Tempo di lettura: 7 minuti

Intervista a uno dei dirigenti dei Socialisti rivoluzionari, formazione della sinistra anticapitalista egiziana che ha svolto un ruolo importante nelle moblitazioni degli scorsi mesi e nella cacciata di Mubarak

 

 

In Egitto, i militanti dei Socialisti rivoluzionari hanno resistito negli anni alla repressione dello stato poliziesco organizzandosi in favore della democrazia e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. E’ grazie ai loro sforzi coraggiosi che i socialisti hanno giocato un ruolo significativo nell’organizzazione delle prime manifestazioni del 25 gennaio, quelle che hanno dato impulso alla vittoriosa insurrezione contro il dittatore Hosni Mubarak. Il loro ruolo è accresciuto col rafforzarsi del movimento. Sameh Naguib è dirigente dei Socialisti rivoluzionari. L’intervista si è svolta al Cairo.

 

Mostafa Omar (M.O)- Viviamo un’epoca incredibile per tutti i rivoluzionari in Egitto. Quali erano le vostre aspettative prima del 25 gennaio?

 

Sami Nagui (S.A) – Evidentemente, noi sapevamo sul piano teorico che, dopo un certo numero di anni, la situazione fosse esplosiva e che potesse scoppiare una rivoluzione. Ma non avevamo alcuna idea sugl’esisti del 25 gennaio. Quel giorno il numero dei manifestanti e il livello di militanza era senza precedenti.

Generalmente ai nostri appelli a manifestare rispondevano 100 o 200 persone, in genere rapidamente sgomberate dalle “forze di sicurezza”. Tuttavia, il 25 gennaio, il numero dei manifestanti è via via accresciuto lungo il corso di tutta la giornata, al Cairo, ad Alessandria e, infine, nelle altre città.

I manifestanti hanno respinto gli attacchi della polizia. Gettavano pietre contro i poliziotti. Le persone uscivano dalle loro case per raggiungerci. Le donne urlavano e ci gettavano caramelle. Alla fine della giornata del 25 gennaio, abbiamo compreso che era cominciato un movimento rivoluzionario.

 

M.O- Qual è stato il ruolo dei Socialisti rivoluzionari e delle altre forze di sinistra nella costruzione della manifestazione del 25 gennaio?

 

S.A- Il nostro movimento ha giocato – con il resto della sinistra e con il Movimento dei Giovani del 6 aprile – un ruolo chiave nella mobilitazione. I Fratelli Musulmani non hanno sostenuto l’appello a manifestare quel giorno, perché, come d’abitudine, non sostengono le mobilitazioni che non controllano. E’ così che la sinistra ha giocato un ruolo di primo piano.

Noi ci siamo riuniti con le altre forze di sinistra per sviluppare una strategia comune. Ad esempio, abbiamo deciso di cominciare la manifestazione in differenti quartieri del Cairo e raggiungere, infine, Piazza Tahrir. Con questa tattica si è evitato il concentramento delle forze di sicurezza in un solo luogo impendendole di spezzare sul nascere la mobilitazione, così come avevano fatto in passato. Questa tattica è stata efficace.

D’altro canto, per essere onesti, le forze di sicurezza non avevano previsto un afflusso così massiccio di persone che, del resto, aveva colto anche noi di sorpresa.

 

M.O- I media occidentali e egiziani ripetevano ossessivamente che non si trattava che di una rivolta giovanile organizzata da Facebook e altri social – network. Puoi darci un’idea della natura di classe della rivoluzione durante questi primi giorni?

 

S.A- Alcuni giovani di differenti classi sociali, molto avversi al regime, hanno giocato effettivamente un ruolo di primo piano nello scoppio di questa rivoluzione, ma il ruolo della classe lavoratrice è stato centrale dal primo giorno.

Ad esempio, la città di Suez, una città operaia con una lunga storia di lotta antibritannica e antisionista, è stata all’avanguardia della rivoluzione. Alcuni lavoratori di Suez sono usciti massicciamente dalle fabbriche della città e sono scesi in piazza. E’ tra loro che si contano i martiri del primo giorno. Sheik Hafez Salama, un dirigente della lotta contro il colonialismo britannico negli anni ’40, e più tardi della guerra con Israele, è sceso nelle strade con i rivoluzionari. Ci ha persino raggiunto qui a piazza Tahrir.

Al contempo, i lavoratori del Cairo, di Alessandria e di Mansura, hanno giocato un ruolo chiave negli avvenimenti sin dall’inizio. Ma, in questa fase, i lavoratori non hanno potuto partecipare alla lotta rivoluzionaria in quanto forza collettiva perché i capitalisti hanno fermato la produzione. Questa situazione è cambiata nei giorni prima della caduta di Mubarak, l’11 febbraio e subito dopo.

 

M.O- C’erano milioni di persone che hanno partecipato alla rivoluzione in Piazza Tahrir, ad Alessandria e nelle altre città egiziane. Come avete agito voi, socialisti rivoluzionari, dato il numero ristretto di militanti? Come siete intervenuti all’interno del movimento di massa? Quali sono state le vostre priorità?

 

S.A- Dall’inizio, i socialisti, i nasseriani e le altre forze di sinistra hanno giocato un ruolo importante nella direzione delle proteste. Ma dal momento che il numero di coloro che raggiungevano la rivoluzione aumentava esponenzialmente fino a raggiungere un milione di persone nelle città come il Cairo o Alessandria, abbiamo dovuto definire e concentrarci su alcune priorità.

