sabato, settembre 21

Una nuova fase della crisi mondiale

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Al vertice G20, divergenze di orientamento ai vertici dello Stato americano, situazione europea, gli avvenimenti di novembre/dicembre segnano una nuova tappa della crisi mondiale.

 Lontano dall’essere in via di assorbimento, la crisi ha conosciuto nuovi sviluppi che minacciano una guerra delle valute: le contraddizioni insite nella condotta della politica economica degli Stati Uniti e anche i tentativi velleitari di coordinare le politiche dei paesi europei. Da questa situazione caotica emerge un’unica costante: la volontà delle classi dominanti di utilizzare la crisi per smantellare le conquiste sociali.

Nel 2008-2009, i governi hanno elargito aiuti massicci al sistema bancario e alle misure di sostegno della domanda: aiuti alle imprese, investimenti pubblici e qualche misura sociale, generalmente limitata. Questa azione, bene o mal coordinata, ha permesso di evitare il naufragio del sistema finanziario e ha messo fine alla contrazione della produzione.  Era giunto il tempo dell’autocompiacimento dei dirigenti, delle congratulazioni reciproche per aver vinto le forze malefiche, e …riprendevano gli affari – “business as usual” – in un sistema senza riforme, mentre i lavoratori e i disoccupati continuavano a pagarne il conto.

 

Una forte instabilità potenziale

 

Questa fase di serenità è stata di breve durata. Tutte le cause che hanno portato alla crisi finanziaria del 2008 e alla recessione del 2009 sono praticamente le stesse.

Le capacità di produzione rimangono deboli: nell’industria dei paesi dell’OCSE, il tasso di utilizzo delle capacità di produzione rimane basso e negli Stati Uniti, in Spagna, in Irlanda, centinaia di migliaia di alloggi rimangono vuoti.

Sul sistema bancario continuano a pesare incertezze sempre maggiori: molte grandi banche hanno soddisfatto gli “stress test” organizzati nel giugno e luglio scorsi. Ma di fatto le banche irlandesi dimostrano che molti scheletri rimangono nell’armadio. La domanda dei nuclei familiari è debole a causa della disoccupazione e della riduzione dei salari.

In un gran numero di paesi le finanze pubbliche hanno subito un forte degrado, a causa delle conseguenze politiche per affrontare la crisi, degli aiuti alle banche, ma anche dei regali fiscali concessi da anni alle imprese e alle famiglie agiate. L’aumento dei debiti pubblici riduce i margini di manovra degli Stati         e amplia le prospettive        di guadagno e di speculazione delle banche, che giocano un ruolo da intermediario nel collocamento dei debiti pubblici e ne detengono direttamente quantità enormi.

Tutto ciò è in contrasto con la capacità dei finanzieri e delle grandi imprese di mantenere profitti elevati. Lo fanno spostando l’impatto della crisi sui salariati (limitazioni del salario, perdita del lavoro), i nuclei familiari (soprattutto negli USA) si sono indebitati per acquistare l’alloggio oppure hanno pensioni che dipendono dai fondi di pensione, in molti casi i subappaltatori dell’industria o del BPT  tentano sempre più spesso di addossarne  le conseguenze sui loro salariati.

Questo dato di fatto, potenzialmente instabile, produce una crescita debole in Europa e negli Stati Uniti, con il persistere di una disoccupazione elevata. Questo orizzonte poco entusiasmante nasconde forti incertezze, soprattutto in Europa. Di sicuro,  la situazione economica non può mai essere analizzata senza tener conto della capacità della classe dominante di portare avanti una politica coerente. Constatiamo che le politiche economiche segnano le maggiori contraddizioni in particolare su tre punti: il regolamento dei cambi a livello internazionale, la condotta della politica economica americana e la coordinazione economica in seno all’Unione europea.

 

Lo spettro della guerra delle valute

 

Da parecchi anni il tasso dei cambi rappresenta un punto di discordia tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti attribuiscono alla sottovalutazione dello yuan cinese l’accentuarsi del loro deficit commerciale, mentre lo si deve anche a cause interne come l’importanza dei consumi dei nuclei familiari. Quel che è certo, è che il governo cinese controlla largamente il tasso di cambio esterno dello yuan. Ma, dietro la competitività delle merci cinesi, vi è soprattutto lo sfruttamento dei salariati da parte delle imprese cinesi – spesso in subappalto di  ditte occidentali e straniere con sede in Cina, che non hanno certo l’intenzione di rinunciare ai profitti che ne risultano: e così, nel 2006-2007, le camere di commercio europee e americane in Cina hanno preso parte direttamente alla discussione sulle riforme di legge sul contratto di lavoro rifiutando tutto ciò che avrebbe “protetto troppo” i salariati.

