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In questa intervista Michaël Ayari ( ricercatore al CNRS) e Vincent Geisser (dottore in scienze politiche) analizzano importanti aspetti della rivoluzione tunisina, dei suoi possibili sviluppi e delle sue conseguenze per il mondo arabo.

 

La rivoluzione tunisina ha colto di sorpresa i governi, in particolare il governo francese che è sprofondato nella sua infamia sostenendo fino alla fine la dittatura di Ben Ali e del RCD. Ma, nemmeno la maggior parte della sinistra politica e sociale ha saputo anticipare questa potenzialità rivoluzionaria. Potete ricordare le principali tappe del processo rivoluzionario, indicare il ruolo delle diverse forze politiche e sociali nella direzione del movimento e mettere in evidenza i fattori che hanno reso possibile un tale cambiamento?

 

È vero che gli attori politici, i leader di opinione e gli “esperti di sicurezza” francesi hanno dato prova di miopia intellettuale nei confronti della situazione tunisina. Lo scrittore Alexander Adler parlava a questo proposito addirittura della Tunisia di Ben Ali  come della “democrazia andalusa”. Pertanto, un certo numero di segnali premonitori avrebbero dovuto renderli attenti. Nell’ambito dei nostri lavori scientifici attorno a L’année du Maghreb (CNRS Editions, redattore responsabile Eric Gobe)1, da diversi anni mettevamo in evidenza il degrado del clima sociale, l’esaurimento delle fonti di legittimità del governo Ben Ali e la fuga in avanti dell’apparato di sicurezza. Abbiamo parlato della “fine di un ciclo politico” in Tunisia. Le nostre ultime cronache ventilavano tra l’altro chiaramente l’ipotesi di un cambiamento di regime. La rivolta del bacino minerario di Gafsa nel 2008-2009, evidentemente meno mediatizzata degli ultimi avvenimenti, aveva pertanto ampiamente gettato le basi di una nuova “configurazione protestataria”. Per capire la cronologia e la portata di questi movimenti, che hanno condotto alla partenza precipitosa del generale Ben Ali, bisogna staccarsi da due idee precostituite.

La prima consiste nel vedere nelle proteste sociali in Tunisia un movimento di contestazione organizzato “dall’alto”. Ebbene, i partiti d’opposizione indipendenti, le organizzazioni dei diritti dell’uomo e il sindacato unico (UGTT) hanno giocato un ruolo minore nello scoppio della protesta. All’inizio, sono stati dei movimenti di diplomati disoccupati, sostenuti dalle loro famiglie, che hanno scatenato il processo rivoluzionario. Senza cedere a un certo romanticismo, possiamo parlare di “rivoluzione dal basso”.

La seconda consiste nel togliere ogni connotazione politica alla protesta. Insomma, secondo questa tesi, i movimenti sociali dei 2010-2011 costituirebbero una nuova versione delle “rivolte del pane” degli anni 1980. Questa visione è del tutto sbagliata. Infatti, dall’inizio della contestazione, i disoccupati diplomati dell’interno del paese (le regioni di Sidi Bouzid e di Kasserine) hanno sviluppato slogan antiregime e anticorruzione. La loro volontà di chiudere con il “sistema Ben Ali” era dunque chiara. Le loro rivendicazioni non si limitavano all’ambito  professionale.

Del resto, in uno dei suoi discorsi in televisione, Ben Ali aveva promesso loro dei posti di lavoro e la contestazione è ripartita con più vigore. I giovani diplomati hanno espresso il loro rifiuto del clientelismo di Stato, consistito per molti anni nell’acquisizione della pace sociale attraverso misure sociali precarie e temporanee.

D’altronde, non si può neppure negare il ruolo di alcune forze politiche organizzate. Molto rapidamente, il sindacato UGTT ha assunto un ruolo centrale. I suoi militanti locali e le sezioni regionali hanno rapidamente dato il loro sostegno ai manifestanti. Le sezioni dell’UGTT hanno funto da “rifugio” per i manifestanti e i feriti. Man mano che il movimento di protesta si generalizzava, estendendosi a nuove regioni, l’UGTT inaspriva la sua posizione nei confronti del regime. Come spiegare che un sindacato unico, la cui direzione centrale era accondiscendente con il potere di Ben Ali, abbia potuto avere un ruolo di accompagnamento, se non di inquadramento della contestazione? È quello che abbiamo chiamato, con il nostro collega Michel Camanau, “la teoria dell’anello debole”2. Certo il sindacato ha sovente avuto un ruolo di “intermediario” tra il potere e i salariati. Ma, attraverso il suo inserimento, sia settoriale che territoriale, ha sovente minacciato l’egemonia del Partito Stato di Bourguiba e di Ben Ali. Segnale inequivocabile: è nel giorno in cui l’UGTT ha proclamato lo sciopero generale, il 14 gennaio, che Ben Ali ha lasciato precipitosamente il potere.

