20 Novembre 2017

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Catalogna, un colpo di Stato da parte dello Stato

aaaaarajoy1. Un colpo di Stato messo in atto dallo Stato stesso. Questa è la maniera più semplice per definire l'insieme di misure che il governo di Mariano Rajoy, con l'appoggio del PSOE e di Ciudadanos, ha reso pubblico lo scorso venerdì e che presenterà all'approvazione del Senato il prossimo 27 ottobre. Più che l'applicazione dell'incerto articolo 155, ciò che Rajoy ha annunciato è la sospensione de facto dell'autogoverno catalano nel suo insieme, utilizzando l'articolo 155 come pretesto legale.

L'assenza di precedenti nella sua implementazione, insieme al clima di eccezionalità istituzionale del momento, permette così al governo spagnolo di prendere decisioni non solo autoritarie e antidemocratiche, ma anche di dubbia costituzionalità. Il potere violenta le sue proprie norme basandosi sulla forza e sulla creazione di uno stato d'eccezione. Attiva le valvole di sicurezza di cui dispone per arroccarsi in momenti difficili e cambiare le regole del gioco partendo dalla legittimità di quelle vecchie e con la promessa di difenderle. In un clima l'eccezione si prendono così misure che di per sé suppongono la sovversione dell'ordine precedente, ma nel suo stesso nome e nella sua stessa legittimità, al fine di operare per alterare la dinamica politica e sociale catalana e tornare a una nuova normalità dai contorni più favorevoli allo Stato. Un attacco frontale alla democrazia, in nome della democrazia e per sfociare in una nuova normalità democratica nella quale tutto scorre per vie accettabili dopo aver messo ordine durante un periodo di eccezione. Tutto ciò è, lontano dall'essere una strana anomalia, un chiaro esempio della natura della Legge e dello Stato capitalista in generale (e del regime politico spagnolo del 1978 in particolare) che smonta di colpo tutte le visioni feticiste e semplicistiche sulla legge, la legalità e le istituzioni alle quali tanto ci siamo abituati in periodi di normalità routinaria. Senza dubbio, da alcune settimane stiamo assistendo a un corso accelerato e pratico di teoria dello Stato, che obbliga a una maturazione strategica accelerata di un movimento il cui sentire comune ha evitato qualunque idea di scontro con lo Stato in favore di una piacevole disconnessione.

 

2. La breve avventura del nuovo PSOE. Il volo del nuovo Pedro Sanchez è stato breve. Molto breve. Come durata e come portata. La sua vittoria nelle primarie del PSOE lo scorso maggio contro tutto l'apparato del partito e il potere mediatico e finanziario è stata, certamente, un traguardo senza precedenti. Nonostante la sua vittoria avesse espresso una dinamica importante di fondo molto reale, ossia una ribellione dal basso che mostrava la profondità della crisi senza precedenti del partito, Sanchez è sempre stato un impostore che si è reinventato come paladino degli interessi delle basi del partito e come crociato dei valori della sinistra per cavalcare opportunisticamente il malessere interno all'organizzazione e recuperare la segreteria generale. La nuova squadra di Sanchez non ha mai avuto un progetto solido di rottura con il social-liberismo, però godeva di una autonomia relativa rispetto al potere economico e mediatico e all'apparato dello Stato che gli avrebbe permesso di orientarsi verso una futura alleanza con Podemos, confidando sul fatto che la sua svolta in termini di discorso verso la sinistra avrebbe ridotto lo spazio per la stessa formazione di Pablo Iglesias. Tuttavia, di fronte alla crisi catalana Pedro Sanchez si è piegato alla "ragion di stato". Alla ragion di Stato di mentalità a breve termine che incarna l'élite politico-finanziaria spagnola in generale, e la sua frazione più di destra in particolare, incapace di pensare a un progetto di Stato percorribile. Una "ragion di Stato" che è capace di affrontare la crisi catalana soltanto in maniera autoritaria e di utilizzarla come fattore di coesione politica temporanea per solidificare i pilastri già incrinati del regime politico, senza affrontare nessuna delle ragioni che lo hanno indebolito, né disegnare una qualunque autoriforma lampedusana dall'alto. Il PSOE si è incatenato a un blocco reazionario in maniera subalterna, senza poterlo controllare. Forse così Sanchez si è liberato della pressione mediatica e della finanza che avrebbe dovuto patire nel caso avesse mostrato la minima titubanza, ma la sua tranquillità nel breve termine può diventare un problema alle lunghe. Atteggiarsi da uomo di Stato quando non si dirige né il processo, né i tempi, né niente di niente, non porta di solito a grandi risultati, e competere con la destra nella politica della mano pesante, nemmeno.

