25 Aprile 2017

La Francia ritorna allo stato di eccezione

Ciò facendo, il presidente francese ha scelto di ignorare le molte critiche alla scelta dell'amministrazione Bush, anche se queste esprimevano l'opinione prevalente nella Francia stessa a quel tempo. E lo ha deciso malgrado il fatto che il disastroso bilancio della «guerra al terrorismo» dell'amministrazione Bush ben giustificasse i suoi critici. Lo stesso Sigmar Gabriel, vice cancelliere tedesco e capo del Partito Socialdemocratico, partito fratello dei socialisti francesi, ha dichiarato che parlare di guerra fa solo il gioco dell'ISIS.

Nell'immediato, può sembrare che il discorso della guerra sia solo uno sfogo emotivo: un modo di rispondere alla legittima emozione sollevata da un orribile attentato che ha già causato 129 vittime. Ma non dovremmo perdere di vista il fatto che non si tratta di un duello tra l'ISIS e la Francia, ma di un attacco che – così come le 102 vittime dell'attentato di Ankara il 10 ottobre, o le 224 vittime dell'aereo russo esploso sul Sinai il 31 ottobre, o ancora le 43 (finora) vittime dell'attentato perpetrato nel sobborgo sud di Beirut solo un giorno prima del massacro di Parigi, per citare solo gli avvenimenti più recenti – è soprattutto il funesto sottoprodotto del conflitto che le potenze mondiali hanno lasciato degenerare in Siria.

Il totale di questa violenza negli ultimi anni sembra molto limitato in confronto alla catastrofe umana in Siria. Ma il problema principale con le sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo, in confronto al «cuore di tenebra» che segna tuttora l'Africa centrale, è che le tragedie che avvengono qui hanno una fastidiosa tendenza a riversarsi sul territorio europeo, o persino su quello degli Stati Uniti.

L'indifferenza verso la sofferenza degli altri – in particolare «Altri» – in forte contrasto con quella che ho chiamato «compassione narcisistica» (per quelli «come noi») dopo gli attentati di New York, non è senza costo per l'Occidente quando è coinvolto il «Vicino Oriente». Può anche risultare molto costosa.

Ma il discorso della guerra è tutt'altro che una questione di semantica. Punta a rendere lo stato di eccezione una norma, malgrado il suo nome. E quanto più è lunga la «guerra», tanto più l'eccezione diventa la norma. La guerra al terrorismo è particolarmente lunga dato che non prende di mira uno Stato, che può concludere un armistizio o una pace, o capitolare, o essere occupato e soggiogato, ma piuttosto un'idra terroristica capace di rigenerarsi e anche di rafforzarsi

Lo testimonia la traiettoria che è andata da al-Qaeda all'ISIS tramite lo «Stato islamico dell'Iraq», che si stimava fosse stato largamente sconfitto nel 2008–2010. Finché dura la guerra, l'idra terroristica tende a rinascere dalle sue ceneri, poiché si nutre della guerra stessa. È la natura stessa di questo nemico che ha portato molti commentatori, critici o favorevoli, a predire in seguito all'11 settembre, che la guerra al terrorismo sarebbe durata decenni. Gli avvenimenti successivi gli hanno dato ragione.

Il corollario del discorso della guerra è già con noi: François Hollande ha deciso di fare approvare una legge che estende per tre mesi lo stato di emergenza che ha proclamato, che altrimenti è limitato dalla legge a dodici giorni. Vuole fare rivedere la costituzione francese per aumentare l'elenco delle eccezioni alle regole democratiche che già contiene.

Quella attuale è una costituzione che era nata nel 1958 in una situazione eccezionale, e che già codifica copiosamente l'eccezionalità in termini di poteri eccezionali (Articolo 16) e di stato di assedio (Articolo 36). Il governo francese prospetta ora allegramente serie violazioni dei diritti umani: privazione di nazionalità agli individui che hanno un doppio passaporto (come è per lo più il caso di persone con un passato di migranti), incarcerazione senza accuse, e una generale carta bianca data all'apparato repressivo.

Ma c'è di peggio. Contrariamente agli attentati di New York, quelli di gennaio e novembre a Parigi sono stati principalmente azioni di cittadini francesi (di qui la minaccia riguardo alla nazionalità). Uno stato di guerra è nella sua essenza uno stato di eccezione, cioè uno stato di sospensione dei diritti umani, ma c'è una differenza qualitativa tra le conseguenza che implica, a seconda che la guerra sia condotta al di fuori del territorio nazionale o se il nemico potenziale si trova sul suo stesso territorio.