 

In un articolo apparso poco dopo la caduta di Ben Ali3, Yassin Temlali indica che l’opposizione è attraversata da una doppia divisione. In primo luogo, un’opposizione tra i sostenitori di una transizione dolce  attraverso un governo di coalizione con il partito della dittatura e coloro che lottano per uno smantellamento del sistema Ben Ali attraverso un processo costituente. La seconda frattura concerne l’atteggiamento di fronte alla corrente islamista. Questa lettura vi sembra adeguata? Come percepite l’evoluzione di queste divisioni e dei rapporti di forza politici corrispondenti?

 

L’analisi di Yassin Temlali presenta una certa pertinenza. Siamo chiari: non si tratta di una differenza di “cultura politica” tra due opposizioni, una tendenzialmente  portata al “compromesso” e l’altra alla “continuazione della rivoluzione”. Gli oppositori che hanno accettato il compromesso con i membri del vecchio regime sono ideologicamente molto vicini a quelli che lo rifiutano categoricamente. Hanno subito la repressione e hanno lavorato insieme durante numerosi anni, all’interno del paese e in esilio. Si sono frequentati in organizzazioni come la Lega tunisina dei diritti dell’uomo (LTDH) o il Consiglio nazionale per le libertà in Tunisia (CNLT), oppure l’UGTT. Come spiegare allora le loro divergenze attuali? È precisamente qui che bisogna evitare  visioni romantiche: se Ben Ali ha avuto effettivamente paura della piazza, sono comunque i militari, le “colombe del regime” con l’appoggio degli USA,  che l’hanno spinto a partire così presto. Checchè se ne dica, il bagno di sangue avrebbe potuto essere molto più pesante se Ben Ali fosse rimasto al potere. C’è quindi stata una trattativa al vertice che ha permesso ai “vecchi del regime” – o almeno a una minoranza di loro- di restare parzialmente padroni del gioco. Piuttosto che di opporre due “correnti”, diremmo che ci sono due strategie: i fautori della normalizzazione e i fautori della democratizzazione radicale. I primi pensano che bisogna salvare le conquiste della rivoluzione democratica facendo un “compromesso securitario” con gli elementi più aperti del vecchio regime. I secondi vogliono continuare la rivoluzione democratica, agitando lo spettro della restaurazione o della controrivoluzione. Ma, l’errore sarebbe di credere che queste strategie riposino su tradizioni ideologiche ancorate profondamente nella società tunisina. Tra i partigiani del compromesso, si trovano dei vecchi comunisti, sindacalisti o nazionalisti arabi. Tra i partigiani della democratizzazione radicale, non si recensiscono solo dei militanti di estrema sinistra, ma anche dei borghesi di Tunisi (i beldis come li chiamano in dialetto tunisino) delle femministe e anche degli “elementi tiepidi”, per non dire dei resistenti dell’ultima ora. Le posizioni non sono ancora così cristallizzate ed è probabile che i rapporti di forza e le “linee di alleanza” evolvano nelle prossime settimane.

(…)

Per quanto concerne l’integrazione degli islamisti nel gioco politico, anche qui, bisogna evitare un’analisi semplicistica che opporrebbe in maniera caricaturale il “campo laico” al “campo islamico”. Numerosi militanti di estrema sinistra, di femministe e di democratici progressisti sono chiaramente per la partecipazione degli islamisti del partito Ennahda (Rinascita) al gioco democratico tunisino. Altri, invece, continuano a sventolare i “fazzoletti verdi”. In esilio, gli islamisti riformisti, partecipavano già a numerosi forum di opposizione democratica. Si è prodotto un fenomeno di acculturazione reciproca: la sinistra ha imparato a conoscere gli islamisti (i Khouanjis come si dice in tunisino) e gli islamisti hanno largamente rivisto le loro posizioni, ammettendo un certo numero di conquiste secolari come il Codice dello statuto personale che, come sapete, è piuttosto egualitario in Tunisia (divieto della poligamia, abolizione del ripudio e instaurazione del matrimonio e del divorzio civili). Il partito islamico di Rached Ghanouchi ha per modello il partito AKP di Erdogan che è attualmente al governo in Turchia. Nulla a che fare con Al Qaeda o il salafismo saudita. Però, non è escluso che lo spauracchio islamista, del “pericolo verde”, sia brandito da un certo numero di attori che hanno interesse a far cappottare il processo di democratizzazione.