 

3. La solitudine democratica di Podemos. Di fronte alla chiusura assoluta delle fila da parte del blocco PP-PSOE-Ciudadanos, di tutti i poteri dello Stato con il re in prima fila, del potere finanziario e dei principali gruppi mediatici, Unidos Podemos naviga controcorrente incarnando da solo una posizione democratica. Senza dubbio limitata e non priva di contraddizioni e errori (in particolare la timidezza mostrata sul primo ottobre), la politica di Podemos rappresenta perlomeno un'eccezione democratica degna e notevole. La dinamica interna al partito, tuttavia, segnala un dato da tenere in conto: tutte le sue strutture intermedie, regionali e locali (eccetto la direzione catalana), sembrano sopportare in maniera peggiore la pressione del contesto e adattarsi di più allo spagnolismo dominante rispetto al nucleo centrale della direzione, con Pablo Iglesias in testa. Questo è l'ennesimo segnale della sconfitta del modello organizzativo e politico della formazione viola. Sconfitta organizzativa perché verticismo, centralismo e autoritarismo hanno scoraggiato fin dal principio molti dei migliori quadri, hanno messo a tacere voci critiche e hanno attirato nelle strutture locali e regionali opportunisti senza princìpi né qualità oltre alla propria realtà alla direzione centrale. Sconfitta del modello politico perché il tatticismo elettoralista e la centralità della comunicazione politica hanno relegato in secondo piano i princìpi programmatici e la formazione di quadri, tranne che in questioni tecniche o comunicative. Né i militanti né i quadri intermedi hanno ricevuto una minima educazione politica sul tema della questione nazionale e sulla sua relazione con la crisi del regime, al di là dei proclami generici sulla scommessa per uno Stato plurinazionale, molto poco concreta e non inserita in alcuna tradizione storica e teorica. Così, quando la situazione si è fatta tesa e la crisi catalana è precipitata, molti dirigenti intermedi e militanti di base del partito si sono trovati politicamente disarmati e con difficoltà a seguire la linea e a difenderla attivamente all'esterno. La superficialità della politica elettorale-comunicativa, per quanto eseguita con coraggio dall'alto, si scontra così con le complessità della politica reale.

 

4. Implicazioni. È impossibile fare un pronostico serio su quale sarà l'esito dell'ottobre catalano, tuttavia si può affermare che, qualunque cosa succeda, il suo impatto andrà ben oltre la Catalogna. Ciò che è certo è che l'attacco contro le istituzioni catalane annunciato da Rajoy costituisce un'escalation repressiva senza precedenti. Se lo Stato spagnolo ne esce vittorioso, ciò avrà, senza dubbio, ripercussioni sul modello politico dell'insieme dello Stato spagnolo e, in forma indiretta, degli altri Paesi europei. Un suo trionfo avrà ampliato il campo del possibile per il potere, di ciò che è ufficialmente tollerabile nel contesto europeo, di ciò che si può mettere in atto In momenti limite. Segnerà il cammino per una nuova stretta autoritaria per i giorni futuri e faciliterà ancor più l'implosione dei meccanismi democratici istituzionali che sono saltati in aria in tutto il continente con l'arrivo della crisi, in particolare nella sua periferia mediterranea. Se l'ottobre Catalano si risolverà nella via repressiva e autoritaria, altre crisi politiche, di qualunque natura saranno, si risolveranno nella stessa maniera.

 

5. Nella dimensione sconosciuta. In chiave catalana le sfide del momento sono chiare. Primo, avere una propria agenda in positivo che vada oltre la difesa delle istituzioni catalane, e che dovrebbe concretizzarsi attorno agli obiettivi della Repubblica catalana e del processo costituente catalano. Secondo, mantenere unito il blocco che ha reso possibile l'1 e il 3 ottobre, che tiene dentro il movimento indipendentista e un settore più ampio democratico e di rottura e, se possibile, ampliarlo a Catalunya en Comù, che dovrà decidere se continuerà a partecipare solamente alla lotta anti-repressiva e democratica o se cercherà di definire e portare avanti una tabella di marcia costituente. Terzo, rafforzare un blocco per la rottura non processista [legato agli schemi propri del procès catalano, ndr] che tenga insieme una politica unitaria nei confronti di governo Catalano, Assemblea Nazionale Catalana e Omnium, e una politica di esubero dal basso.

Unità e fermezza negli obiettivi. Due consegne cruciali per passare attraverso un terreno tanto incerto quanto inedito. Stiamo entrando nella dimensione sconosciuta.

 

*Josep Maria Antentas è professore di Sociologia dell'Università Autonoma di Barcellona (UAB), e fa parte del Consejo Asesor di Viento Sur. In Italia è stato pubblicato il suo libro "Pianeta indignato" (Alegre, 2012)


Fonte articolo: http://vientosur.info/spip.php?article13131

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