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Nella chiesa del  convento dell’Annunciata a Piancogno presso Borno in Valcamonica si può ammirare un monumentale tramezzo affrescato attribuito a Giovanni Pietro da Cemmo, dipinto nel 1479. Si tratta di uno dei pochi esempi superstiti, otto in tutto, delle chiese costruite secondo il cosiddetto “modulo bernardiniano” (la parte dell’edificio riservata ai monaci divisa da quella destinata ai fedeli da un tramezzo in muratura sul quale sono raffigurate scene della Passione), di cui due si trovano in territorio ticinese: Santa Maria degli Angioli a Lugano e Santa Maria delle Grazie a Bellinzona.

 

Dalla chiesa dell’Annunciata, una scaletta conduce alla sottostante cripta, consistente in alcuni locali ora adibiti a museo del convento. Vi sono esposte un gran numero di reliquie di beati e santi locali ed esotici, alcune isolate, altre accostate a formare fiori, ghirlande o altre figure, secondo un gusto barocco che ai nostri occhi appare leggermente macabro. All’uscita un cartello avverte: queste reliquie non sono oggetto di culto, ma una testimonianza della fede dei secoli passati. Una gentile precisazione insomma per dire che nella nostra epoca la religiosità si fonda su altre basi.

Pensandoci bene, però, quel cartello è tutt’altro che gentile. Sotto l’apparenza dell’informazione, nasconde una figura retorica, la metonimia, consistente nello scambiare la causa con l’effetto e viceversa. In dialetto si chiamerebbe “girà ul fiöö in da la cüna”. Le reliquie in realtà non sono l’effetto della fede, ma ne sono state spesso la causa. Miracoli, prodigi, lacrime di madonne, ossa e pezzetti di vestiti dei santi sono sempre serviti a suscitare e ad alimentare la religiosità popolare, inventare purgatori e vendere indulgenze. La fede vera non ha bisogno di simili strumenti, e non ne produce.

Alla stessa figura retorica sembra essersi affidato Roberto Sandrinelli, candidato socialista al Consiglio di Stato, nell’intervista alla RSI dello scorso 18 gennaio. Rispondendo a una domanda sugli obiettivi generali che si pone oggi il suo partito, ha affermato che “la scelta non è tra capitalismo e anticapitalismo, ma su quale tipo di capitalismo vogliamo”. Caro Roberto, non bisogna confondere l’effetto con la causa. La voglia di cambiamento, l’esigenza di rovesciare la società, il sogno di mettere gli ultimi al posto dei primi e i primi al posto degli ultimi, il deposuit potentes de sede et exaltavit humiles, l’esurientes implevit bonis et divites dimisit inanes hanno preceduto la nascita del partito socialista. Sono stati gridati dai profeti dell’Antico Testamento, dai millenaristi cristiani, da Giordano Bruno messo al rogo dall’Inquisizione, dai rivoluzionari francesi, da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht assassinati, da Antonio Gramsci in carcere, dai partigiani impiccati come delinquenti dai fascisti, da una moltitudine di operai licenziati perché comunisti. Il partito socialista si è fatto interprete di questa esigenza e l’ha tradotta in politica più o meno dignitosamente per più di un secolo, ma non è in alcun modo legittimato a decretare che la storia è finita e che dobbiamo vivere sottomessi in eterno all’ordine esistente.

E poi, siamo così sicuri che i padroni dell’economia gradiscano i consigli  sul tipo di capitalismo più adatto al nostro tempo? E che non ridano nel vedere un intero partito fare il lacchè che corre davanti alla carrozza del signore per far largo sulla strada? O, peggio, il cane da guardia? A furia di rinunciare ad avere un proprio progetto di società e accodarsi a quello degli altri, il partito socialista rischia diventare del tutto ininfluente e il suo programma elettorale di passare alla storia come il regolamento della Fondazione Ronald McDonald, come la Costituzione della Repubblica dei Puffi o come la pubblicità dei tortellini al prosciutto di Giovanni Rana.     

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