 

La rivoluzione tunisina è percepita come uno choc importante per l’insieme del modo arabo, in particolare per il Maghreb. Portate da questo soffio, mobilitazioni sono in corso nella maggioranza dei paesi della regione. In che misura questa comunanza politica di destini è, secondo te, una comunanza effettiva e quali ne sono le risultanze?

 

Contrariamente a ciò che dicono i giornalisti, non si tratta di un “contagio”- la democrazia non è una malattia – ma un nuovo orizzonte d’attesa per le popolazioni del mondo arabo sottoposte al giogo della dittatura. La rivoluzione democratica tunisina ha delle risonanze molto forti tra i semplici cittadini così come tra i militanti di opposizione e gli attivisti dei diritti dell’uomo. Se bisogna guardarsi dal fare delle profezie – la situazione della Tunisia è molto differente da quella dei suoi vicini – gli “ingredienti” che sono stati all’origine della rivoluzione sono comuni a numerosi paesi arabi: le disuguaglianze sociali enormi causate dagli effetti delle politiche della liberalizzazione ispirata dal FMI e dalla Banca mondiale, la corruzione generalizzata, la chiusura da parte della polizia dello spazio pubblico e, evidentemente, l’assenza di un pluralismo politico. Oggi, è incontestabile che la rivoluzione democratica tunisina “fa modello”: rappresenta una speranza per i cittadini del mondo arabo. È in questo senso che bisogna attendersi a degli “effetti a catena”. Gli oppositori arabi si sentono rinvigoriti. A lungo rassegnati all’impotenza politica e a un’atteggiamento attendista, o di collaborazione con i paesi occidentali, sanno ora che “cacciare il dittatore” è un sogno alla loro portata. E questo, a maggior ragione, che la rivoluzione tunisina suscita l’ammirazione dei militanti di ogni tendenza politica: dalla sinistra agli islamisti, passando per i liberali e i socialdemocratici. (…).

 

Una delle questioni chiavi è la perpetuazione della dominazione neocoloniale. Come si ripercuote questa questione nella rivoluzione tunisina e nella regione?

 

Attenzione a non cadere nelle analisi riduttive. La Tunisia è indipendente da più di 50 anni! Bisogna maneggiare il concetto di “dominazione neocoloniale” con molte precauzioni epistemologiche. L’oppositore storico, Moncef Marzouki, preferisce parlare di “colonialismo interno” e vede nei sistemi securitari arabi delle “armate di occupazione” dirette contro i  loro popoli4. Le logiche della dominazione Nord/Sud sono dunque complesse. Le risorse dei regimi autoritari del mondo arabo rinviano anche a      delle logiche di dominazione endogene. Per dirlo più      semplicemente, l’asse della dominazione tradizionale Colonia/Metropoli è stata rimpiazzata dall’integrazione nell’asse Maghreb/sistema internazionale, con degli attori centrali come il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca mondiale.  (…)

La domanda è ancora più pertinente dato che tocca le divergenze in seno al movimento democratico tunisino: quelli che accettano il compromesso “securitario-democratico”, perché sanno che questa opzione ha il sostegno delle grandi potenze occidentali, e quelli che vogliono andare oltre, trasformando la rivoluzione democratica in rivoluzione sociale. Ma ciò che complica ulteriormente la cosa è il fatto che alcune elite della borghesia tunisina appoggiano anche la “rivoluzione democratica radicale”, perché non riconducono la corruzione alla “governance” del FMI, ma al  vecchio sistema autoritario. Insomma, la rivoluzione popolare tunisina – come quelle che potrebbero scoppiare su ampia scala nel mondo arabo- non rischiano di essere confiscate dai “vecchi del regime” (il regime di Ben Ali è morto), ma dai depositari della nuova formula politica araba che qualifichiamo di “democrazia autoritaria” o di “autoritarismo democratico”, una sorta di regime ibrido, che combina elementi democratici in opposizione al vecchio regime, ma soprattutto con una forte integrazione nel sistema della “governance” mondiale.

 

1. Sito L’Année di Maghreb, dossier online sulla Tunisia: http://anneemaghreb.revues.org/

2. Michel Camau, Vincent Geisser, Le syndrome autoritarie. Tunisie politique de Bourguiba à Ben Ali, Paris, Presse de Sciences Po, 2003.

3. Vedi su ESSF: Tunisie -Divergences de l’opposition face à un système-RCD relooké

4. Moncef Marzouki et Vincent Geisser, Dictateurs en sorsi. Une voie démocratique pour le monde arabe, Paris, Editions de l’Atelier, 2009.

 

* Intervista a cura di Cedric Durand

* pubblicato sul sito della rivista Contretemps il 23 gennaio 2011. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

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