25 Luglio 2017

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Detroit, il fallimento non intacca gli utili Fiat

detroit2La bancarotta della città non avrà ripercussioni sul bilancio Chrysler che, tra l'altro, ha la sede fiscale nel "paradiso" Delaware. Il comitato anti-debito cittadino accusa il peso delle grandi banche.

 

Era stata definita durante la Seconda guerra mondiale “l’Arsenale della democrazia” per la sua produzione di aeroplani, carri armati e munizioni. Poi, nel corso degli anni 50 è divenuta la quarta città d’America con circa 2 milioni di abitanti e quasi 300 mila operai impiegati nel settore automobilistico. Detroit, la città dell’auto, sede della General Motors, della Ford e della Chrysler ora è fallita. Il commissario straordinario, Kevyn Orr, che lo scorso marzo si vide affibbiato il compito di risolvere i guai debitori del municipio (130 milioni di deficit, 18-19 miliardi di debiti complessivi) ha chiesto la procedura di bancarotta, stabilita dall’articolo 9 del Codice federale e il governatore dello Stato del Michigan l’ha approvata. Il municipio d’ora in poi non ha più alcuna autonomia, la gestione dei suoi debiti e dei suoi, pochi, crediti finirà nelle mani della gestione straordinaria sottoposta alle leggi federali.

L’avvisaglia si era già avuta con la bancarotta di General Motors e Chrysler, dichiarata, tramite l’articolo 11 del medesimo codice, dal presidente Obama nel 2009. Le due compagnie automobilistiche hanno avuto bisogno di decine di miliardi di dollari di investimenti, dal bilancio pubblico e dai fondi pensione del sindacato, per riprendersi. E se oggi la Fiat può godere dei vantaggi dovuti al possesso della Chrysler, è proprio grazie a quella bancarotta.

Il fallimento era annunciato. Sono anni, infatti, che Detroit annaspa per uscire da una crisi sempre più strutturale. Il declino storico è stato fotografato da diverse angolazioni e il fatto che da 296 mila gli addetti dell’industria automobilistica siano ormai solo 27 mila è una di queste immagini. Così come il crollo dei suoi abitanti, passati da 1,85 milioni negli anni 50 ai poco più di 700 mila dello scorso anno. Tra il 2000 e il 2010, la città ha perduto 235.500 abitanti più di quanti abbiamo abbandonato New Orleans (140,000) dopo l’uragano Katrina.

A bilancio sono iscritti circa 19 miliardi di dollari di debiti che con ogni probabilità si abbatteranno sulla popolazione, ormai inerme. Il piano di aggiustamento che dovrà essere messo a punto, infatti, prevede già duri interventi sul pagamento delle pensioni, sui servizi cittadini e sul costo della vita in città. L’unico problema è che ad aver innescato la spirale del fallimento sono stati già gli effetti della crisi. Secondo la coalizione cittadina DetroitDebtMoratorium.org, che si batte per la moratoria sul debito, la crisi è stata scatenata, oltre che dalla capillare corruzione, dall’ondata di pignoramenti seguita alla crisi dei subprimes con equivalente impennata dei tassi di interesse. I pignoramenti si sono abbattuti soprattutto sulla comunità afro-americana, il 62% della quale aveva sottoscritto quei mutui contro il 28% dei bianchi. Tra il 2005 e il 2009 la città ha subito oltre 67 mila pignoramenti praticamente il 20% delle abitazioni cittadine sono state sequestrate mentre nel 1996 il tasso di pignoramento era il più basso di tutte le grandi città metropolitane degli Stati Uniti. E questo spiega perché parti intere della città siano deserte e la popolazione abbia abbandonato la città.

Il comitato civico punta il dito contro l’avidità delle grandi banche che saranno privilegiate nel pagamento dei debiti. Nella lista degli istituti considerati alla stregua, definiti come “cospiratori”, si trovano Bank of America, JP Morgan Chase, Wells Fargo ma anche le europee Ubs e Deutsche Bank.

In questo sfacelo il ruolo dell’industria automobilistica non sembra sia stato positivo. Il rilancio, dopo la bancarotta di General Motors e Chrysler, infatti, è stato possibile con un sostanziale dimezzamento degli stipendi che ha avuto un immediato riflesso sul tenore di vita cittadino. Il che si è tradotto in un bilancio eccezionale per la società di Marchionne. Nel 2012, infatti, il Lingotto ha chiuso con utili per 1,4 miliardi ma 2,4 sono venuti dalla Chrysler mentre la sezione “italiana” registrava un miliardo di perdite.

Oggi Fiat-Chrysler assicura che continuerà a investire nella città e a giocare un ruolo per la sua “rivitalizzazione”. È un fatto però che mentre General Motors occupa in città non più di 3000 addetti la società anglo-italiana ne impiega circa 10 mila. Il resto è disperso in altre città degli Stati Uniti, in Messico, Europa, America del Sud. Il fallimento della città, in effetti, non ha alcun riflesso negativo sugli utili e sui destini delle aziende, Chrysler in testa. Inoltre le grandi major automobilistiche hanno la propria sede legale, e quindi fiscale, non a Detroit ma nel Delaware, uno dei più noti “paradisi fiscali” interni agli Usa. Tanto che, secondo l’Ocse, ben 791 multinazionali Usa hanno scelto di stabilire il proprio domicilio in quello Stato in virtù di un sistema di incentivi e deduzioni che, di fatto, azzera l’imposizione fiscale.

 

Tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it/

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