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Lo sviluppo capitalista è iniziato con la caccia alle streghe del XVI e XVII secolo, costato la vita a migliaia di donne. Quella violenza non è sparita con la fine della caccia alle streghe e l’abolizione della schiavitù; al contrario, è stata normalizzata. E oggi assistiamo ovunque a una sua escalation. Eppure le iniziative femministe antiviolenza si sono moltiplicate così come le legislazioni dei governi. Scrive Silvia Federici: “Le cause profonde vanno ricercate nelle nuove forme di accumulazione del capitale, che include l’espropriazione di terra, la distruzione delle relazioni comunitarie e un’intensificazione dello sfruttamento del lavoro e del corpo della donna”. Come resistere? “Alcune pratiche di particolare successo sono l’apertura di centri antiviolenza controllati non dalle autorità ma dalle stesse donne che vi si rivolgono… Ma queste strategie non possono produrre cambiamenti duraturi se non sono accompagnati da un processo di rivalutazione della posizione della donna e dell’attività riproduttiva a cui contribuisce in famiglia e nella comunità…”

Dal diffondersi di nuove forme di caccia alle streghe in varie zone del mondo fino all’escalation globale del numero di donne uccise ogni giorno, è sempre più evidente che è stata intrapresa una nuova guerra contro le donne. Quali sono i motivi e la logica sottostante?

Basandomi su una crescente letteratura in materia, principalmente prodotta da attiviste femministe o studiose dell’America Latina, affronto la questione collocando le nuove forme di violenza in un contesto storico ed esaminando l’impatto dello sviluppo capitalista, passato e presente, sulla vita delle donne e sulle relazioni di genere. In questo contesto, esamino anche la relazione tra diverse forme di violenza – familiare, extra-domestica, istituzionale – e le strategie di resistenza che le donne nel mondo mettono in atto per porvi fine.

Sin dagli inizi del movimento femminista, la violenza sulle donne è stata una questione chiave delle organizzazioni femministe, ispirando la formazione del primo Tribunale internazionale sui crimini contro le donne, tenutosi a Bruxelles nel marzo del 1976, con la presenza di donne da quaranta diversi paesi che hanno testimoniato in tema di gravidanze forzate e sterilizzazioni, stupri, percosse, ricoveri coatti in cliniche mentali e il brutale trattamento delle donne in carcere. Da allora, le iniziative femministe antiviolenza si sono moltiplicate, così come la legislazione dei governi, su impulso della Conferenza mondiale sulle donne delle Nazioni Unite. Ma, lungi dal diminuire, la violenza sulle donne è aumentata in gran parte del mondo, al punto che le femministe ora definiscono questa pratica letale “femminicidio”. Non solo la violenza, misurata in termini di donne uccise e abusate, ha continuato a crescere, ma come molte scrittrici femministe hanno dimostrato, è divenuta più pubblica e più brutale, e sta assumendo forme viste solo in tempi di guerra.

Quali sono i fattori determinanti di questo incremento e cosa ci evidenzia circa la trasformazione che sta avendo luogo nelle economie globali e la posizione sociale delle donne? Le risposte a queste domande sono diverse, ma è sempre più chiaro che le cause profonde di questa nuova fonte di violenza vanno ricercate nelle nuove forme di accumulazione del capitale, che include l’espropriazione di terra, la distruzione delle relazioni comunitarie e un’intensificazione dello sfruttamento del lavoro e del corpo della donna. In altre parole, la nuova violenza sulle donne si basa su tendenze strutturali che sono costitutive dello sviluppo capitalista e del potere statale di tutti i tempi.

La nascita del capitalismo e la violenza sulle donne

Lo sviluppo capitalista è iniziato con una guerra contro le donne: la caccia alle streghe del XVI e XVII secolo, che in Europa e nel Nuovo Mondo hanno portato alla morte di migliaia di donne. Come ho scritto in Calibano e la strega (2004), questo fenomeno storico senza precedenti è stato un elemento cruciale del processo che Karl Marx ha definito come accumulazione originaria, poiché ha distrutto un universo di temi e pratiche femminili che ostacolavano alcuni requisiti per lo sviluppo del sistema capitalista: l’accumulazione di una forza lavoro di massa e l’imposizione di una più ferrea disciplina del lavoro.

