18 Dicembre 2017

SIRIA – La dittatura, la guerra, la libertà, la pace

Alla sola parola “libertà”, il carceriere si spazientisce

Se la folla grida “libertà” si infuria.

Ci scaglia le sue fiamme.

E noi, noi urliamo:

“Traditore è chi uccide il suo popolo, quale che sia”.

Il popolo è come il destino.

Potente, quando si leva niente lo ferma.

Il popolo è come il destino.

La speranza è già là.

“Ahimè”, Canto in omaggio ai martiri di Daraa (di Samih Chukeir[1])

 

Sommario

 

- Le sollevazioni delle primavere arabe sono movimenti popolari contro i regimi dittatoriali e autoritari, contro l’ingiustizia e le disuguaglianze, l’oppressione e il disprezzo. Non sono i risultati di manovre delle potenze straniere. Né in Siria, né in Egitto o in Bahrein i popoli hanno complottato contro loro stessi.

- In Siria, per mesi, le centinaia di migliaia di manifestanti pacifici hanno chiesto riforme, parte dell’opposizione ha cercato di dialogare con il regime. Quest’ultimo ha finto di accogliere il principio di aperture democratiche, intensificando intanto la sanguinosa repressione e ha fatto la scelta della guerra intestina. Il regime ha vinto la sua sfida e ha imposto la guerra, ma ha perso perché si è dimostrato incapace di schiacciare militarmente l’opposizione.

- Il regime ha immediatamente denunciato un “complotto imperialista”, spiegando che la guerra in corso dipendeva dall’ingerenza straniera. Questo regime non ha mai messo in pericolo gli interessi degli occidentali, ne era negli ultimi anni un partner apprezzato. Questo, senza impedire la sua alleanza con la Repubblica Islamica dell’Iran, né i suoi buoni rapporti con la Russia. Attualmente, iraniani e russi contribuiscono al suo armamento per la guerra interna. Una volta innescata la guerra, le monarchie petrolifere e i paesi NATO, da parte loro, hanno appoggiato la resistenza. La guerra interna ha provocato l’ingerenza straniera, non viceversa.

Riecheggiando i veti americani relativi a Israele, i veti russi e cinesi al Consiglio di Sicurezza hanno limitato le pressioni internazionali contro il regime Assad. Molti hanno invocato l’intervento armato “come in Libia” per imporre la pace con la guerra. Se un intervento, che potrebbe essere solo “come in Iraq”, per il momento non è all’ordine del giorno, la guerra proseguirà, perché il regime non riesce a schiacciare l’opposizione e questa non può vincere l’esercito del regime. La pace può rovesciare la dittatura? L’inversione dell’escalation può modificare l’andamento della situazione? La fine dei combattimenti presuppone quella del regime esistente.

Un aspetto di forza del regime è connesso alle debolezze dell’opposizione, che ha difficoltà a incarnare un’alternativa credibile, includente, autonoma a causa delle sue divisioni e contraddizioni. La costituzione di una nuova “Coalizione” (che includa un CNS rinnovato) è in grado di suscitare una nuova dinamica? In questo contesto si deve prospettare un’intensificarsi ed estendersi della guerra? Oppure, con spaccature in seno al regime, la possibilità di uscire dalla guerra? O un processo che combina entrambi i corni della questione?

- Il prolungarsi della guerra interna distrugge la Siria di oggi e quella di domani. La logica di guerra alimenta la paura delle comunità, sviluppa l’odio, incoraggia i gruppi jihadisti. Mettere in scacco l’esercito di Assad accelererebbe il crollo del regime, ma una guerra generalizzata, con un intervento esterno, anche se facesse crollare Assad, ipotecherebbe il futuro della Siria e dell’intera regione. Occorre favorire tutte le azioni che provochino l’isolamento del clan Assad, la divisione del suo sistema, il rafforzamento delle organizzazioni della società siriana dentro il paese e fuori.

- I movimenti progressisti sono rimasti scandalosamente passivi e silenziosi di fronte al movimento popolare siriano durante la prima fase della rivoluzione siriana nel 2011. Sia nei Paesi arabi, sia nella vicina Europa, e nel mondo, questo silenzio, se non compiacimento, nei confronti della dittatura, non ha fatto altro che incoraggiarla nel suo progetto di guerra interna. Avendo questa guerra interna favorito la comparsa di gruppi salafiti o jihadisti, qualcuno vi ha scorto il pretesto per giustificare, nel 2012, la propria passività, o il proprio compiacimento, lasciando sole la resistenza civile e le forze democratiche siriane per tutto quest’anno. Rompendo con questa passività, con questo compiacimento, i movimenti progressisti devono sviluppare la solidarietà con la lotta del popolo siriano per la democrazia, la pace e la sicurezza di tutti e di tutte.

In Siria, la tragedia sembra protrarsi all’infinito. Si è superato il numero di 50.000 morti dall’inizio della sollevazione popolare nel marzo 2011; 30-40.000 persone sono ancora prigioniere e non si hanno notizie delle altre decine di migliaia. Il numero di profughi nei paesi confinanti o vicini – soprattutto in Turchia, Libano, Giordania – ha superato ampiamente i 400.000 ed è anche considerevole il numero delle persone che si sono spostate all’interno della Siria, sicuramente più di 3 milioni(ricordiamo che il totale della popolazione ammonta a poco meno di 21 milioni), Questo dramma ha suscitato la commozione delle opinioni pubbliche di molti paesi, ma questo non ha prodotto una concreta solidarietà, mobilitazioni significative sul piano politico, umanitario, materiale. Gli appelli di alcuni a un intervento militare e di altri alla fine delle ingerenze straniere non hanno avuto effetti, E nonostante le “mediazioni” e le “richieste di cessate il fuoco”, le concertazioni diplomatiche e i negoziati tra le quinte, la guerra continua ad estendersi. La guerra? La guerra di chi contro chi? La guerra come?

 

Una guerra popolare o un complotto imperialista?

 

La rivolta iniziata nel marzo 2011 nel sud è dilagata in tutto il paese. I manifestanti rivendicavano giustizia, libertà, fine della dittatura e dell’assoluto possesso delle ricchezze del paese da parte del clan Assad-Makhluf, un regime democratico. Se il movimento si è sviluppato così rapidamente è stato a causa delle frustrazioni accumulate da decenni, dopo le promesse non mantenute di apertura, agli inizi degli anni Duemila, la crescita delle disuguaglianze, della corruzione ai massimi livelli dello Stato, le nuove ondate repressive.

Da questo punto di vista, la Siria di quegli anni non era affatto diversa (se non peggiore) dagli altri paesi dell’area, dove si ignoravano le aspettative democratiche, si imprigionavano gli oppositori, si reprimevano i movimenti sociali. Tutte queste dittature e questi regimi autoritari hanno goduto dell’appoggio delle potenze occidentali, come anche di quello delle monarchie petrolifere arabe, inclusa, da anni, la dittatura siriana.

