25 Luglio 2017

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"Strong" o "light", parole al vento! Penoso dibattito sul 9 febbraio

aaaaaparlamentoSi sono concluse con la vittoria di quella che è stata chiamata la soluzione "light" le discussioni al Parlamento federale sulle misure per concretizzare l'iniziativa dell'UDC approvata ormai quasi tre anni fa. In realtà la misura approvata non servirà a nulla per realizzare quello che, imbrogliando tutti e tutte, i partiti di tutto l'"arco costituzionale" svizzero continuano a ripetere: e cioè di voler combattere il dumping salariale.

La misura approvata, come tutti hanno capito, sarà facilmente aggirabile: persino coloro che l'hanno promossa affermano che riguarderà pochissimi casi. Non sarebbe andata meglio nemmeno con la soluzione "strong", che prevedeva qualche obbligo in più, anche questo facilmente aggirabile. E quando diciamo aggirabile non intendiamo attraverso il mancato rispetto delle norme di legge (perché da questo punto di vista tutte le leggi sono aggirabili). No, il problema è che le misure proposte lasciano di fatto una assoluta iniziativa ai datori di lavoro che possono giudicare se un candidato ha o meno i requisiti da loro richiesti e possono, a questo punto, giustificare tutto quello che vogliono.

Un secondo punto sotteso a tutto questo dibattito è che il dumping salariale , lo dice la parola stessa, è una spinta verso il basso dei salari. Per fare questo è necessario mettere in concorrenza i salariati e il ricorso a manodopera costretta ad accettare salari più bassi (come è il caso molto spesso di lavoratori stranieri) è lo strumento ideale. I padroni svizzeri non vogliono riconoscere la "preferenza" ai lavoratori indigeni non perché siano esterofili, ma semplicemente perché possono pagare di meno i lavoratori che provengono dall'estero, perché possono offrire loro salari che i lavoratori che lavorano e vivono in questo paese non possono accettare senza correre il rischio di lavorare e fare la fame.
Ma, anche restando nell'ambito delle misure di controllo del mercato del lavoro (misure che, se ben applicate potrebbero "scoraggiare" l'assunzione di manodopera a più basso costo) vediamo che gli orientamenti proposti non sono certo tali da impedire le politiche che, val la pena ricordarlo, il padronato sta perseguendo .
Riflessione questa che vale, ad esempio, per l'altra misura approvata a livello federale, quella di un obbligo di notifica dei posti vacanti da parte delle aziende.
Anche qui, e senza venir meno ai dispositivi di legge, si tratta di una misura che, in quanto tale e da sola, potrebbe facilmente essere aggirata da qualsiasi datore di lavoro che avesse in mente di sostituire lavoratori che ritiene di pagare troppo con altri lavoratori (poco importa che siano "indigeni" o stranieri) che potrebbe pagare molto meno. Il meccanismo sarebbe semplice. Potrebbe limitarsi ad assumere un nuovo dipendente, che paga meno, e poi licenziare (regolarmente) il dipendente che gli costano troppo. Tutto questo potrebbe avvenire nella più assoluta legalità (non è nemmeno tenuto, a meno che non venga richiesto, di spiegare le ragioni del licenziamento) e in tempi brevi (se il lavoratore è tra il secondo e il 9 anno di servizio bastano due mesi, se il rapporto è durato più di 10 anni ce ne vogliono tre). Tutto questo senza che il posto di lavoro oggetto della sostituzione sia diventato un posto vacante; e così via per eventuali altre sostituzioni.
Tutto ciò è possibile poiché il diritto del lavoro in Svizzera (inteso come diritto che tutela in modo particolare il salariato come "parte debole" di un contratto di lavoro) di fatto non esiste e i limiti di azione padronale sono praticamente totali.
Proprio in questa direzione andavano le proposte dell'iniziativa "Basta con il dumping salariale in Ticino" che voleva obbligare i datori di lavoro a notificare all'Ispettorato del lavoro tutti i contratti di lavoro stipulati, così come i cambiamenti e le condizioni principali di questi contratti. Solo in questa direzione sarebbe possibile, almeno in parte, cominciare a istituire un vero controllo sul mercato del lavoro: senza il quale la lotta ai cosiddetti licenziamenti sostitutivi diventa solo occasione per facile propaganda xenofoba da parte di coloro ai quali dei destini dei lavoratori ("indigeni" o stranieri) non gliene frega proprio niente.

1917

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