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In Ticino, l’applicazione dal primo d’aprile della nuova LADI avrà come conseguenza principale che più di mille disoccupati rimarranno senza indennità.

 

Questo accade perché le casse disoccupazione sono state chiamate a ricalcolare le indennità a cui ha diritto ognuno sulla base della nuova legge, indipendentemente dalla data d’iscrizione in disoccupazione.

Così capita, per fare degli esempi, che una persona che pensava di aver diritto a 400 indennità, si ritrovi a sapere che con la nuova legge queste scendono a 200 (giovani con meno di 25 anni e senza figli) o a 260 (per chi ha figli o ha più di 25, ma meno di un anno e mezzo di lavoro negli ultimi due anni). Prendiamo il primo caso: se al 31 marzo la persona ne avrà percepite più di 200, l’erogazione delle indennità sarà interrotta a partire dal 1° aprile. Se ne avrà percepiti meno di 200, il conteggio sarà adattato al nuovo diritto, diminuendo dunque il periodo a disposizione per trovare un nuovo impiego.

Questo avrà conseguenze molto pesanti a livello sociale, perché le persone che si stanno trovando adesso in questa situazione, avranno davanti a sé prospettive molto dure.

Da una parte, saranno costrette, per avere comunque un reddito che permetta loro l’esistenza materiale, a iscriversi agli sportelli LAPS, all’assistenza, facendo dunque un ulteriore passo di allontanamento dal mondo del lavoro. Dall’altra parte, pur di ritrovare un’attività lavorativa, saranno disposte ad accettare condizioni di lavoro capestro.

A chi ha dovuto dare questo tipo d’informazione alle persone toccate dai provvedimenti, è bastato vedere gli sguardi dei presenti, per capire cosa stava passando per le loro teste.

Visto anche il delicato periodo pre-elettorale, il Governo ticinese, che aveva appoggiato in blocco questa riforma senza mai accennare a eventuali correttivi, ha deciso di intervenire. Lo farà attraverso la modifica della L-Rilocc, che è la legge cantonale che, tra le altre cose, regola gli aiuti ai disoccupati per rientrare al lavoro. In questo contesto appaiono miserabili gli interventi di coloro che, come quello del PLRT che plaude a queste proposte, si sono schierati attivamente a sostegno della revisione della LADI lo scorso mese di settembre.

Sono previsti interventi che vanno essenzialmente in tre direzioni: formazione, stage e aiuti all’autoimprenditorialità. In pratica, anche chi non avrà più diritto alle indennità, avrà ancora diritto a una serie di prestazioni dell’Assicurazione contro la disoccupazione, cosa che finora non era il caso.

Questo intervento appare però, come sempre quando il governo deve intervenire per modificare le condizioni del mercato del lavoro, minimalista.

 

Scuola di disoccupazione

 

Il potenziamento della formazione, più che un aiuto a chi si trova nella necessità di un impiego, appare come un modo per favorire le solite aziende che operano nel settore della formazione ai disoccupati, come Labor Transfer, Ecap-Unia, ecc. Questi corsi, spesso, servono di più a chi li eroga che a chi ne usufruisce. Seppur utili, infatti, influiscono solo in modo marginale sull’aumento di possibilità di reintegro in un mondo del lavoro che si fa sempre più ristretto, esigente e che è sempre più precario. Inoltre, agiscono solo sulle modalità di selezione. Rendere più attrattivo un salariato per il mercato del lavoro, significa per forza, a parità di posti vacanti, renderne un altro meno interessante.

 

Stage: un ulteriore favore alle aziende

 

Per quanto riguarda gli stage, riteniamo che, esattamente come la formazione, non rappresentino un granché come aiuto. In pratica, spesso, si tratta di un regalo supplementare alle aziende, che potranno usufruire, per periodi a loro scelta, di manodopera in più. Spesso, già dalla seconda settimana di stage, i disoccupati sono abbastanza indipendenti da rendere almeno quasi quanto i lavoratori mandati tramite agenzie interinali.

In pratica, si tratta di organizzare lo sfruttamento al pari di agenzie interinali, ma a spese dell’assicurazione contro la disoccupazione e ammantandosi ipocritamente di un’aura di “socialità”, che in realtà altro non è se non una maschera ipocrita di nuovo sfruttamento.  Dal punto di vista dell’azienda, spesso lo stage è solo un modo per spostare il momento dell’assunzione ed evitar i costi di inserimento e prima formazione.

Lungi da noi il tentativo, però di mettere in dubbio l’utilità di questi strumenti nel ritrovare lavoro per i disoccupati che ne usufruiscono. Il problema, però, è a monte: il numero di posti di lavoro non evolve in misura delle reali necessità, ne consegue che per un disoccupato che le aziende preposte riescono a piazzare, ne rimangono inevitabilmente esclusi altri.

 

Intraprendere… l’ennesimo fallimento!

 

Nemmeno gli aiuti per mettersi in proprio (la mitica autoimprenditorialità) risolvono la situazione. Non solo perché, come dimostra l’esperienza di questi anni, molto spesso l’indipendenza di questi lavoratori è solo formale (lavorano in realtà alle dipendenze di qualcuno ma senza un contratto, assumendosi così tutti i rischi), ma preparano il campo ai futuri fallimenti di aziende, visto che il mercato non dà segni concreti di ripresa, se non attraverso comunicati stampa sempre meno credibili. In pratica, è un invito ai salariati ad investire a favore delle banche e dei grandi fornitori, , con la prospettiva di perdere tutto,  il loro secondo pilastro.

 

Le nostre proposte

 

In questo contesto, per contrastare con un minimo di credibilità i discorsi semplicistici, irrealistici e oltretutto razzisti e xenofobi sulla chiusura delle frontiere, bisogna dare chiare risposte che permettano davvero di uscire da questa situazione di continuo aumento del disagio sociale e peggioramento delle condizioni di lavoro, dovuti a una sempre maggior concorrenza tra chi ha lavoro e chi lo cerca, al di qua e al di là della frontiera.

In questo senso riteniamo necessario:

– introdurre un salario minimo intercategoriale, valido per tutti coloro i quali lavorano in Svizzera, indipendentemente dal loro statuto di 4’000 franchi mensili per un lavoro al 100%;

– diminuire del tempo di lavoro a 35 ore settimanali senza diminuzione di salario;

– potenziare il servizio pubblico, con conseguente aumento di posti di lavoro, andando dunque in controtendenza con l’attuale diminuzione dei posti organizzata negli ultimi anni dal Cantone

Queste sono solo alcune delle proposte da mettere in campo, proposte che il governo si guarda bene dal prendere in considerazione, perché andrebbero a risolvere un problema dei salariati a svantaggio delle classi dominanti di questo Cantone.

Avrebbero poi, queste proposte, anche il vantaggio di rispondere alla questione del reddito, cercando di dare maggior dignità del lavoro, con ritmi di lavoro più a misura d’uomo e carichi meno pesanti, sia a livello fisico che mentale.

Da chi ritiene che tutto questo sia irrealistico, ci attendiamo proposte altrettanto concrete ed efficaci per dare risposte a coloro che cercano un lavoro: che in Ticino, a fine dicembre, erano quasi 12’000.

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