Contro simili regimi, un’ondata di contestazione ha scosso l’intera regione, provocato la caduta di Ben Ali, di Mubarak e di Gheddafi, la destituzione di Saleh nello Yemen, è stata repressa dall’esercito saudita nel Bahrein, si è sviluppata dal Marocco all’Iraq. Ovunque, le rivendicazioni sono state le stesse: giustizia sociale, libertà, stato di diritto, democrazia. Dappertutto, portate avanti da movimenti popolari, in particolare giovanili, dall’Atlantico al Golfo.

I movimenti sono stati diversamente valutati dagli alleati di questo o quel regime. I governanti sauditi e israeliani non si sono dispiaciuti per la caduta di Gheddafi, ma sono stati profondamente scossi dalla caduta del loro amico Mubarak. I mollah conservatori iraniani hanno considerato legittima la lotta contro l’oppressione nel Bahrein, ma illegittima la stessa lotta a Damasco.

Quel che soprattutto stupisce è constatare come anche Stati, movimenti, persone che si richiamano all’antimperialismo o alla democrazia abbiano “passato al setaccio” le lotte popolari, o le abbiano respinte. È costernante vedere “progressisti”, da Algeri a Caracas, spiegare come i movimenti, alla fin fine, non siano se non le conseguenze di manovre per far crollare regimi così “antimperialisti” come quelli di Gheddafi e della famiglia Al Assad, pur alleati degli americani e degli europei e sfruttatori dei loro popoli! Incredibile vedere certuni spiegare che, nei paesi arabi come in altre zone del mondo, l’ondata popolare araba sostanzialmente si riduca a una “manipolazione”, allo strumento di un “complotto” organizzato da qualche parte tra Washington e Riad per insediare al potere islamisti filoccidentali! E, questo, soprattutto in Siria, quasi che il popolo siriano avesse organizzato un “complotto” contro se stesso!

 

La guerra di un regime contro il suo popolo o la guerra civile

 

Cosa succede in Siria da venti mesi? Un movimento popolare (è incontestabile), duramente represso da un regime (anche questo non molto contestabile), o una guerra civile tra opposte fazioni come quelle conosciute in Libano dal 1975 al 1990 e in Iraq dal 2004 al 2009?. O le due cose insieme?

Quando la polizia ha rimandato a casa, dopo averli abbondantemente torturati, ragazzini di Daraa colpevoli di avere scritto sui muri “Il popolo vuole la caduta del regime”, il potere abituato a questo tipo di brutali misure intimidatorie, si aspettava che questo bastasse a dissuadere eventuali contestatori. Il risultato è stata la mobilitazione generale degli abitanti della regione poi, dopo la morte di decine di manifestanti per le pallottole dei tiratori scelti del regime, il progressivo espandersi del movimento ovunque nel paese fosse possibile manifestare.

Le manifestazioni erano pacifiche, e lo sono rimaste malgrado le centinaia di morti provocati dalle forze di sicurezza e dalle milizie chabbiaha [dei ladroni] del regime. Le parole d’ordine erano chiare: unità del popolo, libertà, riforme. All’epoca, le manifestazioni inalberavano ancora la bandiera rosso-bianco-nero con due stelle verdi.[2]

Di fronte all’enorme contestazione, il regime ha mobilitato i suoi sostenitori, pur continuando a parlare di cambiamento. Le velleità riformatrici erano tuttavia smentite quotidianamente di fatto, visto che si sparava su ogni manifestazione, con la propaganda che si scatenava contro i “terroristi islamici” e altri “complotti stranieri”, e gli arresti massicci ininterrotti. Alla fine della primavera del 2011, il regime ha però permesso che alcune personalità dell’opposizione liberale o di sinistra (ma non i Fratelli musulmani),[3] alcune appena uscite di prigione, si riunissero a Damasco.[4] Anche qui, il dialogo non è durato molto, la politica di sanguinosa repressione si è accentuata, con il ricorso massiccio ai blindati e agli elicotteri, quindi il bombardamento di quartieri ribelli. Senza rinunciare a raduni e manifestazioni, i manifestanti hanno organizzato, agli inizi localmente, gruppi di autodifesa, poi l’embrione dell’Esercito Siriano Libero rafforzato dai disertori dell’Esercito ufficiale. La bandiera verde-bianco-nera dell’indipendenza[5] ha sostituito quella rosso-bianco-nera, a significare l’indispensabile cambiamento di regime.

La commedia delle riforme è consistita nel parlare, nella primavera del 2001, di “pluralismo”[6] e di “dialogo nazionale”, e anche nel nominare un ministro della “riconciliazione nazionale”. È stata completata all’inizio del 2012 con l’organizzazione di “elezioni”, naturalmente vinte dal Baas.[7]

La realtà della politica del regime è stata la concretizzazione della scelta bellica. Di fronte all’alleanza senza precedenti nella storia del paese dell’intellighenzia (soprattutto i giovani studenti) con gli strati popolari, il regime ha deciso diarginare con la forza la contestazione. Ha proceduto, da un lato, con arresti massicci di centinaia di migliaia di giovani, perlopiù rilasciati dopo torture e intimidazioni, ma facendone tranquillamente fuori alcune migliaia, e dall’altro lato ha organizzato aggressioni militari contro alcuni quartieri popolari. La scelta di guerra, preannunciata da un discorso di Bachar[8] fin dall’inizio della crisi, aveva l’obiettivo di intimidire i giovani delle superiori e di impedire il controllo dell’opposizione su città e quartieri, se necessario distruggendoli.[9]

Tuttavia, ancor più grave, ha fatto la scelta di una vera e propria guerra interna generalizzata all’esplicito scopo di spingere ovunque allo scontro armato con gli oppositori (con il regime che credeva di ottenere una vittoria militare sicura), assicurandosi al tempo stesso l’incondizionato appoggio dei suoi sostenitori volontari o costretti (le alte sfere dello Stato, i membri del pletorico apparato di sicurezza e le loro famiglie). La scelta bellica comportava la polarizzazione, il tutto o niente, per dissuadere eventuali attori interni o alleati esterni dal contestare il ruolo guida del clan Assad-Makhluf o dall’assumersi il rischio di una rivoluzione di palazzo (il regime senza Assad). La guerra consisteva anche nell’impugnare la minaccia della divisione confessionale ed etnica in ragione del “terrorismo islamico” (sunnita) per tenere strette a sé, volenti o nolenti, le minranze confessionali o etniche. Il discorso di un regime che difende le minoranze non riguarda solo gli alauiti (la confessione del clan Assad), ma anche i vari sciiti e cristiani o i drusi e le minoranze palestinese e kurda (pur se, quest’ultima, largamente repressa dal regime). La scelta di guerra doveva inoltre permettere in questo modo al regime di segnalare alla borghesia di Damasco e di Aleppo (in generale sunnita) che, di fronte al caos, solo la sua vittoria militare avrebbe consentito il ritorno all’“ordine”, quindi alle condizioni che le avevano permesso negli ultimi anni di arricchirsi.

