18 Agosto 2017

Un messaggio dall’Egitto al mondo

2194081-mideastC’erano ieri, 30 giugno, in quasi tutte le città egiziane, piccole e grandi, tra i 14 milioni di manifestanti anti Morsi (secondo l’agenzia Reuters, che cita fonti militari) e 33 milioni (secondo la CNN o la BBC). In ogni caso ce ne erano molti di più di quanti scesero in piazza nei 18 giorni della rivoluzione del gennaio 2011 che fece cadere Mubarak. E’ Si è trattato della più grande manifestazione della storia dell’Egitto e, probabilmente, della storia dell’umanità.

 

Manifestazioni festose

 

Le manifestazioni, veri fiumi umani, non hanno conosciuto violenze. Ci sono stati 5 morti e 613 feriti secondo il ministero della Sanità (a causa delle provocazioni dei Fratelli musulmani), cosa che va deplorata, ma che comunque è esigua in rapporto all’ampiezza enorme del numero delle persone scese in piazza. Le manifestazioni sono state soprattutto caratterizzate da un’immensa atmosfera festosa. La gente era semplicemente felice di vedersi così numerosa, cantava, rideva, lanciava fuochi d’artificio. Per molti, malgrado i due anni e mezzo di proteste e di lotte, si trattava della prima manifestazione. Sono venute famiglie intere, con bambini e genitori, Si sono visti villaggi interi svotarsi per muoversi a piedi e raggiungere i cortei nelle città più vicine.

C’erano anche centinaia di migliaia di persone alle finestre che applaudivano i manifestanti, gridavano, cantavano con loro o agitavano bandiere. Molti anziani, che non potevano sfilare hanno voluto comunque manifestare restando ai piedi della propria casa, soli o a gruppi, sempre con bandiere e cartelli. Centinaia di barche di pescatori hanno “manifestato” sull’acqua a Damietta (sul Mediterraneo) o con battelli per turisti a Luxor. Vari poliziotti, perfino delle Forze Speciali (quelle antisommossa) hanno manifestato contro la dittatura!

Lo slogan principale gridato da questi milioni di manifestanti verso Morsi era unanime da un capo all’altro del paese: “Vattene!” Così come sui cartoni rossi sorretti da milioni di questi stessi manifestanti dove era scritta la stessa parola: “Vattene!”

Ma si potevano ascoltare anche molte altre cose: “Vogliamo donne a tutti i posti di governo”, “Musulmani e cristiani insieme fanno la rivoluzione”, “Le donne sono l’orgoglio dell’Egitto”.

 

Manifestazioni di rabbia

 

All’atmosfera festosa si mescolava ovunque la rabbia.

In primo luogo sul piano sociale: la domenica è un giorno di lavoro in Egitto, dove si riposa il venerdì. La maggior parte delle fabbriche, degli uffici, dei negozi invece era chiusa. Cosa che approfondisce l’ampiezza della manifestazione. Un sindacalista riferiva della presenza di non più del 10% di manodopera nella più grande fabbrica egiziana, quella tessile Misr a Mahalla al Kubra. La stragrande maggioranza dei manifestanti ci teneva a dire di essere là perché non ne potevano più di non avere lavoro, di essere senza soldi, delle continue interruzioni dell’acqua o dell’elettricità, della penuria di benzina… La manifestazione ha cristallizzato e unito le migliaia di proteste di carattere economico e sociale che hanno attraversato il paese dall’inizio dell’anno e che, anche in questo, hanno raggiunto un record nella storia mondiale.

Poi sul piano politico: tanti cartelli e striscioni volevano denunciare il sostegno di Obama ai Fratelli musulmani, ai terroristi islamisti che dichiara di combattere. Si sentiva gridare: “Svegliati, America, Obama appoggia un regime fascista in Egitto”. E la stessa cosa valeva per tutti i regimi occidentali e per i mass media che hanno riconosciuto il regime dei Fratelli musulmani e lo aiutano o sono compiacenti al suo riguardo.

Era un avvertimento chiaro anche per tutte le dittature islamiste del mondo arabo e, più in generale, per tutte le dittature. Molte persone gridavano verso di loro: “Guardate e tremate!”

