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Meno di ottomila nel novembre del 2016, quattro volte tanti un anno dopo e circa sessantamila nel febbraio scorso. La crescita, durante gli ultimi quattro anni, del numero di membri dei Democratic socialists of America (DSA), è impressionante. Anche se, rispetto ai 325 e più milioni di abitanti che contano gli USA, sessantamila son sempre pochini.

Però, l’importanza dei fenomeni politici non si misura solo in termini di cifre; altri indicatori possono rivelarsi interessanti come nel caso del fenomeno DSA.

Quella cosa lì, il socialismo…

Un paio d’anni fa ero andato a Chicago per assistere alla conferenza intitolata “socialism”. Avevo approfittato del viaggio transatlantico per passare alcuni giorni da amici, nel Wisconsin, dai quali feci la conoscenza di una vicina, interessata – forse per semplice buona educazione – alle ragioni della mia presenza in America.

Evasivo, le dissi di una generica “conferenza a Chicago”, pensando che, come avevo spesso constatato negli USA, parlare di socialismo avrebbe per lo meno raffreddato l’ambiente. Tale non fu il caso.

Dopo aver insistito e saputo il titolo della conferenza, la signora si disse interessata a saperne di più su “quella cosa lì, il socialismo, di cui aveva parlato quel senatore del Vermont, Sanders, mi pare”.

L’aneddoto potrebbe non avere più rilievo di quel tanto se non si iscrivesse in un fenomeno ben più ampio di cui certi analisti non esitano a parlare – come il numero di giugno de Le Monde diplomatique – come di una rinascita del socialismo negli Stati Uniti.

In altri termini, sembrerebbe proprio che, a più di cent’anni di distanza, le “vaghe idee di socialismo” importate dai tanti Amerigo come quello cantato da Guccini, stiano riprendendo corpo e vigore.

Il socialismo negli USA: mercanzia da importazione

È alla fine dell’Ottocento che le tradizioni della socialdemocrazia europea hanno, con milioni di lavoratori emigrati, varcato l’Oceano, per sbarcare negli Stati Uniti. Durante i primi decenni del secolo scorso il socialismo e la solidarietà di classe furono ben presenti grazie in primo luogo all’organizzazione della solidarietà di classe tra immigrati.

La storiografia permette di prendere in considerazione aspetti che la storia ufficiale tende a dimenticare come, ad esempio, gli appelli stampati in più lingue, dall’italiano al cinese, passando dall’inglese e dal polacco, alla solidarietà di classe ed alle lotte unitarie

La rivoluzione russa suscitò pure un grande interesse tra i lavoratori e lo scontro di classe assunse poi toni altamente conflittuali con la grande depressione e le ondate di scioperi che dal 1932 in avanti imposero un rapporto di forza tale da costringere Roosevelt ad adottare le misure sociali del New Deal.

Particolarmente emblematico fu, nel 1934, lo sciopero di Minneapolis, vera e propria esperienza di costruzione di un potere proletario, che vide la città governata durante settimane da comitati di lavoratori diretti dal sindacato degli operai autotrasportatori.

Evidentemente, l’attività socialista non lasciò indifferente il padronato. La criminalizzazione delle attività di solidarietà con gli immigrati, le opposizioni artificialmente esacerbate fra comunità alfine di dividere i lavoratori (1), i rinvii di militanti, l’espulsione di Emma Goldmann (2) e dei suoi compagni verso la Russia sovietica e la condanna a morte di Sacco e Vanzetti sono alcuni degli episodi più salienti della politica del padronato nei confronti del socialismo.

L’intervento degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale mette fine alla forte conflittualità di classe. A sinistra, se lo storico partito socialista degli Stati uniti fondato da Eugene Debs si era già in parte spaccato davanti alla rivoluzione sovietica, fu in occasione dell’entrata in guerra che il partito comunista americano decise di raggiungere con armi e bagagli la sacra unione guidata da Roosevelt.

America first

Una volta ammessa un’identità comune statunitense depositaria di democrazia e, ulteriormente, di benessere, la strada era spianata per il dopoguerra ed il maccartismo. La repressione, nei primi anni della guerra fredda, dei movimenti classisti di contestazione fu implacabile. Le vittime della caccia alle streghe furono moltissime.

Così, l’esecuzione degli sposi Rosenberg – della cui colpabilità nell’affare di spionaggio in favore dell’URSS dubitava in privato persino Edgard Hoover – doveva essere di esempio: dava la misura della determinazione assoluta del potere a combattere le attività anti-americane.