In certa misura, il regime ha vinto la sua sfida: la guerra interna si è sviluppata effettivamente. Dopo 6 mesi di manifestazioni pacifiche (e già oltre 10.000 morti), sono emersi gruppi armati di autodifesa, poi parte dell’opposizione ha superato lo stadio difensivo. L’ESL e varie milizie si sono messi in riga, hanno fatto la loro comparsa combattenti islamisti jihadisti (una minoranza dei quali stranieri). Come si era visto in Iraq, intere comunità sono fuggite dai villaggi o quartieri in cui erano minoritarie, in ceri posti scontri hano visto contrapporsi alauiti e sunniti. Gran parte della popolazione, favorevole alle riforme ma posta di fronte alle battaglie di strada, ha avuto la sensazione che alcuni combattenti dell’opposizione la prendessero in ostaggio, la sensazione di essere stretta tra l’incudine e il martello…[10]

Il regime, tuttavia, ha anche perso ormai questa scommessa. Se non è sprofondato, dopo vari mesi di intensi scontri non è riuscito a distruggere l’opposizione nonostante la sproporzione delle armi a suo vantaggio, l’unità del suo comando di fronte all’opposizione frammentata, la sua totale padronanza dello spazio aereo. Ha conosciuto anche gravi rovesci in alcune zone, ha dovuto abbandonarne altre, e ha anche dovuto lasciare che le milizie kurde del Partito dell’unità democratica (PYD, ramo siriano del PKK) assumessero il controllo del nord-est del paese.

La guerra che infuria in Siria da parecchi mesi è in primo luogo una guerra interna, quella di un regime contro la maggioranza del popolo. Una guerra che sta progressivamente provocando la disgregazione del paese.[11]

 

Una guerra a causa dell’ingerenza straniera?

 

Riprendendo la retorica che è sempre stata la sua da quarant’anni ogni volta che si è trovato in difficoltà, il regime Assad ha denunciato n complotto straniero (“imperialista, sionista, reazionario arabo”).

Per diverse varietà di suoi sostenitori, o per diverse varietà di imbecilli, è scontato: la crisi è il prodotto dell’ingerenza degli imperialisti, dei sionisti e del reazionarismo arabo. Qualcuno di loro, tuttavia, capisce che è difficile ridurre a un complotto straniero una sollevazione popolare come questa, e quindi se questa non è una “manipolazione straniera”, lo è l’impossibilità di trovare uno sbocco pacifico a causa della resistenza armata al regime, che sarebbe esclusivamente frutto dell’ingerenza dell’Occidente (Stati Uniti e Francia in testa) e delle monarchie del petrolio (Arabia Saudita e Qatar in testa).

In realtà, il movimento pacifico popolare siriano ha messo in profondo imbarazzo le potenze mondiali e dell’area.

Il regime, emerso dal colpo di Stato antirivoluzionario del 1970,[12] non è mai stato un burattino degli occidentali, come neanche dell’URSS, sapendo regolarmente giostrarsi con gli uni e con l’altra.

Israele non ha avuto di che lamentarsi di Assad padre, che ha distrutto la forza militare dei palestinesi in Libano nel 1976 e garantito la calma sul confine del Golan dal 1973, e se ha sostenuto Hezbollah, lo ha fatto in una posizione difensiva. Gli americani ne hanno apprezzato l’appoggio contro Saddam Hussein nel 1990. Negli ultimi anni, il regime convertitosi ai “benefici” del neoliberismo (a maggior profitto del clan Assad-Makhluf) era considerato in Occidente un partner affidabile, se non privilegiato (Sarkozy). Nel 2011, di fronte alla contestazione nel quadro della primavera araba, l’opzione preferita delle cancellerie occidentali era quella di una liberalizzazione progressiva e controllata del regime, se necessario conservando Bachar alla presidenza. La Turchia era più favorevole a questo di chiunque altro, avendo appena negoziato lo storico accordo politico-economico con la Siria, quello di aprire le frontiere ed eliminare i visti. Sarebbe troppo lungo fare qui la storia dei rapporti tra la famiglia Assad e i Sauditi, rapporti che a volte sono stati eccellenti (ad esempio durante la crisi del Kuweit). Quel che è certo è che a primavera del 2011 i sauditi non vedevano di buon occhio l’ascesa dei movimenti della primavera araba, né al Cairo né a Damasco.

È di vecchia data l’alleanza strategica tra la Repubblica islamica dell’Iran e la Siria baasista “laica”. Non ha all’origine la confessione alauita (una branca dello sciismo) della famiglia Assad, ma interessi convergenti. Per far fronte all’altro baasista, il nemico Saddam Hussein, aggressore dell’Iran e sempre sospettato di voler fomentare un colpo di Stato a Damasco.[13] Per essere in grado di dissuadere Israele, specie dopo la fine della trasformazione del territorio siriano in santuario attraverso l’assistenza militare sovietica. E, soprattutto, a proposito del Libano: in questo paese, la prima fase della guerra civile (1975-1982) ha provocato l’eliminazione del campo palestinese-progressista (soprattutto grazie all’esercito siriano) e l’indebolimento di quello cristiano filoisraeliano, consentendo la dominazione siriana sui quattro quinti del territorio.[14] Nella seconda fase della guerra (1982-1990, la resistenza all’occupazione israeliana ha impegnato una forza nuova e indipendente, il partito sciita libanese Hezbollah, sostenuto con forza dall’Iran. Da quel momento l’alleanza tra Iran, Hezbollah e il Baas siriano diventava evidente e ha retto da trent’anni. Infine, nel contesto di accerchiamento che conosce attualmente l’Iran, la conservazione di un potere amico a Damasco costituisce una priorità per la “mollahcrazia” al potere, indipendentemente dalle tendenze confessionali. Sembra che a Teheran qualcuno avrebbe preferito un regime più flessibile di fronte alla contestazione, ma una volta che questo aveva optato per una micidiale fuga in avanti non c’era altra scelta possibile che quella di appoggiarlo.

