti come nuovo presidente del Consiglio non  lasciano dubbi sulla loro natura. Insomma, se le parole hanno un senso, ciò che il PD chiede in ultima analisi è una maggiore efficacia nella spoliazione ulteriore del lavoro salariato e nella riduzione all’osso del welfare residuo.
Se l’operazione del PD andasse davvero a buon fine, cioè se il secondo atto di una crisi devastante venisse gestito da una specie di governo di unità nazionale con all’opposizione la destra berlusconiana e  criptofascista, dotata di strumenti di comunicazione di massa quasi da regime, allora verificheremmo che il governo Berlusconi non è il peggio che possa capitarci con questi rapporti di forza e con questa sinistra. Non è solo per questo che non sarebbe stato saggio firmare l’appello di Concita De Gregorio, direttrice dell’Unità;
non è solo perché esso è parte di uno sciagurato progetto politico. L’appello si rivolge alle donne di destra e di sinistra, povere e ricche, del Nord e del Sud perché testimonino insieme che esistono altre donne oltre quelle che si mettono in fila per il bunga-bunga e perché insieme dicano “Ora basta”. E’ evidente che l’obiettivo è quello di proporre un’altra femminilità, diversa da quella costruita dall’immaginario berlusconiano di kapò con in tacchi a spillo e di fanciulle iscritte alla lista di collocamento dello scambio tra sesso e danaro. Il rovescio della medaglia è che lo stigma finisce per colpire proprio l’ultima ruota del carro, vale a dire le ragazze comprate per allietare le serate dell’anziano miliardario.

Ha ragione Pia Covre del Comitato per i Diritti delle Prostitute, quando denuncia che le giovani donne ascoltate come persone informate dei fatti sono state usate ed esposte sui media e che, se ad alcune la cosa è andata bene, altre ne sono uscite umiliate e ferite. E si deve darle ragione anche quando si
chiede se può essere considerata una vera vittoria sfrattare il premier perché è scivolato sulla prostituzione, mentre ci sarebbero ragioni sociali, politiche e di democrazia per mandarlo a casa. La campagna  dell’opposizione non può essere condivisa nei suoi obiettivi e nelle sue modalità anche per un’altra ragione, cioè per l’ondata di moralismo ipocrita che la caratterizza. Come altro si potrebbe definire l’accoglienza calorosa riservata alle parole del cardinal Bertone e l’uso strumentale delle inquietudini del mondo cattolico?
Ora, sia chiaro, sarebbe del tutto legittimo che un’opposizione facesse leva anche sulle vicende del Rubygate. Non so se qualcuno/a ha mai scritto un libro sul ruolo dello scandalo nella storia, ma è noto che agli scandali sono debitrici anche due grandi rivoluzioni, quelle del 1789 e del 1917. Lo scandalo può assolvere la funzione di svelare all’ingenua opinione popolare che gli dei non sono dei, che nel Castello avvengono cose che violano le regole dettate dal Castello stesso e che esse sono quindi arbitrarie e parziali. Il debito tuttavia è stato sempre di poco conto e, come tutte e tutti sanno, quelle rivoluzioni sono poi andate ben oltre.
In che cosa consiste lo scandalo è stato già detto. Non è vero che a casa propria si può fare ciò che si vuole; anche a casa propria non si possono commettere reati e l’uso della prostituzione minorile è reato. Non è poi vero che si tratta di questioni solo private perché il premier colloca nelle istituzioni le persone, donne e uomini, che gli hanno reso i servigi da lui richiesti. E’ vero invece che un individuo con una condotta così disinvolta si fa poi paladino della più retriva morale cattolica, promette una legge contro la prostituzione, ne fa approvare un’altra che vieta l’analisi pre-impianto degli embrioni nelle tecniche di fecondazione assistita, resiste al riconoscimento del sia pur minimo diritto di lesbiche, gay e trans, celebra il family day…

La discussione nel femminismo sull’argomento non è cominciata oggi con il caso Ruby. Dell’uso del corpo delle donne nei media e delle mutazioni del genere che l’immaginario berlusconiano produce si parla da tempo. La legittima avversione nei confronti del moralismo dell’opposizione e della logica politica che la
caratterizza ha prodotto qua e là, nella parte più radicale del movimento, reazioni del tutto inadeguate. O troppo benevoli nei confronti del presidente del Consiglio: ognuno è libero di fare a casa propria ciò che vuole; la sinistra replica l’atavica condanna del sesso, che è invece un’attività naturale ecc. Oppure commenti propri di chi si tira fuori dalla mischia: sono cose da uomini che non ci riguardano; rifiutiamo di adeguarci ai modi e ai tempi della politica, alle regole degli schieramenti partitici e dell’audience televisiva ecc.
Nel complesso tuttavia la discussione nel merito è stata ben più ricca e feconda che altrove e pour cause. E’ chiaro a molte che non solo con quest’ultima vicenda, ma con tutta la sua storia personale, con il suo modo di concepire la presenza delle donne in politica e con le immagini delle televisioni che possiede o controlla, Berlusconi ha utilizzato una delle specifiche tecniche di consenso della destra moderna. Perché moderna non è la destra liberale ma quella post, cioè quella che si trova a fare i conti con più pressanti problemi di consenso e li risolve con la propaganda, la repressione e la costruzione di capri espiatori, in diversi rapporti di quantità tra loro secondo il contesto.