Il principio di una pretesa identità statunitense estranea alla conflittualità di classe veniva così santificato politicamente ed imposto a tutto campo tramite la repressione da un lato e la costruzione dell’ideologia del successo individuale dall’altro.

Le offensive del senatore Mc Carthy contro Hollywood e gli intellettuali newyorkesi non furono solo espressione di una mente ossessivamente malata di anticomunismo: permisero di criminalizzare ogni forma di pensiero critico e di espellerlo dagli Stati Uniti, dalle loro scuole, dai loro giornali.

Sul piano politico, tale situazione si tradusse nell’assenza di una forza politica organizzata dei lavoratori. I due partiti politici capitalisti, democratico e repubblicano, sono riusciti a monopolizzare la rappresentazione politica mentre, à sinistra, la socialdemocrazia, malgrado alcune esperienze locali di gestione delle municipalità (3), si ridusse ad un’esistenza gruppuscolare, appena meno ridicola, sul piano numerico, delle piccole forze trotskiste che si son succedute, di scissione in scissione, sino alla loro attuale autodissoluzione. (4)

Alla fine i nodi vengono al pettine…

Tale identificazione funzionò fintanto che l’imperialismo statunitense è riuscito ad assumere un ruolo guida del cosiddetto mondo libero, cioè del capitalismo internazionale, con il socialismo – quello rappresentato dall’URSS – come spauracchio supremo.

Tuttavia, il declino avanzato dell’imperialismo statunitense diventato incapace, da Saigon in poi, di vincere una guerra (5), lui che sino ad allora non ne aveva persa una sola, la sua incapacità di sottomettere ai suoi bisogni le altre economie capitaliste creano lo spazio, sul piano interno, per l’esplosione di un certo numero di contraddizioni.

Da Occupy Wall Street alla rivolta di Madison nel 2011, dalla campagna di Bernie Sanders a, paradossalmente, quella di Trump (6), la questione sociale è ridiventata un elemento centrale negli Stati Uniti.

Si è poi acutizzata da quando l’amministrazione Trump, oltre al fatto di aver offerto faraonici tagli delle imposte alla fascia più ricca della popolazione, attacca brutalmente i diritti delle minoranze e le spese sociali.

Oggi, se il tasso di crescita degli Stati Uniti supera il 3% – si era al 3,2% durante il primo trimestre di quest’anno-, pure la povertà è in aumento. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il reddito mediano è aumentato del 2,2% dal 1990 allorché, dallo stesso anno, il PIL per abitante è cresciuto del 23%. Il che significa che le diseguaglianze si approfondiscono con circa 45 milioni di persone che vivono al di sotto dei limiti di povertà.

Ed è in questo contesto che rinasce, negli USA, un rinnovato interesse per il socialismo, interesse rappresentato dall’impressionante crescita dei Democratic Socialists of America.

Una ventina in uno scantinato

Il primo tentativo di riorganizzare le forze socialdemocratiche risale al 1973 quando, riuniti in uno scantinato a New York, una ventina di militanti provenienti dal vecchio partito socialista di Eugene Debs decisero la creazione del Comitato d’organizzazione dei socialisti democratici d’America.

Nove anni più tardi, quel Comitato d’organizzazione diede nascita a DSA, un gruppo di circa 5-6’000 membri – e, per anni, non furono molti di più; si riconoscevano nella politica della socialdemocrazia europea, quella, per intenderci, di Harold Wilson, Olaf Palme e Willy Brandt. Ed è naturalmente all’Internazionale socialista che decisero allora di aderire.

Quasi 35 anni dopo, nel novembre del 2016, il gruppo restava la più importante organizzazione di sinistra, ma il numero di membri non superava i 7’600, per lo più già in là con gli anni, visto che la loro età media era di 68 anni.

Durante tutto quel periodo, DSA aveva partecipato alle campagne elettorali del Partito Democratico sostenendone i candidati alla presidenza, da Walter Mondale e Jesse Jakson nel 1984 e, rispettivamente, nel 1988, a John Kerry, Obama e Sanders. Solo sgarro al riguardo del Partito Democratico: profondamente delusi dagli anni Clinton, nel 2000 i DSA sostennero il candidato verde Ralph Nader.

Sul piano della politica internazionale di quegli anni, DSA ha sempre appoggiato l’Ostpolitik di Willy Brandt – al punto di disperarsi letteralmente al momento della caduta di Brandt in seguito alla scoperta di una talpa dell’Est nella sua cerchia ravvicinata – e guardato con molto entusiasmo l’esperienza di Gorbatchov in Unione sovietica.