A metà degli anni Sessanta, l’URSS contava numerosi amici e partner nel mondo arabo, e non dei minori (Egitto, Algeria, Iraq…). Agli inizi del XXI secolo, l’ultimo partner della Russia rimaneva… la Siria. Non sono soltanto interessi economici e strategici (la base navale russa di Tartus) ad avere spinto la Russia di Vladimir Putin ad ergersi a scudo politico del regime Assad (con i suoi veti all’ONU) e a sostegno militare con le sue forniture di armi, quanto piuttosto l’intenzione russa di confermare la sua qualità di potenza, la sua influenza in quest’Oriente così vicino.[15]Quanto ai veti cinesi all’ONU, sono soprattutto “anti-egemonici”: impedire agli occidentali di fare quel che vogliono, ma anche “anti-disordine”; la contestazione dei regimi in carica da parte della primavera araba è molto malvista a Pechino. Ma se ce ne fosse bisogno, come fa oggi in Libia, la Cina si potrebbe anche adeguare a un nuovo regime.

In breve, nel 2011, quando il movimento popolare si sviluppa, si tratta piuttosto di una “rivoluzione che il mondo vuole fermare”, per riprendere l’espressione di un militante di sinistra siriano, Khalil Habash,[16]che non di una sovversione che alcuni vorrebbero appoggiare.

Naturalmente le grandi potenze non hanno mai smesso di intervenire nella regione e di interessarsi della Siria. Questa volta, però, le “ingerenze straniere” seguiranno gli sviluppi della guerra interna, una volta fatta questa scelta dal regime.

Principale ingerenza, quella dell’Iran, che assicura un sostegno finanziario molto importante a Bachar, soprattutto per consentirgli di pagare il suo apparato repressivo, e un aiuto militare diretto (2.500 soldati scelti), mentre Hezbollah fornisce quadri militari. La Russia mantiene l’approvvigionamento di armi e munizioni e garantisce il supporto tecnico (soprattutto nell’aviazione),

Quanto agli interventi occidentali e arabi, sono di vario ordine. Dopo aver tentato per mesi di svolgere un ruolo di mediazione e di far pressione sul regime, Recep Tayep Erdogan, il capo del governo turco, ha ufficialmente rotto con Bachar al-Assad e la Turchia ha appoggiato (soprattutto politicamente) gli oppositori. Se gli occidentali non hanno assolutamente mai previsto un intervento armato di tipo libico, è evidente che i loro servizi speciali non sono inoperanti nella zona (in particolare, americani, turchi e francesi). Personalità o governi arabi, soprattutto del Qatar e dell’Arabia Saudita, arrecano un apporto finanziario (e sicuramente anche più di questo) ad alcuni degli oppositori. E a partire dalla fine del 2011, si è constatata la presenza di combattenti jihadisti non siriani, sicuramente sorretti da sauditi. Ma nel momento in cui sto scrivendo, le forze armate dell’opposizione non hanno goduto di nessunissima fornitura da qualsiasi provenienza, in armamenti pesanti o antiaerei efficaci.

La guerra siriana non è un prodotto d’importazione, ma soprattutto la conseguenza della politica del regime e della sua scelta della strada della repressione militare alla fine dell’estate 2011. I vari interventi delle forze esterne, favorevoli od ostili al regime, sono stati organizzati in seguito, in funzione della situazione della guerra interna.

 

La pace tramite la guerra? O la fine della dittatura tramite la pace?

 

I gesti dell’ONU per ottenere il cessate il fuoco, l’invio di osservatori, le mediazioni dei suoi inviati, Kofi Annan e Lakdhar Brahimi, non hanno avuto alcun effetto. Il regime era convinto che il protrarsi della guerra gli avrebbe consentito di liquidare l’opposizione, e l’opposizione che la guerra avrebbe a lungo andare eroso il regime. Soprattutto, però, i mediatori non disponevano né di un mandato chiaro né di strumenti di pressione sul regime. I veti russi e cinesi contro qualsiasi risoluzione del Consiglio di sicurezza hanno protetto meno la Siria da un intervento armato della NATO che non alleggerito la tensione sul regime repressivo, assicurandogli la capacità di proseguire la sua guerra interna. Da questo punto di vista, proprio in questa regione gli americani hanno da tempo dimostrato l’efficacia di tali veti, per proteggere da pressioni efficaci il regime aggressivo e occupante di Israele.

Si sono levate voci per richiedere che la “comunità internazionale”, in primo luogo gli occidentali, intervengano militarmente per imporre in qualche modo la pace attraverso la guerra. In Francia, l’ineffabile Bernard Henry Levy faceva appello all’azione fin dal luglio 2011 (iniziativa allora totalmente rifiutata dagli oppositori siriani). Ad ottobre 2012, lo stesso e qualche suo amico invocavano l’intervento d’urgenza, “come in Libia, sia per far cadere Assad, sia per impedire lo sviluppo dell’“islamismo radicale in tutte le sue forme”.[17]

Da parte dei governi della NATO, e più ancora dei principali Stati, nessuno è favorevole a un intervento “come in Libia”, temendo piuttosto le difficoltà di un intervento delicatissimo “come in Iraq”, senza avere gli strumenti per affrontarne le conseguenze: combattimenti difficili, un’occupazione rischiosa, conseguenze regionali devastanti…

E dal versante delle opposizioni siriane? Il libanese Gilbert Achkar osservava, nell’autunno 2011, che i siriani “potevano sognare uno scenario alla libica temendo una realtà irachena”: “L’impressione oggi prevalente è che l’intervento straniero [in Libia] ha impedito che la sollevazione libica venisse schiacciata, e che se questo fosse avvenuto avrebbe posto fine al processo rivoluzionario nel complesso della regione araba. L’intervento ha consentito ai ribelli libici di liberare il proprio paese dalle grinfie del brutale dittatore con un costo che resta molto al di sotto di quello che hanno dovuto pagare gli iracheni per liberarsi dal regime tirannico di Saddam Hussein con un’invasione straniera (…). La conseguenza della differenza tra la Libia e l’Iraq è che, mentre il secondo esempio è alquanto respingente agli occhi dei Siriani, l’esempio libico ha istillato nell’animo di molti il desiderio di imitarlo. Questo si riflette nei crescenti ppelli a un intervento militare dopo la liberazione di Tripoli, al punto che la giornata di mobilitazione del venerdì 28 ottobre [2011] è stata posta all’insegna della richiesta di ‘zona di esclusione aerea’”.[18]

L’anno dopo, nell’autunno 2012, l’eventualità di un intervento esterno diretto a terra è sempre poco probabile. Un intervento limitato all’“esclusione aerea” del tipo no-fly zones praticato in Iraq o in Bosnia all’inizio degli anni Novanta[19]non è stato (per il momento?) preso in considerazione, e non avrebbe il mandato dell’ONU. L’assistenza militare alla forze d’opposizione è troppo limitata per permettere loro di avere la meglio, rifiutandosi finora gli occidentali di fornire, direttamente o tramite Qatar, armi antiaeree a una resistenza diffusa, e divisa, armi che, “cadendo in cattive mani”, potrebbero poi ritorcersi contro Israele o la Turchia…

L’indefinito protrarsi della guerra interna non è esso stesso l’annuncio di una soluzione rapida. Poiché il potere non è in grado di distruggere la resistenza e l’opposizione non è in grado di sfaldare l’esercito del potere.