La Cina subisce dunque forti pressioni per lasciar crescere il tasso di cambio dello yuan rispetto al dollaro. Resiste, e non solamente perché il governo cinese è, in parte, il procuratore di imprese capitaliste, cinesi e non, che operano sul territorio cinese, ma anche perché teme che eventuali difficoltà nelle esportazioni portino a un aumento della disoccupazione e dell’instabilità sociale.

Durante la riunione del G20 di Seul l’11 e il 12 novembre scorso, su iniziativa di Washington è stata presentata un’ alternativa: i paesi che realizzano eccedenti o deficit esteri eccessivi (pari o superiori al 4% del prodotto interno lordo) dovrebbero adottare misure di riequilibrio. La confezione di queste proposte americane ha permesso di mirare non solo alla Cina. Dalla conferenza non sono però uscite decisioni di importanza concreta a causa delle contraddizioni tra le differenti potenze presenti. La “guerra valutaria” continuerà, aumentando l’incertezza della congiuntura internazionale e favorendo le tendenze speculative.

L’incertezza dei cambi infetta altre valute: lo yen giapponese, il real brasiliano e l’euro. Se  ciò dovrà avere un seguito, i G20 che poggiano sull’economia, inizieranno ad assomigliare, con un linguaggio più civilizzato, alle conferenze sul clima (Copenaghen, Cancun): molte parole e progetti, ma nessuna decisione.

 

Stati-Uniti: c’è un pilota sull’aereo?

 

Dalla sua nomina nel 2008, Obama ha portato avanti una politica di sostegno all’economia relativamente limitata, definita timorosa in particolare dal premio Nobel per l’economia Paul Krugman, che ha criticato, sia i limiti quantitativi delle misure di sostegno, che  le loro componenti: una parte degli aiuti era destinata a condoni di imposte poco efficaci per contenere la disoccupazione. E’ stata anche criticata la debolezza delle misure di regolamentazione bancaria, i limiti della riforma per la salute   e la mancanza di protezione per le famiglie vittime dei creditori immobiliari. Certo, la crescita è ripartita dopo il 4° trimestre 2009, ma il suo ritmo è insufficiente per abbassare il tasso di disoccupazione, che, nel novembre 2010, ha ricominciato ad aumentare e si è stabilizzato al 9,8%.

La crisi ha provocato un forte aumento del deficit budgetario americano: 9,1% del PIL nel 2010. Questo deficit è stato uno dei principali argomenti della campagna dei repubblicani, che non hanno sempre digerito l’elezione di Obama alla presidenza. Obama non è stato capace di mobilitare una parte di quei ceti popolari e di giovani che lo avevano sostenuto due anni fa. Le elezioni dello scorso 2 novembre hanno segnato una vittoria dei repubblicani e di quegli elementi tra loro più a destra.

Il risultato è un curioso accoppiamento tra la Fed (La Banca centrale americana) e le autorità politiche. Il presidente della Fed, Ben Bernanke, intensifica le dichiarazioni sulla fragilità della situazione e la necessità di lottare contro la disoccupazione. Il 2 novembre scorso, la Fed ha deciso di riacquistare 600 miliardi di buoni del Tesoro emessi dallo Stato americano. Ciò equivale a creare valuta e a facilitare la distribuzione di credito a tasso moderato alle imprese e alle famiglie americane. Il problema è che non è sicuro che gli Americani ricominceranno a consumare e a investire. Questi dollari supplementari possono alimentare la speculazione pur facendo abbassare il dollaro.

Ma la Fed, con gli strumenti che possiede, potrà almeno sostenere la congiuntura. Ma il risultato alle elezioni di novembre impedisce al governo ogni azione coerente. I repubblicani sono tornati alla ribalta con una parola d’ordine centrale: ridurre il deficit budgetario pur mantenendo le misure di riduzione delle imposte a favore dei contribuenti più ricchi. La stessa tattica delle misure di Sarkozy in Francia… Obama ha fatto concessioni maggiori:  il blocco per due anni dei salari dei funzionari; il consenso al prolungamento integrale delle riduzioni di imposte varato da Bush e lo studio di una misura di alleggerimento delle imposte di successione. Come controparte per queste due ultime misure, il presidente ha ottenuto la ripresa del versamento delle indennità di disoccupazione bloccate da fine novembre. Questo “compromesso” che scontenta una larga parte dei democratici, è avvenuto il 6 dicembre.

Già l’indomani l’agenzia di rating Moody’s si preoccupava per l’impatto che il mantenimento delle riduzioni sulle imposte provocherebbe sul deficit budgetario USA!

 

Europa: fino a quando bisognerà pagare il debito?

 

La crisi greca del primo semestre 2010 ha mostrato come sul continente europeo non sia finita l’era dello scompiglio. Ma, forte era la tentazione di presentare il tutto come un affare di “mangiatori di olive” che avevano truccato i deficit, secondo una dichiarazione elegante di un ministro tedesco. L’operazione di sostegno alle banche che detenevano titoli del debito greco è stata presentata come un’azione di salvataggio della Grecia.

