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In questo periodo di crisi i lavoratori frontalieri sono diventati il capro espiatorio degli effetti della crisi. È evidentemente il cavallo di battaglia della destra… e talvolta capita che anche a sinistra qualcuno non esiti a montare in sella.

 

Un problema che viene da lontano

 

Il problema del dumping salariale, della pressione verso il basso dei salari, è oggi sotto gli occhi di tutti, ma, quando gli accordi sono stati sottoposti a votazione, chi a sinistra come l’MPS ha avuto il coraggio di mettere in guardia la popolazione contro questo pericolo è stato spesso tacciato di razzista e isolazionista. Come MPS abbiamo sempre difeso la libera circolazione delle persone, ma abbiamo anche sempre detto che, senza un impianto legale-contrattuale che permettesse di proteggere veramente i diritti dei salariati, si sarebbe aperta una lotta al massacro tra salariati, che avrebbe portato benefici solo al padronato. Ebbene, purtroppo è esattamente questo che è successo. Il dumping salariale è iniziato come un movimento lento verso il basso dei salari in tutti quei settori nei quali non esistevano dei minimi salari affrancati in contratti collettivi, o dove i minimi salariali sono in media più bassi dei salari medi del settore. Poi è arrivata la crisi e la pressione dei salariati dell’Italia del nord, anch’essi alla ricerca di un’opportunità di lavoro in questo periodo di crisi, ha incrementato esponenzialmente le file dell’esercito di manodopera di riserva che si contendono i posti di lavoro in Ticino. Il tutto è stato poi accentuato dal ruolo di procacciatori di profili “interessanti” che hanno giocato le agenzie interinali presenti nella zona insubrica. 

 

Bala i ratt… e non solo

 

Alcuni se la prendono apertamente con i frontalieri attaccando la loro dignità con delle campagne vili e xenofobe come “bala i ratt”, altri non gli danno l’aumento salariale, altri ancora, “più a sinistra”, parlano di indennità di residenza per i residenti o di incentivi per le aziende che assumono dei residenti. Si naviga quindi tra misure discriminanti e ulteriori incentivi diretti o indiretti alle aziende, pagati ancora una volta dai salariati tramite il gettito fiscale, rifiutandosi di sfiorare il problema di fondo: un controllo puro e semplice dei livelli minimi salariali. È evidente per tutti che la ricerca sempre più importante di manodopera frontaliera non è motivata da una mancanza di manodopera sufficientemente qualificata sul territorio ticinese, ma dalla possibilità di pagarla meno e di ristabilire così, spremendo ulteriormente i salariati, i tassi di profitto dell’ante crisi.

 

Un salario minimo legale

 

Di fronte a questa situazione l’MPS ha proposto una soluzione semplice per comprensione e applicazione: un salario minimo legale di fr. 4000.-per tutti. Una proposta che però è stata messa da parte con il pretesto che non era “costituzionale” e che quindi, in ultima analisi viola i diritti fondamentali nel nostro paese.

Un salario minimo di fr. 4000.- permetterebbe un salario d’entrata dignitoso per tutti i salariati, frontalieri e residenti, e impedirebbe di fatto il meccanismo del dumping salariale. Inoltre, questa soluzione ha il pregio di combattere anche i bassi salari che già esistono in Ticino e che devono essere integrati ancora una volta tramite delle misure come gli assegni integrativi, i sussidi di cassa malati,…, pagati essenzialmente dai salariati tramite il gettito fiscale. Noi ambiamo semplicemente a un Ticino dove un salariato possa vivere dignitosamente con il salario che si guadagna con il sudore della sua fronte. Cosa c’è di così pericoloso per i diritti fondamentali delle persone in tutto questo?

 

 

* Candidato MPS per il Gran Consiglio

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