Se la pace non è possibile attraverso la guerra, la fine della dittatura è possibile per il ritorno alla pace?

Agli inizi degli anni Duemila, i “dissidenti”[20] avevano tentato di discutere con il regime, senza successo. Un certo numero di questi avevano cercato di negoziare una transizione politica nella primavera 2011, ma abbiamo visto che il potere ha finto di organizzare concertazione (assai limitata) e riforma (fittizia), mentre stava scegliendo la guerra. Malgrado tutto, varie frazioni dell’opposizione (vedi sotto) hanno continuato a ricercare il dialogo, con varie correnti pro-regime, con i suoi sostenitori esterni (soprattutto russi), per promuovere una dinamica di disinnesco dell’escalation, per andare verso l’arresto dei combattimenti e poi un regime transitorio (senza Assad?). Finora, nessun effetto.

Mentre la guerra si è estesa, a metà del 2012, alcuni hanno proposto una via di riappacificazione. Gregorio III Laham, patriarca dei cattolici della Siria,[21], che ha chiesto ai cristiani di non partecipare ai combattimenti, ha lanciato l’appello a una campagna internazionale per realizzare la riconciliazione, e a sostenere le iniziative sul campo del movimento Mussalaha (riconciliazione), l’unico canotto di salvataggio per la Siria.[22]Questo movimento che intende proporre un’alternativa alla violenza o all’intervento armato dall’esterno, è riuscito ha trattare il cessate il fuoco locale a Homs. Ha goduto del sostegno attivo della principale Chiesa cristiana, nonché del piccolo Partito della volontà popolare (comunisti dissidenti), membro dell’“opposizione tollerata”;[23]e vuole collaborare con il “ministro della riconciliazione” del regime. Molti siriani si interrogano sulle motivazioni dei promotori di Mussalaha, delle chiese cristiane e o della sinistra tollerata, preoccupati delle dichiarazioni pro-regime di importanti dignitari cristiani (cattolici e ortodossi).[24]La dinamica Mussalaha è difficilmente immaginabile “dall’alto” sul piano nazionale con il regime così com’è e come si muove… Ma questa dinamica può estendersi localmente “dal basso”?

Alla scommessa della via pacifica per uscire dalla dittatura, quella della maggioranza dei movimenti del 2011, il potere scosso ha risposto con la guerra. Così, a fine 2012, il ritorno preliminare alla pace per ottenere il crollo del regime sembra illusorio. Ma la conservazione del regime com’è significa il perpetuarsi della guerra. Intere comunità sono state spostate, o se ne sono andate all’estero. Ogni giorno di guerra aggiunge un giorno di odio… Fino alla pace delle tombe?

 

L’opposizione può fare la guerra? E la pace?

 

Uno degli elementi di forza del regime, e dunque del fatto di perpetuare la guerra, è la debolezza politica dell’opposizione, che non ha dato la sensazione di poter offrire un’alternativa corrispondente alle aspirazioni di tutti/e, alle rivendicazioni delle diverse categorie sociali e alle diverse comunità siriane, lo scenario di costruzione di uno Stato democratico e indipendente.

L’opposizione ha inteso costituire la rappresentanza unificata con il Consiglio nazionale siriano (CNS), creato nell’ottobre 2011. Il CNS che raccoglie membri di differenti partiti e movimenti, Fratelli musulmani, nazionalisti laici, democratici dissidenti della Dichiarazione di Damasco, ecc., è apparso come un tentativo di replica del Consiglio nazionale di transizione libico. Ha goduto della simpatia degli occidentali, di diversi paesi arabi (tra cui l’Arabia Saudita), del sostegno attivo del Qatar e della Turchia e qualcuno vi ha visto uno strumento influenzato, impegnato a legittimare l’intervento militare esterno (che tuttavia non è all’ordine del giorno). Soprattutto, il CNS non è riuscito a imporsi come quadro politico unitario della resistenza, rappresentativo di tutte le tendenze. Si è criticato il peso importante al suo interno dei Fratelli musulmani, il prevalere degli esuli di lunga data molto lontani dai movimenti dell’interno. I pochi delegati dei Comitati di coordinamento locali (CCL) organizzatori delle lotte sul campo hanno rapidamente sospeso la loro partecipazione.

Il CNS ha avuto la concorrenza del Comitato di coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (CCNCD), con quest’ultimo che pretendeva di essere il portavoce della “maggioranza silenziosa”. Raggruppamento di membri di vecchi partiti o gruppi marxisti o nazionalisti arabi, esso ha soprattutto cercato di ottenere l’appoggio diplomatico dei paesi arabi, di discutere con i russi o i cinesi, di trovare interlocutori in seno al regime, sembrando così ben lontano dai giovani militanti attivi sul campo. Le forze politiche che compongono il CCNCD sono più o meno regolarmente considerate dal regime “opposizione nazionale”, ma questo non ha la minima conseguenza[25]quanto all’apertura di un dialogo per porre fine alla guerra interna.

Varie personalità hanno cercato di creare passerelle o luoghi di convergenze, tra cui il Forum Democratico Siriano, su iniziativa di vecchi dissidenti quali Michael Kilo o Samir Aita, raggruppando democratici progressisti.

Sicuramente con l’appoggio del governo egiziano, lo stimatissimo sostenitore dei diritti dell’uomo Haytham al-Maleh ha cercato di costituire nel luglio 2012 un governo in esilio al Cairo, senza successo.

Per tutta la prima fase del movimento, le mobilitazioni erano organizzate dai Comitati di coordinamento locali, che a loro volta si coordinavano a livello regionale e per quanto possibile nazionale, sorretti soprattutto dalle reti informatiche, blogger e internauti dentro e al di fuori del paese. I CLC e le reti informatiche largamente composte da giovani sono stati presi particolarmente di mira dal potere e centinaia di militanti sono stati uccisi.

Con lo sviluppo della guerra, la posta in gioco oggi per i CLC, e per la resistenza civile più in generale, è padroneggiare l’operato dei gruppi armati, a volte costituiti senza di essa (a volte contro).

La componente principale della resistenza armata è l’ESL (Esercito siriano di liberazione), formato in partenza da gruppi di militari disertori, con l’appoggio di esperti stranieri e soprattutto di turchi, con lo Stato maggiore e cinque regioni militari interne. Si considera l’esercito professionale della futura repubblica siriana. Dipendeva in teoria dal CNS fino a novembre 2012.