Con l’Irlanda è un’altra cosa. La “tigre celtica” veniva indicata come modello da seguire. Sin dall’autunno 2008 aveva messo in campo le politiche di austerità. Il governo irlandese aveva anche deciso di accordare una garanzia totale agli impegni delle banche. L’obiettivo era quello di rassicurare i “mercati”. Ma, questa decisione si è ritorta come un boomerang quando è venuta alla luce la fragilità delle banche irlandesi, che si erano lanciate in operazioni azzardate nel settore immobiliare e all’estero, senza che le autorità si siano preoccupate di controllare. Al punto che la garanzia accordata ha trasformato il deficit budgetario in abisso : 34% del PIL nel 2010!

 A fine novembre, è divampata la violenza speculativa contro l’Irlanda, provocata dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel, che aveva lasciato intendere che, nel caso di un prossimo eventuale intervento per far fronte a una crisi di tipo greco, sarebbe giusto richiedere il contributo anche dei creditori privati. Angela Merkel non può essere sospettata di anticapitalismo, il suo problema sono le elezioni tedesche, ma ha aperto la porta al dubbio che i debiti pubblici europei non erano garantiti al 100% per quei banchieri che avevano guadagnato somme considerevoli acquisendo titoli di Stato portatori di interessi. 

La speculazione si è scatenata immediatamente e il governo irlandese è stato obbligato ad adottare un rigore maggiore – riducendo le spese sociali … ma conservando tassi irrisori per le imposte sulle società  – in cambio di un “aiuto” europeo. Aiuto che di fatto va a beneficio delle banche irlandesi e delle banche straniere che detengono titoli irlandesi. Per quanto riguarda le suggestioni della Signora Merkel: l’eventuale applicazione è stata spostata a tempi lontani. I “mercati” hanno vinto. Ma, in Europa la rinegoziazione dei debiti pubblici e degli impegni delle banche è purtroppo ancora un’ipotesi.

Il vertice europeo del 16 e 17 novembre ha deciso di mantenere a tempo indeterminato un Fondo europeo di stabilità finanziaria, che necessiterà di una modifica del trattato di Lisbona, che avverrà senza dubbio con una procedura semplificata e senza consultazione popolare – e l’aumento del capitale della Banca centrale europea, che continuerà ad aiutare le banche. Il 18 dicembre, i dirigenti francesi, tedeschi e inglesi hanno chiesto di congelare il budget europeo fino al 2020. Tutto a favore della valuta, a sostegno delle banche e un rigore maggiore nelle politiche di sostegno all’economia e di aiuto ai paesi più poveri dell’Unione.

Anche il  Portogallo e la Spagna – dotati, come la Grecia, di governi “socialisti” – si sono lanciati nella concretizzazione delle misure di austerità. Questi paesi dimostrano che l’appartenenza alla zona euro non rappresenta quella protezione dai disordini economici promessa dall’adesione al trattato di Maastricht. Nella zona euro, le crisi finanziarie sono rimpiazzate dalle crisi del credito.

L’Unione europea al completo accetta l’austerità secondo Fillon che, nel suo discorso di politica generale del 25 novembre, assicura che non ci saranno “spese pubbliche supplementari per il rilancio della crescita”. E’ scoccata l’ora della diminuzione delle spese sociali, della rimessa in causa dei sistemi pensionistici e della protezione sociale, della riduzione dei salari dei funzionari. Il diffondersi di queste politiche in tutta l’Unione europea

romperà la crescita, aumenterà il peso del debito e renderà inquieti i “mercati”, che pretenderanno quindi nuove misure di austerità. E così il 17 dicembre, la “nota” irlandese è stata abbassata….

 

La “strategia dello shock”

 

Il rischio di una guerra monetaria, l’incoerenza della conduzione economica americana, gli interrogativi sui debiti degli Stati europei sottolineano la profondità della crisi. L’impotenza delle borghesie nel definire soluzioni coerenti è per contro un fattore che aggrava la situazione.  Ma, al di là delle cecità ideologiche neoliberali, non si può escludere che, particolarmente in Europa, alcune borghesie  – ed anche governi di destra o di “sinistra” che ne sono le emanazioni – giochino, volontariamente, alla “strategia dello shock” utilizzando la crisi greca, irlandese…. per dare il via a misure, che in altre circostanze, non sarebbero realizzabili e tentare così di rimettere in discussione definitivamente interi blocchi di garanzie sociali, ereditati dal dopo Seconda Guerra mondiale. Se questo obiettivo viene raggiunto, cosa importa alla classe dominante un periodo di disordine monetario, una nuova recessione e qualche milione di disoccupati in più?

 

* Testo pubblicato sulla rivista mensile “Tout est à nous”, gennaio 2010. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

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