23 Ottobre 2017

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Parliamo di violenza sulle donne, non di altro

asessismo-linguistico520Bisognerebbe discutere dei fatti di Colonia prima di tutto liberandosi dalle suggestioni razziste consapevoli o inconsapevoli, dai falsi nessi di causa ed effetto e dalla paura dell'ideologia che di tutte le ideologie è la più insidiosa. Alcune osservazioni sono già state fatte dal Die Tageszeitung ma non solo. Come si fa per esempio a dimenticare che in ogni occasione in cui c'è calca e folla maschile imbevuta d'alcol le molestie sessuali, dalle palpatine allo stupro, sono all'ordine del giorno?

Visto che le violenze sono avvenute in Germania è stato ricordato l'Oktoberfest in cui l'euforia della festa e l'allentamento dei freni inibitori per eccesso di libagioni hanno sempre gli stessi e invariabili effetti. E poi è vero o non è vero che una donna su due ha subito nella sua vita violenze o molestie? Tra le considerazioni di puro buon senso ce n'è una affidata alla forza dei numeri. Su un milione di profughi arrivati in Germania il migliaio responsabile rappresenta l'uno per cento, una percentuale diciamo così fisiologica di criminalità perché appunto di criminalità si tratta, essendo l'obiettivo principale il furto e le molestie il contorno.
Perché bisognerebbe rivedere in senso restrittivo la politica dell'immigrazione come afferma Dacia Maraini, donna di sinistra e femminista? La rabbia che ogni persona civile, femmina o maschio, è autorizzata a provare non dovrebbe far perdere la lucidità al punto di produrre un'oscillazione verso il campo degli argomenti di Matteo Salvini e di Marie Le Pen.
Se non si perde il ben dell'intelletto, questa può essere l'occasione per riprendere il discorso sulla violenza alle donne interrotto ormai molto tempo fa e arenatosi su un'accesa discussione interna al femminismo a proposito di una proposta di legge. E' forse arrivato il momento di prendere atto che tutte le visioni trionfalistiche dei rapporti tra i sessi nel mondo occidentale si scontrano soprattutto con due dati della realtà, che riguardano entrambi il corpo femminile nella sua immediatezza. Il primo riguarda la maternità che incastra le donne nella più scomoda delle posizioni. Esiste infatti da una parte un immaginario maternale che ancora obbliga le donne a pensare a se stesse in primo luogo come madri e si è creato dall'altra uno stato di cose in cui la maternità è diventata nei fatti quasi impossibile. Ma di questo varrà la pena di parlare in una prossima occasione.
Oggi i fatti impongono di soffermarsi un momento sulla violenza con la sua ampia gamma di sfumature. Si potrebbe prima di tutto rimettere in discussione l'idea che solo una donna su due ha avuto a che fare con molestie e violenze. Ogni donna dall'infanzia alla vecchiaia condivide con questo fantasma la sua esistenza. Se la violenza non c'è, c'è il timore. La scelta degli orari, delle strade e delle compagnie avviene anche sulla base di considerazioni legate alla propria sicurezza personale. E c'è un paradosso a cui siamo talmente abituate da non vederlo come tale. E il paradosso è che tra l'aggressore e la vittima la consuetudine ha tradizionalmente condannato alla reclusione la seconda e non il primo. Le donne della mia generazione ricorderanno ancora un'adolescenza e una prima giovinezza segnata da orari di rientro obbligatori collegati alla luce perché una minaccia poteva essere in agguato nel buio. Le donne anziane per altro non sono affatto al sicuro perché i capelli bianchi esercitano una particolare forza d'attrazione su mariuoli e scippatori, soprattutto se si tratta di capelli bianchi femminili.
