18 Agosto 2017

Siria, una rivoluzione popolare

 

Sabato 29 settembre si è tenuta a Berna una manifestazione di solidarietà con la rivoluzione siriana. Pubblichiamo il testo del volantino distribuito dall’MPS.

1. La rivolta popolare contro il potere dittatoriale del clan Assad in Siria si inserisce nella scia delle sollevazioni popolari contro gli autocrati Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto. Una data e un fatto lo ricordano, anche se sono stati dimenticati. Il 31 gennaio 2011, sei giovani donne e uomini hanno convocato su face book, una manifestazione  a Damasco in solidarietà con il popolo egiziano. I loro striscioni chiedevano che l’esercito non sparasse sui manifestanti di Piazza Tahrir. Lanciavano anche un grido: “Sì alla libertà”! Circa 100 persone si sono riunite davanti all’ambasciata egiziana a Damasco. Una troupe televisiva russa  ha filmato quella manifestazione. Qual è stata la reazione di Bashar al-Assad? Arrestare, maltrattare, torturare gli organizzatori e il più gran numero di manifestanti!

La dittatura siriana aveva capito perfettamente che la contestazione del potere di Mubarak poteva suscitare lo stesso slancio in Siria. Uno degli organizzatori di quella manifestazione, dopo il suo arresto, è  potuto entrare in clandestinità e uscire dal paese. In un’intervista con Sue Lloyd Roberts della BBC (17 agosto 2012), dichiarava: “I tunisini si erano già liberati. Gli egiziani erano sulla via della liberazione. Noi pensavamo che fosse anche il nostro turno di essere liberi”. Ricorda anche che i suoi amici erano sunniti, cristiani e curdi, oppure drusi. Aggiunge che il regime ha sempre stimolato i conflitti interconfessionali o etnici per meglio garantire il proprio potere, per cooptare una base e creare artificialmente divisioni. Cosa alla quale  la guerra condotta dal regime può, parzialmente, condurre.

Nel febbraio del 2011, hanno avuto luogo tre manifestazioni pacifiche a Damasco. Un giovane blogger è stato condannato a 5 anni di prigione accusato di “legami con la CIA”! Ora, ancora il 6 febbraio 2011, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan salutava le eccellenti relazioni economiche e la collaborazione tra i due regimi; cosa che avevano fatto i governi francese e inglese. Bashar al-Assad non disturbava per nulla, tutto il contrario, le potenze imperialiste e nemmeno Israele. Il clan Assad non era impegnato, dal 1991, nella coalizione americano-saudita per condurre la loro guerra del petrolio in Iraq contro la dittatura di Saddam Hussein? Il 26 marzo 2011, il segretario dell’ONU, Ban Ki-moon, chiedeva ad Assad più “ritegno” nel “mantenimento dell’ordine”. L’ipocrisia istituzionale delle “delegazioni di osservatori” della Lega araba, poi dell’ONU, mostra la volontà delle potenze dominanti di trovare una soluzione di cambiamento nella continuità. Come ha tentato di fare, il 22 settembre 2012, la riunione a Damasco (autorizzata dal governo!) di un’opposizione che vorrebbe negoziare la partenza di Assad combinata con il mantenimento dell’essenziale delle strutture del regime, come avvenuto nello Yemen. Di che coltivare illusioni e lasciar fare ad Assad.

 

2. Nel marzo 2011, a Deraa, nel sud del paese, è apparsa la dinamica di un sollevamento popolare. In seguito a diverse manifestazioni, 55 persone venivano  uccise il 18 marzo 2011 dalle “forze di sicurezza”. L’esempio di un bambino torturato a morte è diventato il simbolo dei metodi sistematici che userà – in modo crescente e ancor più terrificante – questa tirannia. Essa non concepisce in altro modo la difesa dei propri  privilegi e di quelli delle “élite” economiche e politiche che nutre. Il 27 marzo 2011, 12 manifestanti sono stati uccisi a Laodicea. È in un discorso del 30 marzo 2011 – dunque  18 mesi fa –, che Bashar al-Assad affermache le molteplici manifestazioni, in un numero sempre maggiore di città, erano il frutto “di una cospirazione straniera”. Un ritornello che è stato ripreso continuamente da tutte le dittature – accecate dalla loro mania di “onnipotenza” – costrette ad affrontano un sollevamento popolare.