Evocando nell’agosto del 2017 la riunione nello scantinato di New York, il Washington Post raccontava l’emozione provata da un reduce da quella riunione nello scantinato, Jack Clark, al momento di ritrovarsi, a 68 anni, ad un congresso nazionale con più di mille delegati.

Quale alternativa?

Nel 2011, Occupy Wall Street e la rivolta di Madison “hanno messo in evidenza quanto la gente già sentiva confusamente […] e cioè che viviamo in una società di disuguaglianze enormi e che queste sono proprie al sistema”, ci diceva, in un’intervista da noi pubblicata nell’ottobre del 2017, Keith Mann, sociologo e militante di solidarity.

Il richiamo sistematicamente fatto da Bernie Sanders al socialismo durante la sua campagna del 2015-16 ha largamente contribuito a fare esistere l’idea di una possibile alternativa al capitalismo. Il successo della rivista Jacobin con i suoi 15’000 abbonati ai gruppi di discussione rafforza l’idea del bisogno di elaborazione e costruzione di un’alternativa.

La cosa non è da poco in un paese nel quale una parte crescente della popolazione è nata dopo la caduta del muro di Berlino ed il crollo dell’URSS e per la quale il “pericolo rosso” non è meno astratto che tanti altri capitoli dei libri di storia. Insomma, in un paese in crisi nel quale il cemento ideologico del dopoguerra non cementa più granché…

Ed è così che, dopo l’elezione di Trump, l’afflusso di giovani verso le organizzazioni che si richiamano al socialismo è stato importante. E siccome DSA è la più importante numericamente e la meno esigente in termini di contenuti ideologici, è naturalmente verso di lei che si sono rivolti tantissimi giovani.

Il risultato è evidente, l’età media dei membri segue una curva inversa a quella delle adesioni: queste ultime aumentano allorché la prima si è abbassata, nel dicembre scorso, a trentatre anni!

Il socialismo, sì ma cos’è?

Organizzata in modo molto aperto con diritto di tendenza e alla doppia affiliazione, DSA si è sempre considerata come elemento di pressione sul partito democratico. D’altronde, è sulle liste del partito democratico che Alexandra Ocasio-Cortez e Rachida Traib sono state elette nello scorso novembre alla camera dei rappresentanti. La questione dell’indipendenza rispetto a uno dei due partiti capitalistici non è per ora chiarita.

Così come è lungi dall’esser chiara la nozione stessa di socialismo. Le origini social-democratiche di DSA ne caratterizzano tuttora i grandi orientamenti. E se il divorzio dall’Internazionale socialista – giudicata troppo social-liberale – è stato consumato nell’agosto del 2017 (7), i suoi concetti continuano ad essere dei punti di riferimento.

Così, nel giugno dello scorso anno, DSA affermava che, non essendo il socialismo l’alternativa possibile immediata al capitalismo, è indispensabile “stabilire meccanismi di controllo democratico sulle grandi imprese” (8).

Certo, rivendicare il controllo pubblico sulle imprese in un paese che ha fatto della libertà totale dei capitali un principio assoluto non è cosa da poco. Questo però non basta a fare il socialismo, e di fatti, la pretesa non è tanta, come detto.

Tale premessa però – quella della supposta impossibilità immediata del socialismo- non è sufficiente per chi cerca una risposta globale. Ed è così che, in una formazione all’interno della quale si ritrovano militanti e correnti organizzate, dagli affiliati al partito democratico ai gruppi socialisti rivoluzionari, libertari o comunisti, è di socialismo che si discute.

Nell’ultima definizione completa formulata da DSA (9) (che risale tuttavia al 2010, ben altri tempi tenuto conto degli sviluppi recenti) il socialismo dovrebbe operare la sintesi tra il welfare svedese, il sistema sanitario canadese, i diritti democratici garantiti in Francia ed il programma di alfabetizzazione nicaraguegno.

Meno di dieci anni più tardi, le referenze lasciano per lo meno perplessi. E lasciano lo spazio per una vera riflessione programmatica su cosa possa significare oggi il socialismo.

Allo stato attuale – ma le discussioni sono in corso e potrebbero produrre sorprese a breve termine – pur considerando che “i meccanismi di mercato sono necessari per determinare la domanda” (10), cioè accettando il mercato come regolatore, DSA si pronuncia in favore di un nuovo sistema.

Questo dovrebbe essere basato su di una larga decentralizzazione politica, su una non meglio definita proprietà sociale, sul rifiuto di un sistema centralizzato di economia pianificata a profitto di una pianificazione democratica combinata con i meccanismi di mercato (11).