E andiamo alla parte più difficile da masticare, la provenienza dei molestatori. E' assolutamente sbagliato pensare che a Colonia abbia avuto luogo un atto di guerra di bande di maschi islamici contro i maschi occidentali. E' vero che spesso le guerre tra uomini hanno anche il corpo delle donne come posta in gioco, ma a Colonia non c'è stato alcun atto di guerra e tanto meno uno scontro di civiltà tra un mondo occidentale di donne ormai libere e un mondo islamico arretrato e patriarcale. Esiste una parte del femminismo italiano, purtroppo e pour cause quello che gode di un accesso maggiore ai media, che non riesce a fare i conti con una realtà forse troppo difficile da accettare. Questa parte marchia ogni denuncia di ingiustizie e violenze con l'appellativo di "vittimismo", nozione nata a destra in opposizione a quelle di disuguaglianza, oppressione, sfruttamento, dominio, alienazione ecc. proprie della sinistra fin dalla sua nascita nelle assemblee della rivoluzione del 1789. Ora, se si parte dall'idea che non c'è più oppressione e che grazie al femminismo le donne occidentali debbano solo scegliere come utilizzare la propria libertà, allora se un fatto contraddice la tesi, lo si spiega con l'introduzione di un elemento esterno. In questo caso l'orda dei maschi islamici.
Tuttavia non sarebbe condivisibile nemmeno l'idea opposta e cioè quella di un'assoluta equivalenza tra la condizione della donna in Occidente e nel mondo islamico. Per la semplice e ovvia ragione che affermarlo vorrebbe dire che la lotta non paga e che più di due secoli di femminismo non sono serviti a nulla o a ben poco. Sia chiaro, un femminismo, anzi dei femminismi esistono anche nel mondo islamico ma per ovvie ragioni hanno una storia assai più breve. Questi femminismi legittimamente non accettano lezioni da quelli occidentali perché tutto ciò che proviene da quel punto cardinale diventa immediatamente odioso, provenendo dalla stessa mano che bombarda e rapina. Ciò non significa che il femminismo occidentale non abbia nulla da dire e da dare e che uno scambio tra i due mondi poi nei fatti non ci sia. Pensiamo, per capirci meglio, che cosa ha significato la diffusione di Marx e del marxismo in ambienti che nulla avevano a che fare con la cultura di un ebreo tedesco, ateo, mezzo hegeliano e mezzo positivista, che parlava alla classe operaia industriale del XIX secolo. Si possono avere tutte le riserve possibili sugli esiti dell'incontro, ma sarà difficile sostenere che nella parte del mondo islamico che si ribella all'Occidente le cose siano oggi migliori.
Il discorso sarebbe ancora lungo e complesso, anche perché significherebbe rimettere in discussione concetti e nozioni date oggi per acquisite. Per esempio bisognerebbe chiedersi se esiste davvero una cultura occidentale e rispondere con molti se e molti ma. La cultura cosiddetta occidentale è debitrice della Grecia, debitrice a sua volta dell'Egitto attraverso il contatto con le isole dell'Egeo. E' debitrice della Mesopotamia e dell'ebraismo, della cultura araba del medioevo e di tante altre contaminazioni da rendere arbitrario ogni tipo di localizzazione stabile. Si può dire piuttosto che l'Occidente ha sviluppato un sistema di dominio a cui ha poi piegato le acquisizioni intellettuali circolate per secoli tra l'Africa del nord, il Medio Oriente e l'Europa.
Bisognerebbe inoltre chiedersi se è giusto accettare che il mondo occidentale sia visto come un insieme compatto. Il meccanismo per cui i diversi da noi ci appaiono tra loro tutti uguali viene riconosciuto quando funziona dalla parte dell'Occidente. Bisogna riconoscerlo e respingerlo quando proviene da altri punti cardinali.
L'Occidente ha costruito un sistema di dominio fondato sul massacro e sulla rapina e che gli è tornato indietro come un boomerang sotto la forma del razzismo nazifascista con i suoi Lager e i cinquanta milioni di morti della seconda guerra mondiale. Proprio perché è stato il luogo in cui si sono verificati i fenomeni peggiori, l'Occidente ha anche sviluppato alcuni antidoti di cui altri mondi si sono già proficuamente serviti e che non c'è alcuna ragione razionale di gettare nella spazzatura. Certo il femminismo di questa parte del mondo, cioè l'insieme dei femminismi esistenti, è oggi in stato confusionale e non riesce a trovare il capo e la coda di discorsi e di pratiche capaci di aderire al presente. Ma anche di questo bisognerà parlare in altre occasioni.

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