Ora, a Deraa come a Deir ez-Zor o ancora nella periferia di Damasco, la popolazione subiva, da anni, una triplo sopraffazione: quella di una crisi sociale, di un’ineguaglianza crescente, mescolata ad una vasta corruzione, e di un potere poliziesco e repressivo onnipresente. “L’apertura economica” (infitah), messa in atto sotto gli auspici della Banca mondiale e del FMI, è sfociata in una concentrazione della ricchezza (terra, importazioni, finanze, turismo, petrolio, ecc.) nelle mani del clan Assad – incrostato nello Stato e nel suo apparato gigantesco repressivo – e in quelle di una fascia di “nuovi ricchi”. Rami Makhlouf, cugino di Bashar al-Assad, e la sua famiglia simboleggiano la concentrazione di questa ricchezza: il 5% delle “élite” si accaparra il 50% del reddito nazionale.

L’impoverimento delle fasce contadine è stato brutale. La loro partenza verso la periferia delle grandi città spiega la rapida adesione della loro popolazione al sollevamento. Circa il 65% della popolazione ha meno di trent’anni. Questa fascia ha subito duramente i colpi delle trasformazioni socio-economiche: dalla disoccupazione alle diverse forme di sottoimpiego o di brutale caduta in una condizione di impoverimento implacabile. La paura, in queste condizioni, passa in fretta.

Il sollevamento popolare è dunque la risposta a questa situazione diventata insopportabile e all’impulso di conquista dei diritti democratici che si sono affermati e si affermano in tutta la regione, malgrado numerosi ostacoli. La spaventosa brutalità della repressione – torturare negli ospedali, distruggere interi quartieri uccidendo famiglie intere, bombardare persone che aspettano davanti a un panificio - ha fatto venire crudamente alla luce la natura profonda del regime. Più  di 30'000 morti, più di 40'000 persone arrestate e torturate e decine di migliaia di dispersi, 2 milioni di sfollati interni , 300'000 rifugiati nei paesi limitrofi ci dicono ancora poco, al di là della loro ampiezza, sull’orrore di questa guerra contro la popolazione civile.

 

3. I media internazionali mettono l’accento sullo “scontro militare”. Distorcono grossolanamente la realtà mettendo sullo stesso piano una potenza armata – che usa tank, elicotteri, aerei, milizie criminali (chabiha) – e gruppi locali male armati, sorti dalla rivolta popolare. Glissano anche e soprattutto sulla permanenza della mobilitazione civile, senza la quale questi gruppi legati, in forme diverse, all’Esercito siriano libero (ESL) non potrebbero agire, né esistere in una regione.

Questo “attivismo civile” trova la sua espressione: nell’organizzazione delle manifestazioni del venerdì (che sono nella maggior parte dei casi    funerali); nelle azioni di resistenza nelle università; nell’aiuto alimentare e all’alloggio agli sfollati interni; nella stampa di volantini e nella diffusione d’informazioni sul web; nell’appoggio, nonostante la limitatezza delle risorse, alle cliniche clandestine; nella ricerca di medicamenti in seguito alla loro scomparsa,che colpisce decine di migliaia di persone che soffrono di malattie croniche.