Definire e perseguitare le donne in quanto “streghe”, è servito per confinare le donne in Europa al mero lavoro domestico non retribuito; ha legittimato la loro subordinazione agli uomini, dentro e fuori l’ambito familiare; ha conferito allo stato il controllo sulla loro capacità riproduttiva, garantendo la creazione di nuove generazioni di lavoratori. In questo modo, la caccia alle streghe ha contribuito a costruire uno specifico ordine capitalista e patriarcale che è continuato fino ad oggi, anche se è stato costantemente adeguato in risposta ai processi di resistenza delle donne e al cambiamento dei bisogni del mercato del lavoro.

Dalla tortura fino alle esecuzioni inflitte alle donne accusate di stregoneria, le altre donne sono dovute arrivare alla conclusione che, per poter essere socialmente accettate, era meglio dimostrare obbedienza e silenzio, e accettare il duro lavoro e gli abusi da parte degli uomini. Fino al XVIII secolo, coloro che provavano ad opporsi venivano sottoposte alla “briglia della comare”, uno strumento in pelle e metallo utilizzato anche come morso per gli schiavi, che copriva anche il capo e che, se la vittima avesse provato a parlare, le provocava lacerazioni alla lingua.

Forme di violenza anti-genere erano perpetrate anche nelle piantagioni americane, dove, nel XVIII secolo, gli abusi sessuali da parte dei padroni sulle schiave si trasformarono in ricorso sistematico dello stupro ad uso politico, quando i proprietari delle piantagioni provarono a sostituire il lavoro degli schiavi di importazione dall’Africa con quello degli animali dell’industria zootecnica della Virginia.

Normalizzazione della violenza sulle donne

La violenza sulle donne non è sparita con la fine della caccia alle streghe e l’abolizione della schiavitù; al contrario, è stata normalizzata. Negli anni ’20 e ’30, al culmine delle pratiche eugenetiche, la “promiscuità sessuale” femminile veniva descritta come ritardo mentale e punita con il ricovero in cliniche psichiatriche o la sterilizzazione. La sterilizzazione delle donne di colore, delle donne povere e di coloro che praticavano il sesso fuori dal matrimonio, è continuata fino agli anni ’60, “divenendo la principale forma di controllo delle nascite negli Stati Uniti”, secondo l’intellettuale Dorothy Roberts.

La violenza sulle donne, negli anni ’50, includeva un ampio uso della lobotomia come cura per la depressione, ritenendo questa operazione ideale per le donne destinate al lavoro domestico, presumibilmente perché questo non implicava l’uso del cervello. Ma soprattutto, come ha sottolineato Giovanna Franca Della Costa nel suo Un lavoro d’amore (1978), la violenza è sempre stata presente come sottotesto, una possibilità, nella famiglia nucleare, poiché gli uomini, attraverso il loro reddito, detenevano il potere di supervisione del lavoro domestico non retribuito della donna, e la possibilità di trattarla come schiava e di punirla se si rifiutava di svolgere il proprio lavoro. Ecco perché la violenza domestica da parte degli uomini, fino a tempi recenti, non è mai stata considerata un crimine. Così come gli stati legittimavano il diritto parentale di punire i figli come parte della formazione del bambino quale futuro lavoratore, allo stesso modo la violenza domestica sulle donne è stata tollerata dai tribunali e dalla polizia come legittima risposta alla non conformità della donna ai doveri domestici.

Escalation della violenza sulle donne

Mentre la violenza sulle donne è stata normalizzata come aspetto strutturale delle relazioni familiari e di genere, ciò che si è sviluppato nel corso degli ultimi decenni eccede di gran lunga la norma. È esemplare il caso degli omicidi a Ciudad Juárez, una città messicana di confine, di fronte a El Paso, Texas, dove negli ultimi venti anni sono scomparse centinaia di donne, i cui corpi torturati sono spesso stati ritrovati abbandonati in luoghi pubblici. Non si tratta di un caso isolato. Il sequestro e omicidio delle donne è una realtà quotidiana in America Latina, evocando ricordi della “Guerra sporca” che negli anni ’80 ha insanguinato molti paesi della regione. Questo perché i capitalisti sono disposti a rivoltare il mondo pur di consolidare il proprio potere, che negli anni ’60 e ’70 si era visto minacciato da movimenti anticolonialisti, femministi e lotte antiapartheid come il movimento Black Power.