 

Manifestazioni di sfiducia

 

Alla festosità e alla rabbia occorre aggiungere un’atmosfera di sfiducia verso tutti i partiti e verso le istituzioni.

I manifestanti egiziani vogliono imporre un tipo di democrazia diretta in cui i dirigenti, quando non mantengono le promesse, quale che sia il loro ruolo e come che sia avvenuta la loro elezione, debbano essere rimossi dalle loro funzioni senza attendere la fine del mandato.

Molti hanno segnalato che molti manifestanti applaudivano i militari nelle strade e gli elicotteri militari che volteggiavano sui cortei. Occorre dire che molti erano alla loro prima esperienza di manifestazione e che non si erano ancora risvegliati alla politica durante il periodo del potere del Consiglio Superiore delle Forze armate. Molti altri, più esperti, gridavano: “Né Fratelli né esercito!” e portavano immense bandiere con le foto delle vittime uccise durante le manifestazioni o nelle carceri quando l’esercito era al potere dopo la caduta di Mubarak. La Rivoluzione, alla ricerca del proprio percorso, aveva ritenuto intelligentemente che il 30 giugno non avrebbe potuto affrontare di petto i suoi due avversari, i Fratelli musulmani e l’esercito, e ha deciso di utilizzare le divisioni. Così, se nei prossimi giorni vedremo l’esercito giocare ancora un ruolo politico, occorre comprendere che i margini di manovra saranno ancora più esigui e che una folla di egiziani si fa sempre meno illusioni sull’esercito di quanto fosse due anni fa.

 

E ora?

 

L’insieme dei partiti, dal Fratelli musulmani all’opposizione del FSN (Fronte di Salvezza Nazionale), passando per l’esercito, sono rimasti completamente spiazzati da questa discesa in piazza degli egiziani, così massiccia da superare ogni previsione. Tutti appaiono sconcertati, muti, quasi “interdetti”, nei due sensi che ha questa parola. I soli che hanno osato parlare sono stati ridicolizzati. Morsi ha dichiarato di essere aperto al dialogo. La piazza ha risposto di non volere il dialogo ma di volere che se ne vada, Hamdeen Sabbahi, dirigente dei socialisti nasseriani, che si vede già come possibile vincitore di eventuali nuove elezioni presidenziali, ha chiesto all’esercito di prendere provvisoriamente il potere prima delle presidenziali anticipate, nel caso in cui Morsi non se ne andasse di propria volontà.

Il movimento Tamarod (Ribellione), che ha dato inizio a questa manifestazione gigantesca dopo una sua petizione che ha raccolto 22 milioni di firme per chiedere che Morsi se ne vada, ha risposto lanciando un ultimatum al potere: o Morsi se ne va prima di martedì 2 luglio alle 17,00 o si farà appello ad uno sciopero generale illimitato e a un movimento di disobbedienza civile fino alla sua caduta. Mentre il “Fronte del 30 giugno” che ha organizzato la manifestazione e che potrebbe prendere il posto quanto a notorietà e ad autorità dell’opposizione istituzionale del FSN, ha voluto dichiarare che non voleva né il potere dell’esercito né quello dei Fratelli musulmani e ha fatto appello a continuare ad occupare strade e piazze fino alla partenza di Morsi. E, infatti, durante tutta la notte manifestazioni e sit-in sono continuati un po’ ovunque, con tanti villaggi e tende di fortuna costruiti qua e là.

Non si può prevedere che cosa accadrà, ma già da ora si può dire che il messaggio del popolo egiziano contro tutti i poteri oppressivi del pianeta sarà ancora più forte che due anni fa, perché ora, dal Brasile alla Turchia, dalla Grecia al Bangladesh, dal Cile alla Bulgaria o alla Bosnia, i popoli hanno iniziato a risollevarsi dal giogo che li opprime.

La rivoluzione non è che all’inizio.

 

* Questa corrispondenza è apparsa il 1° luglio 2013 sul sito www.alencontre.org. La traduzione è stata curata dai compagni di Sinistra Critica.

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