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Un signore di 56 anni perde il lavoro, non ritrova un impiego, e quando chiede l’assistenza l’Ussi consiglia alla moglie di divorziare per «permetterci di valutare un nostro intervento unicamente a suo favore»: è solo l’ultimo caso scandaloso di persone a cui viene negata l’assistenza riportato dal portale tio.ch. Secondo quanto afferma il media, l’ufficio ha negato l’assistenza a questo signore perché ha effettuato frequenti soggiorni nel paese natale per far visita alla madre in fin di vita 1).

Al di là del caso specifico, siamo venuti a conoscenza di altri casi di persone che hanno lavorato una vita intera a cui viene negata l’assistenza. Pensiamo in particolare a lavoratori cosiddetti “anziani”, persone che dopo aver lavorato per decenni in Ticino facendo la fortuna di imprenditori di “dubbia responsabilità” si vedono costretti a ritirare il secondo pilastro perché minacciati di espulsione se richiedono l’assistenza visto che non ritrovano un impiego dopo il licenziamento. Abbiamo anche avuto notizia di persone che hanno richiesto l’assistenza e hanno dovuto attendere mesi, pur non avendo mezzi di sussistenza. Senza contare casi di persone che ereditano un immobile di scarsissimo valore commerciale (cascina, stalla, ecc.) a cui viene negata l’assistenza perché non riescono a vendere o a sbarazzarsi della loro “sostanza”.

Ricordiamo che in Ticino il tasso di povertà è del 13%, mentre il tasso di persone in assistenza sociale è del 2,7% (calcolato secondo il metodo utilizzato dall’Ust). La povertà viene definita come la condizione di chi è al di sotto di un minimo vitale e in Svizzera il minimo vitale sociale è calcolato in base alle norme della Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale (COSAS), che servono a stabilire il diritto all’assistenza sociale. Visto l’enorme differenza fra il tasso di povertà e quello di beneficiari dell’assistenza è evidente che nel nostro cantone solo una minoranza di persone che avrebbe diritto all’assistenza sociale riceve effettivamente una prestazione. Il tasso di povertà è cinque volte superiore a quello delle persone che ricevono l’assistenza sociale e non si sa come vivano le persone che non beneficiano di prestazioni.

Ci si chiede inoltre a cosa sia dovuta l’inaspettata lieve diminuzione dei casi di persone in assistenza nel 2018. Secondo l’Approfondimento annuale sostegno sociale 2018 dell’Ussi la media annuale del numero di domande pagate è calata da 5’345 del 2017 a 5’339 del 2018 (6 in meno). Nel frattempo però il numero di assistiti è ricominciato a salire: in base agli ultimi dati disponibili pubblicati dall’Ussi ad aprile di quest’anno il numero di domande pagate è già risalito a 5’496, vale a dire un aumento del 4,4% rispetto a dicembre 2018. Purtroppo, contrariamente a quanto avveniva fino al 2014, il numero delle domande inoltrate non viene più divulgato dall’Ussi. Sarebbe interessante sapere quante persone fanno richiesta e a quante viene negata l’assistenza e perché. Dalle testimonianze sembrerebbe che i funzionari incaricati di registrare le richieste di assistenza e informare gli interessati a volte propongano “soluzioni alternative” non proprio ortodosse pur di evitare che il numero di assistiti lieviti.

Chiediamo pertanto al Lodevole Consiglio di Stato:

1. In media ogni funzionario quanti casi d’assistenza segue al mese? Quale è stata l’evoluzione del numero dei casi medi dal 2015 ad oggi? Nello stesso periodo quale è stata l’evoluzione della media a livello svizzero?

2. Chi controlla che le informazioni fornite ai richiedenti di assistenza sociale siano corrette?

3. Che formazione ricevono i funzionari che devono registrare le richieste di assistenza e consigliare i richiedenti?

4. A chi possono rivolgersi – media esclusi – i richiedenti di assistenza sociale che hanno l’impressione di non essere stati informati correttamente? Esiste un ombudsman per questi casi o un’istanza di mediazione?

5. Quante sono le domande inoltrate annualmente dal 2014, quante quelle rifiutate e i motivi

6. Quanto devono aspettare in media i richiedenti per ottenere una prestazione a cui hanno diritto? Come si mantengono nell’attesa?

7. Quanti disoccupati over 50 hanno richiesto l’assistenza dopo aver finito le indennità di disoccupazione senza trovare un nuovo impiego dal 2011 a oggi (media annuale)?

8. Quanti di questi disoccupati over 50 hanno ritrovato lavoro una volta entrati in assistenza?

9. I disoccupati over 50 che richiedono l’assistenza devono ritirare e consumare il secondo pilastro prima di ottenere l’assistenza?

10. Quanti sono i proprietari di immobili a cui è stata negata l’assistenza e quale è il valore mediano degli immobili in questione

11. Quante sono le coppie a cui è stato consigliato di divorziare per far ottenere l’assistenza a uno dei due coniugi?

12. Quanti sono gli stranieri con permesso B e C che hanno fatto richiesta di assistenza sociale? A quanti è stata negata e perché?

13. Quanti stranieri con permesso B e C che hanno fatto richiesta di assistenza sociale sono stati segnalati all’Ufficio della migrazione? A quanti è stato revocato il permesso?

14. Nell’approfondimento dell’USSI figura questa tabella da cui emerge che il 29,2% dei beneficiari esce dall’assistenza per “rottura di contratto”, un altro 27,8% perché riceve altre prestazioni (avs, ai, prestazioni sociali) e il 15 per “altri motivi”

a.

b. Cosa significa concretamente “interruzione di contratto?

c. Che casi comprende “altri motivi”?

d. Cosa significa concretamente “uscita verso IG LADI”?

e. Le prestazioni ricevute dall’assistenza devono essere rimborsate una volta che l’ex beneficiario ha ritrovato la sua autonomia finanziaria. Anche i beneficiari di AVS, AI, PC e altre prestazioni sociali cantonali sono tenuti a rimborsare le somme ricevute?

15. Come è calcolato il rimborso mensile se un ex beneficiario ritrova la sua indipendenza finanziaria?

 

1) Non è la prima volta che l’amministrazione cantonale fa prova di troppo “zelo” con persone che hanno lavorato e lavorano in Ticino da anni: ricordiamo solo il caso della signora calabrese, da anni attiva nel nostro cantone, a cui il Dipartimento delle istituzioni aveva consegnato un decreto di espulsione addicendo che il suo “centro di interessi” era in Calabria, dove di recava un paio di volte l’anno. Il Tribunale amministrativo cantonale ha sconfessato il DI definendo “al limite dell’assurdo” le motivazioni del dipartimento.

 

*Interrogazione del gruppo MPS-POP-Indipendenti – Simona Arigoni, Angelica Lepori, Matteo Pronzini del 7 agosto 2019.

 

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