E’ improbabile che l’operazione sia stata consapevole: la sua realizzazione deriva dal fatto che Berlusconi è l’incarnazione caricaturale e ormai patetica del senso comune della maggioranza dei maschi italiani. Inoltre il suo essere un parvenu della politica lo priva delle capacità di mediazione, simulazione e dissimulazione proprie dei politici di mestiere. Berlusconi è semplicemente un bugiardo nel senso più rozzo e infantile del termine.
La tecnica di consenso consiste nel portare a galla, diffondere e legittimare ciò che giace sul fondo del corpo sociale, le credenze e le relazioni più arcaiche. L’uso politico dell’antigiudaismo, per esempio, derivò dalla
constatazione che esso era ancora assai vivo negli strati popolari più incolti. E la constatazione si realizzò nella forma semplice della quantità degli applausi che nei comizi ogni attacco agli ebrei suscitava. Qualcuno ha scritto che quando le chiacchiere da birreria si fanno politica, allora la civiltà e la democrazia sono in pericolo. Così quando l’immaginario del maschio medio italiano si fa spettacolo e cultura, allora riprendono forza gli stereotipi più arcaici sulla femminilità. Il problema non sono quelle che si mettono in fila per il bunga-bunga, spesso poveracce alla ricerca di un reddito che non trovano altrove e che è impietoso additare al pubblico disprezzo. E non è nemmeno quello delle fidanzate e maitresses del premier nelle istituzioni. Un
intellettuale come Sgarbi, che si presta a urlare e insultare in difesa delle mutande del suo padrone, è ben più repellente della sprovveduta Carfagna.
La questione è che il genere viene costruito anche dai media e dalle immagini femminili che essi veicolano. Certo “esistono altre donne”, come recita l’appello di De Gregorio, ma altre donne sono sempre esistite perché il genere ha sempre poco a che fare con le donne reali, ma rappresenta comunque un fardello di pregiudizi e di luoghi comuni che le opprime.
Tra i commenti che in questi giorni circolano nelle liste e nei giornali on line vela la pena di citarne uno, quello del Blog femminista Medea di “un gruppo di donne che fa politica sul territorio a Torino”. Il testo ricorda il film di Pasolini “Salò o i 120 giorni di Sodoma”, ispirato all’omonimo romanzo del marchese De Sade, girato negli anni Settanta e rapidamente scomparso dalla circolazione. Ambientato tra il 1944 e il 1945 l’opera è divisa in quattro parti strutturate in modo simile ai gironi danteschi: antinferno, girone delle manie, girone della merda e girone del sangue. Sono protagonisti quattro rappresentati dei diversi poteri  economico, ecclesiastico, politico, giudiziario) che si chiudono in una villa con nove ragazze e nove ragazzi,
catturati o comperati, per soddisfare le loro perversioni. La morale della favola è la denuncia del potere come fonte di iniquità e nefandezze e l’idea che il sesso sia una metafora del potere. Alla sessualità violenta e perversa di un regime violento e perverso viene accostato il sesso mercificato di un’epoca, la nostra, in cui tutto è merce e danaro. O almeno questo sembra dire il testo non sempre chiaro in tutte le sue parti.
Gad Lerner, in una puntata dell’Infedele ha ripreso il confronto, ma il medium televisivo non si presta a discorsi sofisticati e l’accostamento è apparso una inaccettabile forzatura, che non giustifica ma forse spiega l’intervento e gli insulti del presidente del Consiglio.

Un’ultima considerazione. Il femminismo dell’ala radicale e antagonista dei movimenti ha perso un’occasione. Ha criticato giustamente le mobilitazioni ispirate alla logica dell’appello di Concita De Gregorio, ma non ne ha fatte o proposte altre. Eppure una materia che non fosse quella della contrapposizione tra donne perbene e permale c’era e in abbondanza. Si poteva, si può, contrapporre al mito dell’uomo che ama le donne – la gnocca, dice Sgarbi, sostituendo la parte al tutto – il capo del governo che ha varato, cancellato e rifiutato leggi sempre in logiche che rendono la vita delle donne più faticosa, precaria e ingiusta.

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