Stiamo assistendo a un’escalation di violenza sulle donne, specialmente contro le afro-discendenti e le native americane, poiché la “globalizzazione” è un processo di ricolonizzazione politica inteso a conferire al capitale un controllo incontrastato sulle ricchezze naturali e il lavoro umano, e questo non può essere raggiunto senza attaccare le donne che sono le dirette responsabili per la riproduzione delle comunità. Non sorprende, quindi, che la violenza sulle donne è più intensa in quelle parti del mondo (Africa sub-sahariana, America Latina, Sudest asiatico) che sono più ricche di risorse naturali e che sono ora prese di mira dalle imprese commerciali, e dove le lotte anticoloniali sono state più dure. La brutalizzazione delle donne apre la strada al land grabbing, le privatizzazioni e le guerre che per anni hanno devastato intere regioni.

Crudeltà pedagogica

La brutalità degli attacchi perpetrati contro le donne sono spesso così estremi che sembrano non aver bisogno di alcuno scopo utilitaristico. Con riferimento alle torture inflitte sui corpi delle donne da parte delle organizzazioni paramilitari che operano in America Latina, Rita Laura Sagato ha parlato di una “incredibile violenza” e di “crudeltà pedagogica”, sostenendo che il loro obiettivo è quello di terrorizzare e mandare il messaggio – innanzitutto alle donne e poi, attraverso loro, all’intera popolazione – di non aspettarsi alcuna forma di pietà.

Sgomberando ampi territori dai loro abitanti, forzando la gente a lasciare case, campi e terre ancestrali, la violenza sulle donne è una parte fondamentale delle operazioni che le imprese minerarie e petrolifere oggigiorno mettono in atto per spostare numerosi villaggi in Africa e America Latina. È l’altra faccia del mandato delle istituzioni internazionali, come la Banca mondiale e le Nazioni Unite, che plasmano la politica economica globale e stabiliscono norme minerarie, e sono, in ultima analisi, responsabili per le condizioni neocolonialiste con cui le multinazionali operano sul posto. È pertanto nei loro uffici e piani di sviluppo che dobbiamo andare a cercare di capire la logica con cui le milizie nelle miniere di diamanti, coltan e rame della Repubblica democratica del Congo, arrivano a sparare alla vagina delle donne, o i soldati guatemaltechi arrivano ad aprire con i coltelli le pance di donne visibilmente incinte, nel corso di quelle che continuano ad essere presentante come azioni di controguerriglia.

Segato ha ragione: una tale violenza non può emergere dalla normale vita quotidiana di qualsivoglia comunità. È un vero e proprio “manuale della violenza”. Deve essere pianificata, calcolata e realizzata con la massima garanzia di impunità, nello stesso modo con cui le compagnie minerarie inquinano – nella totale impunità – terre, fiumi e ruscelli con sostanze chimiche mortali, mentre le persone che vivono di queste risorse sono imprigionate da guardie di sicurezza quando provano a resistere. Non importa chi siano gli effettivi esecutori, solo potenti stati e organizzazioni possono dare semaforo verde a una tale devastazione e assicurare anche che i colpevoli non finiscano davanti alla giustizia.

È importante sottolineare come questa violenza sulle donne sia un elemento chiave in questa nuova guerra globale, non solo per via dell’orrore che evoca o del messaggio che manda, ma anche per ciò che le donne rappresentano nella loro capacità di tenere unite le comunità e, ugualmente importante, di difendere i principi di sicurezza e benessere non commerciale. In Africa e in India, ad esempio, le donne hanno accesso alle terre comunitarie e dedicano gran parte del loro lavoro quotidiano all’agricoltura di sussistenza. Ma sia la gestione delle terre comunitarie che l’agricoltura di sussistenza sono sotto pesante attacco istituzionale, indicato dalla Banca mondiale come una delle cause della povertà nel mondo, con il presupposto che la terra rappresenta un “asset improduttivo” fintanto che non sia legalmente registrata e usata come collaterale per ottenere prestiti bancari con cui avviare un’attività imprenditoriale.

In realtà, è grazie all’agricoltura di sussistenza che molte persone sono state in grado di sopravvivere ai brutali programmi di austerity. Ma le analisi come quella della Banca mondiale, ripetute – come hanno fatto in innumerevoli incontri con le autorità governative e i leader locali – sono state in qualche modo accolte sia in Africa che in India, e così le donne sono state costrette ad abbandonare la loro produzione di sussistenza e lavorare come aiutanti dei mariti nella produzione di beni.