Tuttavia, accanto alle unità dell’ESL esistono diversi tipi di gruppi armati. Le milizie locali (o micro-locali) costituite dagli abitanti di questo o quel quartiere o comunità, dipendenti più o meno o per niente dal CLC. Le milizie kurde, connesse alle organizzazioni politiche kurde soprattutto il DYP (PKK, vedi sopra). Le milizie islamiste salafite in generale sostenute dai Sauditi. Le milizie jiahidiste che si richiamano più o meno ad al-Qaida, spesso costituite da combattenti molto sperimentati, con molti che hanno combattuto gli sciiti e gli americani nella guerra civile irachena (tra cui varie migliaia di siriani). In queste due ultime categorie si possono trovare “brigate islamiste libiche”,[26]irachene, giordane e di altri paesi. Sul campo, gli islamisti radicali jihadisti o salafiti spiegano a chi vuol ascoltarli la “doppiezza dell’Occidente”, l’inazione internazionale che vuol dire per loro che preferiscono il regime. Ne traggono la giustificazione della loro guerra santa contro i “crociati” (occidentali) e altri kafiri (miscredenti, non solo i baasisti ma anche oppositori laici) o le comunità alauite, sciite e cristiane in quanto tali. Spiegano che gli insorti devono contare solo su se stessi e vincere solo questa guerra per l’“instaurazione di uno Stato islamico giusto”.[27]

Agli inizi di novembre di quest’anno, Hilary Clinton sconfessava il CNS, “non sufficientemente rappresentativo” e troppo “distante dall’interno”. Sotto pressione, il CSN decideva di aprire, di portare alla sua presidenza un noto militante progressista, George Sabra, ex comunista[28]e membro della comunità cristiana. Il CNS accettava di essere rappresentato minoritariamente in una nuova alleanza, la Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione, formatasi per impulso del rispettatissimo oppositore storico Riad Seif (liberale), con alla testa lo sceicco Ahmad Moaz Al-Khatib, noto intellettuale musulmano, per principio aperta a tutte le correnti, incluso ai Comitati locali di collaborazione (CLC) e, sembra, ai militanti del Forum democratico (FDS).

Questa coalizione, sostenuta dal Qatar e dalla Lega araba, immediatamente riconosciuta dalla Francia, dovrebbe piuttosto rapidamente costituire una sorta di Governo provvisorio. Per fare che cosa?

Forse:

-La guerra. Sperando, grazie al suo riconoscimento internazionale, di ottenere per l’ESL armi capaci di far arretrare le truppe di Assad (soprattutto armi antiaeree). Ed essere accettato come rappresentante politico dalla forze armate non jihadiste della resistenza interna;

-Fare politica, Trattare, sperando che questa nuova visibilità politica dell’opposizione, insieme all’indebolimento politico e militare del regime, provochi defezioni nel campo del potere, consenta di discutere con settori “critici” in seno al sistema[29]e favorisca la caduta del clan Assad-Makhluf;

-Proporre un’alternativa. Dopo il crollo del regime, una soluzione inclusiva, aperta a tutte le comunità, che esca dalla logica dei settarismi, in rottura con i jihadisti radicali, la cui influenza militare e politica cresce di battaglia in battaglia?

Forte dei suoi appoggi occidentali e arabi, la Coalizione riuscirà senza dubbio a raggiungere il primo obiettivo e a rafforzare le posizioni militari della resistenza. Cosa che non è una garanzia di riuscita delle altre tappe su cui esistono disaccordi. Tanto più che le difficoltà degli oppositori non sono solo dovute alle divergenze storiche, ideologiche, politiche delle varie componenti e ai difficili rapporti tra gruppi esterni e resistenza interna., ma anche alle influenze dei “padrini” e sostenitori esterni, americani, francesi, turchi, qatariani, sauditi, egiziani…, con le loro rispettive agende.[30]

 

Fermare l’orologio della morte

 

Il protrarsi della guerra interna, voluta dal clan Assad-Makhluf sta distruggendo il futuro. Non è solo l’economia del paese ad essere in rovina, con le infrastrutture distrutte. I combattimenti, e le atrocità che li accompagnano, provocano la paura nelle comunità e alimentano l’odio. I gruppi armati jihadisti si rafforzano, mentre centinaia di giovani militanti che hanno cominciato e organizzato nel 2011 la battaglia democratica, sono morti e mancheranno alla futura Siria.

Se, in un modo o nell’altro, l’intensità della guerra imposta si attenua, la gente è disposta a riprendere la propria rivoluzione pacifica. Quando i siriani hanno sperato in un vero cessate il fuoco, al momento della missione di Kofi Annan, c’è stato immediatamente un “significativo aumento del numero delle manifestazioni e dei manifestanti, visto che ci sono stati più di 770 punti di partenza di manifestazioni, sul piano nazionale, con la parola d’ordine; ‘Una rivoluzione per tutti i siriani’, cioè il ritorno alla forma iniziale delle parole d’ordine rivoluzionarie”.[31]

Durante tutta la fase della sollevazione pacifica, nel 2011, il movimento siriano non ha beneficiato di un sostegno massiccio, visibile e concreto, da parte di forze progressiste o democratiche esterne, nei paesi arabi come nel resto del mondo. La passività ha incoraggiato il regime nel suo obiettivo di guerra, ma anche gli islamisti radicali e i loro sostegni sauditi. Con lo sviluppo della guerra interna, come deplora Khalid Habash: “è drammatico vedere tante forze nella sinistra internazionale o schierarsi dietro il presunto campo degli Stati antimperialisti che non rappresenta per niente le popolazioni, o respingere insieme la dittatura e gli insorti per timore degli integralismi religiosi, denunciando una guerra civile che prenderebbe in ostaggio la popolazione, e rammaricandosi per una militarizzazione della rivoluzione che però è completamente da imputare al regime”.[32]

I movimenti che intendono manifestare la propria solidarietà con il popolo siriano e lottare per la pace si trovano di fronte a un dilemma simile a quello incontrato quando avevano voluto esprimere la propria solidarietà con il popolo della Bosnia e lottare per la pace in Jugoslavia.[33]Ci si deve appellare a un intervento militare esterno, a rischio di aggiungere guerra alla guerra, di convalidare un’aggressione imperialista? Questa, nel caso siriano verrebbe a succedere ad altri interventi dello stesso genere: in Libano o in Iraq, di cui il minimo che si possa dire è che non hanno contribuito alla pace e alla democrazia nella regione. Bisogna invece, mobilitandosi contro questo interventismo, accettare l’idea che la lotta per la pace presupponga la “neutralità” tra il movimento popolare e il regime, in nome di un’astratta solidarietà a un astratto popolo siriano, che si traduce nei fatti in una passività che favorisce la dittatura?