Gli Stati Uniti sono stati fondamentalmente in grado di ripristinare l'esercizio dei diritti civili, anche se erosi, poiché il loro territorio era reso sicuro dalla sua posizione protetta dalla geografia, mentre praticano e continuano a praticare uno stato di eccezione all'estero. Questa è tutta l'ipocrisia di mantenere la base di Guantanamo in violazione della sovranità di Cuba, come luogo al di fuori della legge a una breve distanza dalla propria costa, e allo stesso modo, la pratica delle esecuzioni extra giudiziarie con i droni, cosa che ha fatto del Pentagono il più mortale degli assassini seriali.

Ma, e la Francia? La questione del «jihadismo» non è estranea alla sua storia. Così poco estranea che il primo incontro del paese con la jihad risale alla sanguinosa conquista dell'Algeria da parte dell'esercito francese, quasi due secoli fa, anche se la jihad di oggi è qualitativamente diversa in termini del suo carattere totalitario. L'esercito e l'apparato di sicurezza francesi ebbero a che fare con la jihad anche nel conflitto con il Fronte Nazionale di Liberazione algerino, il cui giornale si chiamava El Mudjiahid ("chi pratica la jihad").

Fu nel 1955, mentre era impegnata in quella sporca guerra coloniale, che la Francia approvò la legge che permetteva uno stato di emergenza. E fu nelle circostanze create dalla guerra in Algeria che, per l'ultima volta prima di questa settimana, uno stato di emergenza fu proclamato su tutto il territorio della Francia dal 1961 al 1963. Nel contesto di questo stato di emergenza furono condotte terribili atrocità sul suolo francese in aggiunta a quelle che erano diventate pratica corrente in Algeria.

Uno stato di emergenza fu proclamato ancora per parti del territorio metropolitano francese l'8 novembre 2005, quasi esattamente dieci anni fa. La connessione con quello che la guerra d'Algeria aveva significato non sfuggì a nessuno in quella situazione: una grande parte dei giovani coinvolti nelle «banlieue riots [rivolte delle periferie]» erano il prodotto della lunga storia coloniale francese in Africa.

E tale è la maggior parte della frangia jihadista francese degli ultimi anni, nata da un inasprimento del rancore esploso nel 2005 e dalle speranze deluse di promesse non mantenute. Sono quanti hanno sofferto quello che lo stesso Primo Ministro francese, Manuel Valls, in un fuggevole momento di lucidità politica, il 20 gennaio di quest'anno, ha definito «un apartheid territoriale, sociale ed etnico».

La conseguenza logica di questa ammissione è che la risposta prioritaria al pericolo terrorista dovrebbe essere l'emancipazione territoriale, sociale, ed etnica della popolazione «di origine immigratoria», e la fine di tutte le discriminazioni delle quali soffrono.

Questo dovrebbe essere combinato con una politica estera che sostituisca la vendita di armi e l'ostentazione militare di uno Stato che persiste nel giocare alla potenza imperiale (contrariamente alla vicina Germania, benché sia molto più ricca), con una politica di pace, diritti umani e sviluppo, in conformità con la carta delle Nazioni Unite, della quale la Francia è coautrice. Il ministro degli esteri socialdemocratico svedese ha mostrato la via, decidendo di proibire alle compagnie svedesi la vendita di armi al regno saudita.

La risposta appropriata al pericolo terrorista è anche un risoluto ma non intrusivo sostegno a quegli uomini e quelle donne che stanno combattendo per la democrazia e l'emancipazione nel Medio Oriente e in nord Africa, contro tutti gli Stati dispotici della regione, sia le monarchie del petrolio che le dittature militari e di poliziesche.

La Primavera Araba del 2011 aveva emarginato per un certo tempo il terrorismo jihadista. È la sua sconfitta, con la collusione di tutte le grandi potenze, che ha fatto riprendere quest'ultimo con ancora maggiore vigore, traendo forza dalla frustrazione delle speranze create.

 

*Gilbert Achcar è professore alla School of Oriental and African Studies presso l'Università di Londra. I suoi libri più recenti sono: Marxism, Orientalism, Cosmopolitanism e The People Want: A Radical Exploration of the Arab Uprising

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