Più che di vaghe idee di socialismo, come diceva Guccini, qui sono le idee, le rappresentazioni, del socialismo che restano…vaghe. E che lasciano uno spazio alle forze organizzate della sinistra radicale US per contribuire al dibattito.

La débâcle…

Il fenomeno DSA ha rappresentato un forte richiamo per alcune organizzazioni marxiste rimaste isolate durante troppi decenni. Ed è stato, questo richiamo, talmente forte da contribuire, nel giro di pochi mesi, a far esplodere e cancellare dalla carta due organizzazioni storiche della sinistra di classe, l’International Socialist Organisation (ISO) e Solidarity.

Il cocktail risultante da problemi di funzionamento e di democrazia interna da un lato e dalle reticenze, al limite del settarismo, manifestato dalla direzione dell’ISO nei confronti di DSA ha provocato un vero e proprio collasso dell’International Socialist Organisation negli scorsi mesi di febbraio e marzo.

Quanto a Solidarity, è durante il suo congresso nazionale del primo luglio che una maggioranza di delegati ha deciso di sciogliere l’organizzazione a profitto della costruzione di una corrente all’interno di DSA.

Le scelte degli uni e degli altri sono sorprendenti, non tanto per la svolta tattica -diventata di fatto scelta strategica di riportare ad un indeterminato domani la costruzione di un partito rivoluzionario – ma per la rapidità con la quale sono state liquidate le organizzazioni esistenti. Rapidità e peripezie interne forse a misura di una solidità politico organizzativa assai meno reale di quanto si poteva immaginare…

Quali saranno gli effetti di questa scelta, solo l’avvenire potrà dirlo. Risulta però chiaro che, con l’ISO e solidarity, scompaiono gli ultimi discendenti dell’opposizione comunista rivoluzionaria negli USA, quella che fa capo a J.P. Cannon (12) e al Socialist Workers Party.

*(Francesco Guccini, Amerigo)
** articolo apparso sul sito http://rproject.it/. Lo pubblichiamo per gentile concessione dell’autore.

1.Che si guardi o riguardi in proposito l’immenso Gang’s of New York di Martin Scorsese.
2.Da leggere assolutamente la sua Autobiografia di un’anarchica.
3.Milwaukee, nel Wisconsin, fu la sola fra le grandi città ad essere diretta da un sindaco socialista e questo fino al 1990.
4.Le due più importanti organizzazioni della sinistra radicale, trotskista, l’Internatinonal Socialist Organisation (ISO) e solidarity hanno infatti deciso in questi ultimi mesi, rispettivamente in febbraio-marzo ed il primo luglio, di mettere fine all’esperienza di costruzione di organizzazioni rivoluzionarie.
5. Infatti, malgrado le cosiddette “vittorie” in Afghanistan ed in Iraq, le spedizioni militari della potenza statunitense non son più coronate da successi duraturi.
6.Il paradosso emerge dalla constatazione che è sui temi sociali, sulla perdita di milioni di posti di lavoro, sulla deindustrializzazione che il miliardario Trump ha costruito una base sociale di estrazione popolare alla quale Hillary Clinton, la candidata di Wall Street non aveva saputo rivolgersi.
7.Ed è proprio a quel Congresso, nel quale DSA decise di rompere con l’Internazionale Socialista, erano state invitate delegazioni della corrente di Jeremy Corbin nel Regno Unito, della France Insoumise o del PsoL brasiliano.
8.Private corporations seem to be a permanent fixture in the US, so why works towards socialism, DSA, June 29, 2018
9.What is democratic socialism ? Questions and Answers from the Democratic socialists of America, DSA, February 24, 2010
10.Doesn’t sociaism mean that the gouvernement will own and run everything , DSA, June 29, 2018.
11.Ibid.
12.James P. Cannon, 1890, 1974, membro degli Industrials Workers of the World, oppositore, con Eugene V. Debs, alla guerra imperialista, aderisce alle tesi della rivoluzione russa. Prende chiaramente posizione contro Stalin già nel 1928 ed è espulso dal Partito comunista americano. Fonda allora The Militant, il giornale attorno al cui comitato di redazione si costituice la futura direzione del Socialist Workers Party. Partecipa poi attivamente, a fianco di Trotckij, alla costruzione della IV Internazionale. Malgrado le peripezie e le divergenze del dopoguerra, sia l’ISO che solidarity riconoscevano l’importanza di J.P. Cannon nella difesa del marxismo rivoluzionario nel cervello del mostro, gli USA.

 

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