17 Ottobre 2017

Le sinistre di fronte alla guerra in Siria

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Negli ultimi giorni, il dibattito sull’eventualità di un intervento militare statunitense in Siria ha agitato le acque nella sinistra. Nessuno ovviamente appoggia questo possibile attacco nordamericano, per il quale Obama sta cercando di raccogliere voti nel Congresso, ma che dire del regime di Bachar Al-Assad? Qui sorgono le divergenze. Le frange nazional-staliniste, con l’argomento della contrapposizione a Washington, fanno proprio il pacchetto del nazionalismo siriano, fiocco rosso incluso, trasformandolo in eroico resistente all’imperialismo. Per questo si sono dedicati alla funzione di gettar fango contro chi, da sinistra, non è disposto a riempire di fiori l’oculista di Damasco, che ha ereditato il potere direttamente dal padre.

 

Sicuramente, come mettono in rilievo le recenti “primavere arabe”, la situazione del mondo arabo è assai complicata e, poiché le sinistre sono  molto deboli e incidono poco, questo costringe a schierarsi per fazioni esterne, in genere una peggiore dell’altra. Neanche la destra, come si è visto in questi giorni, trova consensi sulla Siria.

Vi sono abbondanti paradossi. Ad esempio: la monarchia dell’Arabia Saudita sostiene attivamente la resistenza contro il regime siriano, anche se appoggia al tempo stesso, con altrettanta convinzione, il nuovo regime militare egiziano e odia i Fratelli Musulmani (sostenuti dal Qatar). Il regime militare egiziano è, però, convinto che i ribelli siriani costituiscano un pericolo maggiore dello stesso al-Assad. Il maggior paradosso è che i principali vincitori del golpe egiziano sono il premier israeliano Netanyahu, i Sauditi, e Assad!. La stessa cosa ha ammesso in una recente intervista il segretario del PC siriano festeggiando il recente – e sanguinoso – rovesciamento dei Fratelli Musulmani in Egitto. (Tra parentesi: il Partito Comunista siriano – utilizzato in questi giorni da vari fautori di Assad per rafforzare le proprie posizioni – è un apparato fossilizzato che fa parte del regime di Assad; la maggioranza dei suoi dirigenti e intellettuali più prestigiosi stanno all’opposizione da lungo tempo).

Il noto esperto di strategia Edward N. Luttwak, ricercatore del Center for Strategic and International Studies, ha cinicamente e sorprendentemente indicato dove stia l’interesse degli Stati Uniti in questo pasticcio: “L’Amministrazione Obama deve vincere la tentazione di intervenire con maggior forza nella guerra civile siriana. La vittoria di uno qualsiasi dei due fronti sarebbe ugualmente indesiderabile per gli USA. A questo punto, quello di un ristagno prolungato è l’unico esito che non pregiudicherebbe gli interessi statunitensi” (New York Times, 24 agosto 2013). Semplificando parecchio: se vince Assad, ci guadagna l’Iran (e Hezbollah); se vincono i ribelli vince Al Qaeda. “Stanno guidando la guerra capi minori e pericolosi estremisti di ogni genere”. “C’è un solo esito che forse potrebbe favorire gli Stati Uniti: un indefinito pari e patta (…) [Perciò] mantenere un punto morto deve essere l’obiettivo [di Washington]… Questa strategia, in realtà, si avvicina alla politica seguita finora dal governo Obama”, conclude l’analista. Anche gli israeliani sono divisi: molti ritengono che la “rivoluzione siriana” non sia stata in assoluto una buona notizia, giacché Assad è il migliore (e più prevedibile) tra i nemici possibili.

Santiago Alba ha cercato di esporre alcune delle complicazioni in un articolo, Siria, l’intervento sognato (1 settembre 2013) (reperibile in web). Alba ha scritto che, dopo mesi di silenzio di fronte alla repressione di Assad, l’“indignazione morale di certi antimperialisti suona ai miei orecchi così odiosamente ipocrita come le invocazioni della ‘democrazia’ e dell’‘umanitarismo’ da parte degli imperialisti”. I nazional-stalinisti gli sono saltati alla gola. Ma ci sono brutte notizie per chi mette insieme stalinismo e nazionalismo in un’insalata indigesta: nel loro prossimo rogo polpotiano dovrebbero includere un accademico ed attivista che si è appena inserito nelle braccia dell’impero, Nientemeno che Noam Chomsky, che ha scritto qualcosa di simile ad Alba. Ne cito un lungo brano, che non lascia dubbi sul suo tradimento:

A lungo, nel mondo arabo e in altri luoghi si sono alimentate illusioni sul potere sovrannaturale degli Stati Uniti, che controllano tutto attraverso complicate congiure e trame. In questa visione del mondo, tutto ciò che succede si può spiegare in termini di congiure imperialiste. È sbagliato. Indubbiamente, gli Stati Uniti continuano ad essere una grande potenza e in grado di influire sugli avvenimenti, ma non sempre sono capaci di manipolarli grazie a complicate congiure: questo va ben oltre le loro capacità. Naturale che gli Stati Uniti cerchino di farlo, ma possono anche non riuscirvi. Quanto è accaduto in Siria non è al di là della nostra possibilità di capire: è cominciato come un movimento di protesta popolare e democratico, rivendicando riforme democratiche; ma invece di rispondere a queste in modo costruttivo e positivo, Assad ha risposto con la repressione violenta. Il risultato normale di un corso di azioni è o uno sbocco che schiaccia le proteste, oppure vederle evolvere e militarizzarsi, ed è questo ciò che è successo in Siria. Quando un movimento di protesta entra in questa fase, assistiamo alle nuove dinamiche in gioco: in generale, aumentano gli elementi estremisti e brutali in prima fila” (intervista a Mohammed Attar, per la Fondazione Heinrich Böll, 11 luglio 2013).

Come diceva Alba, può essere sicuro, al contempo, che il regime siriano massacri il proprio popolo, compreso con armi chimiche, e che gli Stati Uniti mentano sulle armi chimiche siriane. (6 settembre 2013)

 

* Caporedattore di Nueva Sociedad

 

Traduzione di Titti Pierini per il sito www.antoniomoscato.altervista.org

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