Il ritorno della caccia alle streghe

Come la studiosa tedesca Maria Mies ha osservato, è il modo specifico con cui le donne in aree rurali sono state “integrate nel processo di sviluppo” a rappresentare di per sé una dinamica violenta. Non solo è “certificato dalla violenza connaturata alle relazioni patriarcali uomo-donna”, ma svaluta la donna in modo tale che gli uomini della comunità finiscono per vederle come esseri inutili (soprattutto quando diventano vecchie) le cui risorse e lavoro possono essere usati senza scrupoli.

Le modifiche normative e legislative della proprietà terriera e della nozione di valore aggiunto, risulta anche alla base del fenomeno che ha prodotto gran parte della miseria per le donne fin dagli anni ’90, specialmente in Africa e India: una sorta di ritorno della caccia alle streghe. Molti fattori contribuiscono a tale ripresa, tra cui la disintegrazione della solidarietà comunitaria, dovuta a decenni di impoverimento e dalla piaga dell’Aids e di altre malattie, in società in cui la malnutrizione è dilagante e i sistemi sanitari sono al collasso. Ulteriori fattori sono la diffusione di sette evangeliche neo-calviniste che predicano la concezione per cui la povertà è causata da limiti personali o dalle azioni di streghe malefiche.

Ma si è notato come le accuse di stregoneria sono più frequenti nelle aree designate a progetti commerciali o dove è in corso un processo di privatizzazione delle terre (come nelle comunità etniche in India), e quando le accusate possiedono dei terreni che possono essere confiscati. In Africa, in particolare, le vittime sono vecchie donne che vivono da sole traendo sostentamento da un pezzo di terra, mentre gli accusatori sono giovani membri della loro comunità o persino della loro famiglia, generalmente giovani disoccupati, che vedono queste anziane come delle usurpatrici di ciò che spetterebbe loro e che possono essere manipolate da altri attori che rimangono nell’ombra, inclusi capi locali, che spesso cospirano per interesse.

Nuove forme di accumulazione del capitale e violenza sulle donne

Vi sono altri modi con cui le nuove forme di accumulazione del capitale istiga alla violenza sulle donne. La disoccupazione, il lavoro precario e l’abbattimento del reddito familiare sono determinanti. Privati di un reddito, gli uomini sfogano le loro frustrazioni sulle donne in famiglia o provano a recuperare la perdita di denaro e di potere sociale, sfruttando il corpo e il lavoro della donna. Questo è il caso degli “omicidi per dote” in India, dove uomini della classe media uccidono le mogli se non portano abbastanza beni in dote, così da poter sposarne un’altra e ottenere un’altra dote. Un ulteriore esempio è il traffico sessuale, un elemento cruciale per la crescita dell’industria del sesso che viene prevalentemente gestita da organizzazioni criminali capaci di imporre un lavoro schiavistico “nella sua forma più cruda”, come afferma Mies.

Ecco come la micropolitica individuale imita e si fonde con la macropolitica istituzionale. Per il capitale, così come per uomini che si ritrovano in condizioni di precarietà, il valore delle donne risiede sempre più nel lavoro salariato scarsamente retribuito, fornito tramite la vendita sul mercato del corpo e del lavoro della donna, piuttosto che non nel lavoro domestico non retribuito, che presupporrebbe da parte dell’uomo un salario stabile, che il capitalismo contemporaneo è determinato a superare, fatto salvo per limitati settori della popolazione.

Il lavoro femminile a casa e la capacità di dar vita a nuove generazioni non è sparito, ma non sono più condizioni sufficienti per un riconoscimento sociale. Al contrario, la gravidanza è spesso considerata come un peso, aumentando significativamente l’esposizione della donna a forme di violenza, quando gli uomini rifiutano la responsabilità che comporta. La politica economica emergente, pertanto, incoraggia relazioni familiari più violente, dal momento che ci si aspetta che la donna non dipenda più dagli uomini e porti soldi a casa, ma poi vengono maltrattate se non sono all’altezza dei loro compiti domestici o chiedono maggiore potere come riconoscimento del loro contributo economico.