La solidarietà non è la via di mezzo fra le due posizioni, ma consiste nel rispondere alle richieste dei militanti siriani (quelli che si battono per la democrazia e il ritorno alla pace civile), pur senza ignorare le complessità e diversità delle loro lotte. Rifiutare l’intervento esterno non significa, all’interno, rifiutare il diritto dei siriani a difendersi. Combattere le ingerenze straniere (iraniana, russa o occidentale e del Golfo) significa aiutare i siriani a poter operare in piena indipendenza.

La solidarietà deve esercitarsi in varie forme, ad esempio:

● Garantire un aiuto urgente ai profughi nei paesi vicini e per quanto è possibile a chi ha dovuto spostarsi all’interno del paese, rispondere ai bisogni elementari di cibo, sanità, istruzione. L’aiuto solidale deve inoltre contribuire a impedire l’isolamento, l’inquadramento, il controllo dei profughi in campi più o meno chiusi, facilitare l’autorganizzazione dei gruppi di profughi, l’accesso all’informazione, la libertà di circolazione delle persone…;[34]

● Sostenere i mezzi di comunicazione e le reti d’informazione siriane e regionali ibere e indipendenti;

● Organizzare la solidarietà con il movimento democratico e popolare siriano nella sua diversità, aiutandolo a disporre di mezzi d’espressione, di organizzazione e di discussione nei vari paesi e soprattutto in Europa e nel mondo arabo. Permettere una vasta partecipazione di militanti della società civile siriana al Forum sociale mondiale di Tunisi nel marzo 2013.

● Organizzare collettivi e coordinamenti di solidarietà con la Siria in ogni paese, come pure a livello regionale o locale;[35]

● Ottenere che ogni disertore possa ottenere l’asilo in altri paesi, se lo richiede;

● Appoggiare tutte le iniziative di dialogo intercomunitario, di rifiuto di scontri etnici e confessionali;

● Appoggiare i tentativi che vanno nella direzione di fermare i combattimenti e di consentire una dinamica verso una soluzione politica basata su libere elezioni, un processo costituzionale, un governo di transizione;[36]

● Sviluppare tutti i contatti possibili con la società civile siriana, organizzare le solidarietà omologhe (ad esempio degli universitari con gli universitari, come fa in Francia il sindacato SNESUP-FSU;[37]

● Creare strutture di cooperazione a lungo termine sul modello di ciò che si è fatto per altri paesi della regione.[38]

Occorre anche sostenere: l’indipendenza e l’integrità della Siria; il rifiuto delle tutele straniere; il rifiuto di ogni intervento militare; tutte le iniziative per la pace e la giustizia nella regione; la fine delle occupazioni, a partire da quella del Golan siriano; la fine delle aggressioni, a cominciare da quelle israeliane; occorre rispettare: i diritti dei kurdi in ogni paese della regione; impedire una nuova guerra con l’Iran; difendere la pace civile in Libano.

La pace, la sicurezza e la democrazia si costruiranno, per tutti i popoli della regione.

(20 novembre 20012)

 

* Bernard Dreano è presidente del CEDETIM (Centro di studi e di iniziative di solidarietà internazionale) ed è animatore dell’Assemblea europea dei cittadini (Helsinki Citizens’ Assembly France). La traduzione in italiano è stata curata da Titti Pierini per il sito http://antoniomoscato.altervista.org/.

 

[1] Tradotto e pubblicato in: http://egyptesolidarite.wordpress.c...

[2] La bandiera della Repubblica Araba Unita (unione Siria-Egitto del 1958-1961), ridiventata ufficiale nel 1980, dopo diverse varianti. Sempre a simboleggiare il progetto baasista di unità araba.

[3] Corrente nella quale sicuramente si riconosce una parte notevole della popolazione, anche se l’organizzazione dei Fratelli è stata distrutta dopo che la rivolta di Hama, nel 1982, era stata schiacciata. La semplice appartenenza ai Fratelli musulmani era passibile della pena di morte.

[4] Tra cui esponenti dei dissidenti quali Michael Kilo, Anwar al-Bunni, Fayez Sara o Luay Hussein.

[5] La bandiera verde-bianco-nera con tre stelle rosse era quella della lotta contro l’occupazione francese e poi della Repubblica siriana indipendente dal 1946 al 1958.

[6] Come nei regimi staliniani dell’Europa centrale,esisterebbe un pluralismo di facciata con un “partito guida” (il Baas) e partiti satelliti (comunisti, nasseriani, nazional-sociali…) uniti nel Fronte nazionale progressista” (FNP), che presentano una lista unica alle elezioni di un parlamento ridotto a camera di ratifica. Il “pluralismo” è consistito nell’accettare, accanto al FNP, un piccolo “Fronte popolare per il cambiamento” composto di altri comunisti e nazionalisti.

[7] A queste “elezioni”, l’“opposizione” del Fronte popolare per il cambiamento ha ottenuto 5 seggi su 250. Ovviamente il Baas ha la maggioranza assoluta, confortata da 77 “indipendenti” filo-regime.

[8] Discorso di Bachar Al Assad il 30 marzo 2011 di fronte al Consiglio del popolo (parlamento): “Se la battaglia ci è imposta, ben venga” (http://www.ambassadesyrie.fr./Discours...).

[9] Un solo esempio fra tanti altri: le truppe del regime hanno aggredito il quartiere di Daraa a Damasco. Questo quartiere della periferia sud-ovest era stato per tutta la primavera 2011 il caposaldo della contestazione pacifica. L’imam locale, Abdelakram Saqqa - discepolo dello sceicco Jawdat Said, il teorico siriano della non-violenza – è stato rapito dai servizi segreti del regime nel luglio 2011, il popolarissimo militante pacifista Ghyath Matar, animatore del Comitato locale di coordinamento è stato torturato a morte, e la repressione ha provocato nel quartiere centinaia di morti, fino al pesante bombardamento del 22-26 agosto 2012, con oltre 300 morti.

[10]Alain Gresh, “Quoi faire en Syrie?” (http://www.cetri.be 6 settembre 2012); si veda inoltre, cit. da A. Gresh, “Aleppo’s poor get caught in the crossfire of Syria’s civil war” (The Independent), “Part of the problem is that the rebels are failing to win hearts and minds among the urban middle class in Aleppo” (The Economist), ecc.

[11] La regione di Gezira, nella provincia di Al Hasaka.

[12] Nel 1970, Hafez Al Assad, ministro della Difesa del governo baasista, aveva impegnato tutto il suo peso per impedire all’esercito di intervenire a fianco dei palestinesi in Giordania in settembre, prima di prendere il potere a novembre.

