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Pierfelice Barchi, su La Regione di sabato,  esprime “un certo disagio” e le proprie “perplessità”  di fronte alla notizia di una ennesima iniziativa economica nel nostro cantone (un’azienda nei pressi di Mendrisio) che impiegherebbe essenzialmente solo manodopera frontaliera.

 Si interroga sullo sviluppo del nostro cantone negli ultimi anni, rimarcando come spesso siano più gli interessi a corto termine, immediati, che la volontà di costruire qualcosa di duraturo, che rafforzi il tessuto produttivo ed economico del cantone, a muovere i promotori, siano essi stranieri o indigeni.

Le osservazioni di Barchi sono giuste, anche se provengono da una parte politica che è direttamente responsabile di questo sviluppo. E con essa anche le altre parti politiche che questo cantone hanno governato. Anche nella campagna elettorale in corso, come nota lo stesso Barchi, l’accento è messo sullo sviluppo economico, e cioè sui meccanismi di mercato,  quale priorità per la creazione di posti di lavoro, di reddito e di benessere. Le cose non stanno proprio così e in materia di reddito ed occupazione chi vive in questo cantone se ne sta amaramente accorgendo.

Un po’ ingenuamente Barchi si chiede se, forse, il ricorso alla manodopera frontaliera non sia dovuto al fatto che il nostro mercato del lavoro non riesca a trovare manodopera qualificata, dovendo così ricorrere a manodopera frontaliera. In realtà questa non sarebbe una novità. Da sempre il mercato del lavoro ticinese, in tutti gli ambiti, ha sempre dovuto ricorrere, per trovare manodopera qualificata, al personale straniero, a quello frontaliero in particolare. Basterebbe pensare al settore industriale o a quello dell’edilizia per rendersene conto. Dove li ha trovati negli ultimi decenni i muratori qualificati, il nostro settore edile, se non tra i lavoratori frontalieri che ne costituiscono, in termini occupazionali, la vera spina dorsale? Dove ha trovato i tornitori, i fresatori, i periti chimici, ecc. se non nel grande bacino dei lavoratori frontalieri?

Ma da alcuni anni le cose sono cambiate, in modo particolare con gli accordi bilaterali e la cosiddetta libera circolazione. Che altro non è stata se non una liberalizzazione del mercato del lavoro, l’abbandono cioè di quei filtri che, in passato, avevano permesso che la pressione di questa ampia fascia di mercato del lavoro frontaliero non pesasse troppo sulle condizioni di lavoro e di salario di chi oltre a lavorare in Ticino ci deve anche vivere.

D’altronde questa è stata anche la politica condotta a livello federale nel dopoguerra; una politica che voleva accompagnare l’arrivo di importanti flussi di manodopera estera. Sono state così inventate, e codificate nella legge, nozioni come quella di “salario d’uso”, sono stati dichiarati di obbligatorietà generale dal consiglio federale (anche se non esistevano le condizioni formali per farlo) contratti di settori a forte immigrazione (edilizia e ristorazione): obiettivo era appunto evitare il dumping salariale e sociale.

Con i nuovi accordi bilaterali tutto questo, come detto, è saltato. Le misure di accompagnamento previste sono solo misure ex-post, cioè che possono intervenire dopo che un situazione di dumping salariale si è affermata…

Di tutto questo sono responsabili i partiti di governo (dai liberali al PS)  e le direzioni sindacali che hanno sostenuto (a più riprese, l’ultima volta addirittura nel febbraio 2009, in occasione della votazione sull’estensione degli accordi) che le misure di accompagnamento erano efficaci ed avrebbero protetto egregiamente dal dumping salariale e sociale.

Solo l’MPS, da sinistra, ha criticato questa impostazione (e la Lega da un altro punto di vista, proponendo tuttavia una posizione autarchica ed opponendosi per principio alla libera circolazione), ribadendo il proprio sostegno alla libera circolazione, però solo nel quadro di misure di accompagnamento che realmente evitassero il dumping salariale e sociale. Tra queste, abbiamo insistito, avrebbe dovuto esserci l’introduzione di un salario minimo legale.

La realtà è che molte attività industriali e molte iniziative prese negli ultimi anni (pensiamo per esempio al cosi tanto decantato settore della logistica – Gucci, ecc) vivono sono grazie al ricorso a bassi salari (siamo nell’ordine del 2’000 franchi); una logica che sta investendo anche il settore terziario, come mostrano l’evoluzione statistica: il settore delle vendita e quello impiegatizio (segretarie, ecc.). In altre parole: il dumping salariale e sociale sta avanzando lentamente ma inesorabilmente. È ora di correre al riparo e i poteri pubblici, e qui la pensiamo in modo diverso da Barchi, potevano e potrebbero fare qualcosa. Ma, constatiamo, non solo una mancanza di autocritica, ma una perseveranza diabolica nell’idea che il libero mercato possa portare occupazione e benessere. Una convinzione che fa a pugni con la realtà e con il comune sentire di tutti coloro che vivono e lavorano in questo cantone.

* Candidato MPS al Consiglio di Stato

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