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Storie di bunker, frontiere e ordinarie cattiverie.

James è un ragazzo nigeriano. Barba spessa, braccia robuste, voce non urlata che con calma spiega e argomenta. Occhi neri e profondi che fissano e parlano , tra un misto di tristezza, speranza e dignità. Diffondendo quella comune determinazione delle tante persone deportate nei bunker, chiuse in un carcere, deportate, espulse, rimandate – con le loro tante storie di sofferenze e umanità – nei loro paesi d’origine. Paesi abbandonati per le cause volutamente “dimenticate” e da noi – l’occidente e i suoi governi, l’occidente e le sue colonie, le sue guerre, i suoi saccheggi, i suoi grandi progetti devastatori – create e fomentate.

James era uno dei ragazzi entrati in sciopero della fame alla fine di giugno per denunciare le condizioni di detenzione nel bunker di Camorino. Per denunciare un sistema migratorio svizzero disumano, paternalista e violento: James, intervistato dalla televisione, parlava infatti di “peggiori condizioni” mai incontrate nel bunker e nei suoi dintorni, nella sua lunga odissea migratoria.
“In Svizzera perfino i cani sono trattati meglio”.

James, lunedì mattina primo luglio, è stato prelevato dalla polizia ticinese, portato alla SEM di Chiasso per accertamenti – così dicono – e da allora si sono perse le tracce.

James. Un nome, tanti nomi. Una delle tante storie di privazioni e soprusi con cui si confronta chi arriva nella Repubblica e Cantone del Ticino in questi tempi bui e devastati.

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In quanto collettivo che solidarizza complice con le lotte e i gesti di rivolta di chi subisce sulla propria pelle le conseguenze della segregazione in Ticino, seguendo la situazione di questi ultimi giorni a Camorino, ci pare importante e necessario mantenere aggiornamenti costanti sul diario di bordo di questa rotta ribelle.

Una rotta che vogliamo possa condurre alla chiusura definitiva di un non-luogo quale è il bunker di Camorino, come all’apertura di tutti i porti di frontiera della fortezza Europa, al crollo dî ogni muro, di ogni logica di privazione, di respingimento e di deportazione. Fino all’abbattimento di ogni confine nazionale e delle sue economie di morte a vantaggio di politicanti razzisti, imprenditori della paura e profittatori del disumano.

Ricominciamo incessanti a riportare aggiornamenti freschi nella canicola opprimente di questi giorni e a proporre qualche considerazione, in merito a quanto è successo e sta succedendo a Camorino, dall’inizio dello sciopero della fame.

Tralasciamo qui, ma senza dimenticarcene, il rinnovato spargimento di discorsi di merda, da bar di merda (o fake-news che dir si voglia) senza un necessario fondamento, se non quello di dar forma a un’effettiva e reale violenza razzista, di classe e di genere, da parte di leghisti e affini e dei loro epigoni social, mediatico-giornalistici.

Proseguiamo piuttosto col dire che l’unica risposta delle istituzioni allo sciopero e alle iniziative di solidarietà complice è stata una serie di ennesime deportazioni forzate, con immancabile corredo di stigmatizzazione, ritorsioni, separazioni e ricatti a diverso livello.

Quella descritta a inizio di questo testo ne è l’esempio più drammatico, ma purtroppo non l’unico.

Dal bunker di Camorino, in seguito all’avvio dello sciopero della fame, sono state prelevate e trasferite la maggior parte delle persone. Ne sono rimaste successivamente sempre meno: attualmente ve ne sono concentrate 7, sotto il controllo di almeno 4 securitas. Di queste 7, la maggior parte vive in condizioni di depressioni e malori importanti, figlie di stanchezza fisica e mentale, di soprusi e di mancanza di ogni forma speranza.

Condizioni allarmanti le cui principali responsabilità – non nutriamo dubbio alcuno – sono da attribuire ai vertici governativi ticinesi e ai loro rispettivi dipartimenti guidati dal neoletto Raffaele De Rosa e dall’onnipresente Norman Gobbi.