[13] Il Baas siriano degli Assad costituisce storicamente una scissione minoritaria del partito panarabo Baas, la cui sede internazionale era installata a Bagdad sotto controllo di Saddam Hussein.

[14] E il conseguente arricchimento del centro del potere politico-militare siriano.

[15] Il primo accordo siriano-sovietico risale al 1954. Esiste un tropismo russo molto antico verso la regione in cui già la diplomazia zarista assicurava la protezione dei cristiani ortodossi orientali che Bachar pretende di proteggere oggi.

[16]Khalil Habash, “La Syrie ou la révolution que le monde veut arrêter », 6 aprile 2012, sul sito Europe Solidaire Sans Frontières (ESSF) (http://www.europe-solidaire.org/spi...).

[17]Jacques Bérès, Mario Bettati, André Gluksmann, Bernard Kouchner, Bernard Henry Levy: “Assez de dérobade, il faut intervenir en Syrie”, in Le Monde, 22 ottobre 2012.

[18] Gilbert Achkar, “Syrie: la militarisation, l’intervention militare e l’absence de stratégie”, nel sito di ESSF, cit., inizialmente pubblicato nel giornale libanese Al-Akhbar, 16 novembre 2911.

[19] Decisa interpretando una risoluzione ONU, la no-fly zone è stata effettiva nel nord dell’Iraq dal 1991 al 2003. In Bosnia è stata decisa dall’ONU e applicata nel 1992-1995.

[20] In particolare i firmatari della Dichiarazione di Damasco nel 2005, che raccoglievano militanti per i diritti dell’uomo, tendenze laiche liberali e progressiste, islamisti.

[21] Gregorio III Laham è patriarca di Antiochia e dell’Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme, capo della Chiesa melchita (cattolica di rito greco) di tutta la regione.

[22] Cfr. nel sito del Movimento internazionale di riconciliazione (MIR, IFOR-France): (http://www.mirfrance.org): “Pour une campagne internazionale au soutien du Mouvement Syrien Mussalaha-Réconciliation”.

[23] Questo partito Hizb Iradat Al-Sha’ab, diretto da Quadri Jamil. È membro minoritario del Fronte popolare per il cambiamento (v. nota 5).

[24]Cfr. in particolare: “Des dignitaires religieux instrumentalisés en Syrie par Bachar Al Assad”, on line il 23 giugno 2012 su Un œil sur la Syrie, blog di Ignace Leverrier: http://syrie.blog.lemonde.fr/2012/0..., o Pierre Prier, “Les chrétiens de Syrie divisés face au régime Al-Assad”, in Le Figaro, 7 aprile 2012 (http://www.lefigaro.fr/international).

[25]Ghayath Naïssé, “Remarques critiques à propos de l’opposition syrienne – Il faut construire une direction révolutionnaire alternative et de masse”, 1° giugno 2012 (nel sito di ESSF cit.).

[26] Nel febbraio 2011, al momento dell’avvio della sollevazione libica, Bachar Al Assad ha inviato a Gheddafi materiale e militari scelti (tra cui aviatori)… I jiahadisti sostengono di stare ricambiando.

[27] Dichiarazione congiunta di Al-Nosra (vicino ad al-Qaida in Iraq) e dei gruppi armata salafiti Liwa al-Tawhid (regione di Aleppo), Ahrar al-Cham (regione di Idlib) che rifiutava il “complotto rappresentato dalla cosiddetta Coalizione nazionale” e dichiarava “ci siamo messi d’accordo all’unanimità sull’instaurazione di uno Stato islamista giusto” (cit. da George Malbrunot, Le Figaro, 19 novembre 2012.

[28] George Sabra era, negli anni Settanta-Ottanta, membro della frazione anti-Assad del PC turco (fuori legge), vicino alla sinistra palestinese e diretto da Riad Al-Türk, poi membro del Partito democratico del popolo (anch’esso fuori legge). Ha partecipato nel 2005 alla Dichiarazione di Damasco.

[29] Cioè, le “opposizioni nazionali o tollerate”, gente del CCNCD, della Corrente della Costruzione dello Stato siriano di Luay Hossein, del Fronte popolare per il cambiamento, dei baasisti critici… Ma che cosa rappresentano queste forze dopo mesi di combattimento?

[30] Ad esempio, agli israeliani fa piacere il caos siriano, ma si preoccupano della resistenza siriana armata, mentre alcuni strateghi di Washington o di Tel Aviv ritengono che un conflitto prolungato contribuisca a sfinire l’Iran, costretto a finanziare all’infinito il regime Assad e a indebolire Hezbollah. I turchi vedono un grosso pericolo nella creazione ai loro confini del “Kurdistan siriano” controllato dal PKK e auspicano uno scenario che porti rapidamente al potere un regime post-Assad accentratore e forte. Gli egiziani e i qatariani sperano in un futuro regime dominato dai Fratelli musulmani, cosa che non costituisce l’opzione preferenziale dei sauditi, sempre più gentili con i Fratelli e che strumentalizzano i salafiti. I francesi preferiscono un’opposizione presunta “laica” e vicina al campo del 14 marzo in Libano. E così via.

[31]Khalid Abash, “Révolution syrienne: Une solidarité nécessaire”, nel sito ESSF cit., 25 settembre 2001.

[32] Ivi.

[33]Cfr. Nataliie Nougayrède, “L’ombre protée du drame bosniaque”, in Le Monde, 30 settembre 2012.

[34] Si vedano iniziative di aiuto e difesa dei diritti per i profughi con i profughi stessi, in campi in Giordania o in Iraq, con l’assistenza dell’associazione italiana “Un ponte per” e di ONG partner giordana e irachene. V. del pari, in Turchia: Helsinki Assembly Turkey-Refugee Advocacy and Support Program (hCa-Rasp), Syrian refugees in Turkey, brefing note, 16 novembre 2012 (http://www.hyd.org.tr).

[35] Ad esempio, il Collectif urgence et solidarité Syrie in Francia.

[36] Cfr. l’appello internazionale “Initiative pour arrêter a guerre en Syrie”, “Sì alla democrazia, no all’intervento straniero!”, lanciato da personalità fra cui Léo Gabriel, Samir Amin, François Houtard, Ernesto Cardenal, la Premio Nobel Mairead Maguire, ecc. e appoggiato da oppositori siriani come Michel Kilo (http://www.peaceinsyria.org).

[37] Presa di posizione sulla Siria del SNESUP-FSU nei confronti della Syria, 23 ottobre 2012 (http://www.snesup.fr).

[38] Come avviene da tempo per la Palestina, ma anche su scala minore in Iraq con l’”Initiative de solidarité avec la société civile irakienne” (ICSSI) (www.irakicivilsociety.org/).

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