Anche il bisogno della donna di lasciare casa, emigrare, portare il proprio lavoro riproduttivo su strada (come venditrici, commercianti, lavoratrici del sesso) per supportare la famiglia, dà vita a nuove forme di violenza su di essa. Senza dubbio, tutte le evidenze indicano che l’integrazione della donna nell’economia globale è un processo violento. Si sa che le donne migranti dall’America Latina assumono contraccettivi perché si aspettano di essere violentate dalla polizia di confine militarizzata. Le venditrici di strada si scontrano con la polizia che tenta di confiscar loro le merci.

Come ha evidenziato la sociologa Jules Falquet, quando le donne passano dal servire un uomo a servire più uomini (cucinando, sbrigando le pulizie, offrendo prestazioni sessuali), vengono meno le forme tradizionali di misura, rendendo le donne più vulnerabili agli abusi. La violenza maschile individuale è anche una risposta a una richiesta da parte della donna di maggiore autonomia e indipendenza economica e, più semplicemente, una reazione negativa al crescente femminismo.
Questo è il tipo di violenza che è esploso nel massacro al Politecnico di Montreal il 6 dicembre 1989, quando un uomo entrò in una classe, separò gli uomini dalle donne e aprì il fuoco solo sulle donne, gridando “Siete delle fottute femministe” e uccidendone 14.

Violenza razzializzata

La misoginia è associata anche al razzismo. Negli USA, dove dagli anni ’80 gli omicidi di donne sono in crescente aumento, con più di 3.000 donne uccise ogni anno, gli omicidi di donne di colore ricevono solitamente meno attenzione mediatica o è meno probabile che trovino soluzione rispetto agli omicidi di donne bianche – basti vedere le lungaggini nelle indagini sugli omicidi seriali di donne afroamericane a basso reddito a Los Angeles e in altre città. Anche la transfobia è associata alla misoginia. Tra il 2010 e il 2016, negli USA sono state uccise almeno 111 transgender e genderqueer, la maggior parte delle quali erano donne trans di colore. Secondo la National Coalition of Anti-Violence Programmes, 23 di questi omicidi sono avvenuti nel solo 2016: il dato più alto mai registrato dall’associazione. Anche in Canada, la violenza razzializzata è in incremento. Dozzine di donne, principalmente native americane, sono sparite e sono state poi trovate morte lungo quella che ora viene chiamata l’Autostrada delle lacrime.

Queste forme di violenza sono ovviamente differenti da quelle inflitte alle donne dai paramilitari, i narcos o dalle guardie private o contractor di imprese private. E tuttavia, sono profondamente connesse. Come hanno sottolineato Sheila Meintjes, Anu Pillay e Meredeth Turshen, ciò che lega la violenza in tempi di guerra e in tempi di pace è il rifiuto dell’autonomia della donna, che è sua volta legata al controllo sessuale e all’allocazione delle risorse. Mies ha anche evidenziato come in “tutti questi rapporti di produzione basati sulla violenza e la coercizione, si può osservare un’interazione tra uomini (padri, fratelli, mariti, papponi, figli), la famiglia patriarcale, lo stato e le imprese capitaliste”.

La violenza privata e quella pubblica, come la violenza dei militari o paramilitari e la caccia alle streghe, si alimentano l’un l’altra. Spesso, le donne non denunciano gli abusi che hanno subito per paura di essere allontanate dalle loro famiglie o di essere soggette ad ulteriore violenza. Dall’altra parte, la tolleranza da parte delle istituzioni della violenza domestica, crea una cultura di impunità che contribuisce a normalizzare la violenza pubblica inflitta alle donne.

In tutti i casi esposti, la violenza sulle donne è violenza fisica. Ma non va ignorata anche la violenza perpetrata dalle politiche economiche e sociali e la riduzione a mercato della riproduzione. La povertà derivante dai tagli al welfare, all’occupazione e ai servizi sociali, è essa stessa da considerare come una forma di violenza, così come le condizioni di lavoro inumane come ad esempio quelle delle maquilladoras.

La militarizzazione della vita quotidiana

La mancanza di cure sanitarie, il rifiuto della possibilità di ricorso all’aborto, l’induzione all’aborto selettivo di feti femminili, la sterilizzazione delle donne in Africa, India e America Latina in nome del “controllo demografico”, e non ultimo il “microcredito” – che porta spesso alla catastrofe economica per coloro che non riescono a ripagare i prestiti – anche queste sono vergognose forme di violenza.