Ipocrita e furba, di fronte a tale scempio, la Croce Rossa, ha invece deciso di sospendere l’amministrazione del campo. Formalmente perché il numero delle persone rimaste nel bunker non soddisfa i requisiti minimi del mandato (o del profitto) e forse anche perché la gestione di un lager sotterraneo, se continuamente dissepolta, non rappresenta la migliore strategia di marketing per l’accaparramento nel «mercato logistico dei rifugiati».

E allora in questa continuità di pratiche e di mancanze, ci chiediamo se la perizia di riconsegna del bunker, presumibilmente svoltasi martedì 2 luglio nello stesso bunker con la supervisione blindata del capo DSS Carmela Fiorini, sarà riuscita a far bene i lavori di repulisti globale (server e pc inclusi) del campo. Ci chiediamo pure cosa avverrà con le altre 7 persone lì sotto sepolte? Si attenderà il dramma o si provvederà a rinchiuderle in un nuovo carcere o a deportarle nei loro paesi d’origine? E le prossime che arriveranno? Ritroveranno le stesse cimici, lo stesso calore, la stessa umidità, le stesse condizioni igieniche, gli stessi soprusi, la stessa violenza fisica e psicologica? E aspettando l’imminenza della tragedia, chi eventualmente se ne assumerà la responsabilità? Raffaele De Rosa? Norman Gobbi? Carmela Fiorini? Bernasconi? Chi?

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Casualmente ma forse nemmeno troppo, nello stesso momento del sopraluogo governativo, un presidio mobile e coordinato tra Bellinzona e Camorino, riusciva a mantenere alta l’attenzione sul bunker e a incrociare la strada della Signora Fiorini proprio, e guarda caso, a ridosso del bunker. E anche a questo giro, come già la settimana precedente e nonostante le famose norme di sicurezza, due persone riuscivano a entrare nel bunker e a confrontarsi per più di un’ora con la rappresentante governativa, ribadendo quello che ormai dovrà diventare la parola d’ordine di quest’estate: chiudere il bunker ora!

La cui risposta – e non ci si aspettava sicuramente altro – si riduceva invece a un misto di affermazioni di comodo, di inviti a proposte da altri definite illegali (interessante, interessante questi sviluppi, chissà se il dipartimento di polizia concorderà …, ma ci ritorneremo non preoccupatevi…), di dita medie dal finestrino di una rombante Mercedes.

L’abbaglio che il trasferimento di gran parte di queste persone ribelli, in centri come quelli di Cadro o di Biasca possa costituire un’accettazione delle richieste espresse o un miglioramento delle condizioni di concentramento sta anche nel fatto espresso sopra per cui, della persona prelevata dalla polizia tra domenica e martedì, non si hanno al momento notizie. Il che coincide, presumibilmente, con una carcerazione amministrativa o un rimpatrio forzato.

Piuttosto, la reazione delle istituzioni del campo-bunker (quelle dello Stato-Cantone nelle forme del Dss e del ministro di polizia – e quelle del capitale privato nella forma di Croce Rossa e Securitas) va letta come misura repressiva verso qualsiasi forma di resistenza sotterranea interna e come forma di contrasto e prevenzione alle pratiche di lotta in superficie.

Il bunker di Camorino, secondo la logica securitaria di questo cantone svizzero di confine, deve rimanere in funzione, almeno fino all’apertura del futuro campo federale di Balerna-Novazzano, ma se non è a «a regime», se si inceppa momentaneamente la macchina da soldi, la struttura dovrà diventare l’ennesima estensione del presidio militarizzato di polizia.

Dagli approdi ribelli di Lampedusa, agli scioperi nei centri di segregazione per persone migranti a ridosso delle Alpi svizzere, quel braccio di mare che separa l’umano dal disumano, la rabbia degna dalla brutalizzazione xenofoba sembra sempre più assottigliarsi.

E come dimostrato recentemente a Lampedusa da una giovane donna e dal suo equipaggio, è giunto finalmente il tempo dei gesti ribelli, degli atti che disobbediscono, che sabotano la macchina delle espulsioni e del suo mondo, che si oppongono a leggi ingiuste e che possano infine ridare una forma di dignità umana a tutte quelle persone in fuga dai propri paesi.

CONTRO BUNKER, FRONTIERE E IL LORO MONDO: SOLIDARIETÀ, RESISTENZA E DIGNITÀ PER TUTTX!

Altre info seguiranno.

 

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