La repressione non ha fatto che intensificarsi. Costringe il popolo insorto a difendersi militarmente. Da ciò è emerso l’Esercito siriano libero (ESL), i cui gruppi, nella loro grande maggioranza, sono sorti dai vari Comitati di resistenza locali che hanno ricevuto l’aiuto di soldati disertori dell’Esercito ufficiale. In seguito, una parte degli “osservatori” – riprendendo il discorso del regime Assad – ha definito alcuni gruppi dell’ESL come “forze islamiste”. Che queste esistano, non vi è alcun dubbio. Che siano ancora molto marginali è pure un dato di fatto. Inoltre, il nome che un “battaglione” può darsi non è estraneo alla storia e alla cultura di un paese, dunque non equivale a un’adesione “islamista”. Tutta la storia delle resistenze armate, in diversi continenti, presenta lo stesso processo.

 

4. Dopo mesi di mobilitazione pacifica, l’emergere di una resistenza armata, necessaria alla protezione dei civili, ha moltiplicato la produzione di “analisi” relativa agli “interventi esterni”. Quando un paese come la Siria e un regime come quello del clan Assad sono invischiati in tali voci – in una simile regione – è evidente che ex alleati tentano di riorganizzare la loro influenza (dagli Stati Uniti alla Francia, passando dall’Arabia saudita) e altre rafforzano il loro sostegno alla dittatura per difendere i propri interessi e non quelli del popolo siriano.

Un dato è chiaro: gli unici interventi stranieri diretti sul terreno sono: 1° quello del potere teocratico dell’Iran – quello che il generale Mohammad Ali Jafari ha appena riconosciuto – con uno spiegamento di forze specializzate nello schiacciamento di sollevazioni popolari; questo con la complicità del governo di Maliki in Iraq (Guardian, 16 settembre 2012); 2° il potere del despota Putin, senza il quale elicotteri e MIG non potrebbero infliggere alla popolazione bombardamenti così mortiferi (con la stessa tattica usata in Cecenia).

Per il resto, la formula di Rony Brauman, oppositore all’intervento in Libia e animatore della Fondazione Medici senza frontiere, riassume bene la posizione dei paesi occidentali: “sia a Parigi che  a Londra (per non parlare di Washington che ha già fornito la sua posizione) si benedice il veto sino-russo – pur maledicendolo pubblicamente al Consiglio di sicurezza - che permette di evitare di doversi confrontare con questa situazione regionale, definita “incontrollabile” (Politis, 13 settembre 2012). Effettivamente, non è stato fatto niente perché i gruppi dell’ESL possano affrontare elicotteri e aerei.

La Turchia ha cambiato sponda. Essa aiuta, moderatamente, settori della resistenza e, d’altro canto, ha appena chiuso le proprie frontiere. Gli “antimperialisti” che denunciano questo intervento turco – e si allineano, di fatto, ad Assad – tacciono sul fatto che è la stessa fondazione turca (l’IHH) che sosteneva la flottiglia contro il blocco israeliano di Gaza nel 2010 a essere, oggi, la più attiva al fianco dei siriani!

Poteri reazionari – come quello dell’Arabia saudita, che ha aiutato a schiacciare il sollevamento in Bahrein e nel Qatar – finanziano alcune fazioni per controbilanciare l’influenza iraniana. Un aiuto ridotto che veicola il settarismo confessionale. Quest’ultimo è denunciato dai Comitati locali e dai rappresentanti più autorevoli dell’ESL.  Condannano, d’altronde, le estorsioni che possono commettere, in questo scontro così   sproporzionato, “gruppi di combattenti” e raccomandano uno stretto codice di condotta.

Di fronte a questi interventi,      il popolo insorto di Siria si trova solo, non potendo contare,      essenzialmente, che sul proprio coraggio, su un migliore coordinamento delle proprie forze, su un collegamento più effettivo tra la resistenza civile e militare (il “comando dell’ASL” si è spostato in Siria, il 23 settembre), così come su una rappresentanza politica strettamente legata alla resistenza interna.

E questo con l’obiettivo di costruire una Siria libera, democratica, laica e fondata sulla giustizia sociale, che riconosca il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo e il rispetto delle minoranze. Quest’obiettivo passa attraverso il rovesciamento del regime Assad. Un vasto movimento internazionale di sostegno e di solidarietà con la rivoluzione popolare siriana è più che mai necessario.

1917

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