A queste dobbiamo anche aggiungere una crescente militarizzazione della vita quotidiana, con la relativa glorificazione di modelli di mascolinità aggressivi e misogini. Come sostiene Falquet, la diffusione di uomini armati e la crescita di nuove divisioni sessuali del lavoro, laddove la maggior parte dei lavori per uomini (come le guardie private, le guardie di sicurezza commerciali, le guardie carcerarie, membri di gang o di gruppi mafiosi, e soldati in corpi regolari o privati) richiedono violenza, gioca un ruolo centrale nel forgiare una mascolinità sempre più deleteria.

Le statistiche mostrano che coloro che commettono omicidi sono spesso uomini che hanno familiarità e accesso alle armi, e che sono soliti risolvere i conflitti con la violenza. Negli USA, sono spesso poliziotti o veterani delle guerre in Iraq o Afghanistan. L’alto livello di violenza sulle donne diffuso in ambienti militari americani rappresenta un fattore determinante a tale riguardo. Come ha indicato Frantz Fanon, in riferimento ai francesi il cui compito era quello di torturare i ribelli algerini, la violenza è indivisibile: non è possibile praticarla nella propria occupazione ordinaria senza sviluppare tratti caratteriali violenti e senza portarla anche a casa.

La costruzione dei media e la diffusione di modelli di femminilità ipersessualizzata hanno esacerbato il problema, invitando apertamente all’aggressione sessuale e contribuendo alla formazione di una cultura misogina in cui le aspirazioni della donna verso una maggiore autonomia, vengono degradate e ridotte allo stato di provocazione sessuale.

Resistenza

Stante il carattere pervasivo della violenza con cui le donne devono confrontarsi, è chiaro che la resistenza ad essa deve essere organizzata su più fronti. Già sono in corso una serie di mobilitazioni, tendenti ad evitare sempre più soluzioni senza prospettive come la richiesta di una legislazione maggiormente punitiva, poiché serve solo a dare più potere a quelle stesse autorità che sono direttamente o indirettamente responsabili del problema.

Le strategie più efficaci sono quelle che vedono le donne coinvolte direttamente. Alcune pratiche di particolare successo sono l’apertura di centri antiviolenza controllati non dalle autorità ma dalle stesse donne che vi si rivolgono, l’organizzazione di corsi di autodifesa, la mobilitazione di dimostrazioni ampiamente inclusive come la marcia del Take Back the Night che risale agli anni ’70, o i cortei organizzati dalle donne in India contro gli stupri e gli omicidi per dote, che spesso portano a sit-in nei quartieri degli stupratori o di fronte alle stazioni di polizia.

Negli ultimi anni, abbiamo visto il formarsi anche di campagne contro la caccia alle streghe sia in Africa che in India, con donne e uomini che andavano di villaggio in villaggio, insegnando alla gente le cause delle malattie e indicando gli interessi che muovono i guaritori tradizionali, i capi locali e altri frequenti accusatori. In alcune aree in Guatemala, le donne hanno iniziato a esporre i nomi dei soldati abusanti, nei loro villaggi natii. In ciascun caso, la decisione delle donne di reagire, rompere lo stato di isolamento e unirsi ad altre donne, è stato fondamentale per il successo dei loro sforzi.

Ma queste strategie non possono produrre cambiamenti duraturi se non sono accompagnati da un processo di rivalutazione della posizione della donna e dell’attività riproduttiva a cui contribuisce in famiglia e nella comunità. Questo non può essere fatto se la donna non ottiene le risorse necessarie per essere indipendente dagli uomini, così da non essere forzata, per mera sopravvivenza, ad accettare condizioni di lavoro e di relazioni familiari pericolose e sfruttanti.

*Silvia Federici, una delle più importanti figure di riferimento nel mondo del pensiero femminista, il 6 maggio è a Bologna con Massimo De Angelis (autore dello straordinario Omnia sunt communia), Beatrice Busi (Non Una di Meno) e le contadine di CampiAperti: si ragiona di bene comune. L’articolo è un estratto dal nuovo libro di Silvia Federici, Witches, Witch-Hunting, and Women pubblicato da PM Press e qui con l’autorizzazione dell’autrice.

 

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