Ci siamo pronunciati per il rovesciamento del regime e abbiamo rifiutato ogni proposta di negoziato.

Abbiamo posto le rivendicazioni della classe lavoratrice al centro delle nostre pubblicazioni e della nostra propaganda. Abbiamo raggiunto tutti i nostri contatti e alleanti nel movimento dei lavoratori, e abbiamo chiamato allo sciopero e al rafforzamento della rivoluzione.

Abbiamo richiesto la confisca dei beni delle grandi imprese che avevano un legame con il regime di Mubarak e abbiamo rivendicato la nazionalizzazione di questi beni sotto controllo operaio.

Abbiamo fatto della propaganda nel tentativo di trasformare la rivoluzione da una rivoluzione politica, democratica in una rivoluzione sociale. Abbiamo sostenuto le rivendicazioni popolari per un salario minimo di 1200 livree, per la costituzione di sindacati indipendenti, per il diritto al lavoro e al sussidio di disoccupazione ai disoccupati e per altre rivendicazioni di classe.

Abbiamo pubblicato sei dichiarazioni con le nostre analisi e le nostre rivendicazioni. Le abbiamo distribuite a migliaia di migliaia di copie in piazza; abbiamo egualmente usato il nostro sito Web per raggiungere tutte le regioni del paese.

 

M.O- qual è stato il ruolo dei Fratelli Musulmani, il più grande gruppo dell’opposizione politica nel paese?

 

S.A- La direzione dei Fratelli Musulmani non ha sostenuto l’appello alla manifestazione del 25 gennaio. In generale, essi non sostengono le mobilitazioni non indette da loro sin dall’inizio e non sotto il loro controllo. Tuttavia, dopo la prima giornata, quando è apparso chiaro che la rivoluzione fosse in marcia, hanno deciso di partecipare.

Hanno svolto un ruolo importante in piazza Tahrir, soprattutto nella giornata del 2 febbraio, quando il governo ha inviato dei provocatori a cavallo e armati di bottiglie Molotov contro i manifestanti.

Il loro numero non ha fatto comunque la differenza – non hanno più del 15% o 20% di sostegno politico all’interno delle piazze, e solo uno dei 13 martiri di quel giorno era membro dei Fratelli musulmani. Piuttosto, è il loro livello di organizzazione che ha aiutato. Essi agiscono in maniera estremamente disciplinata. E questo ha permesso la difesa della piazza.

Ora essi non intendono annunciare la nascita di un nuovo partito politico. Alcuni sperano che sia fondato su basi laiche piuttosto che religiose. Altri, soprattutto i membri della vecchia guardia conservatrice, si oppongono a questo indirizzo. Ci aspettiamo, in altri termini, delle divisioni tra le loro fila.

Abbiamo visto anche la nascita di un gruppo più progressista, Etilaf Shabab Althawra, la Coalizione dei Giovani della Rivoluzione, che ha formulato numerose rivendicazioni politiche e che ha trattato con l’esercito.

Questa formazione comprende un buon numero di militanti che hanno partecipato alla rivoluzione. Ma rappresenta un pezzo di classe media che spera di limitare la rivoluzione ad una rivoluzione politica, soltanto a riforme democratiche, senza rimettere in discussione il sistema capitalista, né opporsi a questo. Questi progressisti si propongono come consiglieri dell’esercito e fanno pressione su di esso perché rimpiazzi i personaggi politici corrotti con tecnocrati onesti.

Molti di questi progressisti sono ora contrari agli scioperi dei lavoratori. Essi dichiarano che i lavoratori sono egoisti. Alcuni attaccano gli scioperanti su Facebook. Come ho già detto, essi vogliono semplicemente delle riforme politiche, ma si oppongono alla lotta di classe.

Noi sosteniamo, ben inteso, le rivendicazioni democratiche. Ma lottiamo per una democrazia radicale che metta al centro gli interessi dei lavoratori e le loro priorità. In quanto Socialisti rivoluzionari, non vogliamo fermarci ad una rivoluzione politica. Ci organizziamo in vista una rivoluzione sociale diretta di lavoratori egiziani.

 

M.O- Esistono molte altre forze di sinistra e socialiste in Egitto. Quali sono i rapporti con il resto della sinistra radicale? Quali iniziative politiche portate avanti?

 

S.A- Noi ci coordiniamo sempre con tutte le forze della sinistra. Ad esempio, noi facciamo parte di un fronte per la sinistra radicale. Insieme, coordiniamo il sostegno agli scioperi, alle manifestazioni, le dichiarazioni ai media e al pubblico. Questo è importante. È una situazione nuova, molte forze di sinistra e di destra prendono l’iniziativa e formano dei partiti politici.

Portiamo avanti allo stesso tempo nostre iniziative. Innanzitutto, aiutiamo la formazione dei comitati a difesa della rivoluzione tra gli studenti e i lavoratori. Stiamo, inoltre, raccogliendo migliaia di firme tra i dirigenti e militanti operai per la formazione di un nuovo partito dei lavoratori. Questo partito potrà organizzare, rappresentare e enucleare gli interessi della classe operaia facendo avanzare la rivoluzione.

 

M.O- La classe operaia egiziana è numerosa, i suoi scioperi sono massicci e largamente estesi. Dove è possibile cominciare la costruzione di un tale partito?

 

S.A- Questo è vero, ma non cominciamo da zero. Nel corso degli anni precedenti di lotta noi abbiamo stabilito dei contatti e dei rapporti stretti con la classe operaia. Al contempo, noi ci concentriamo sui settori centrali dell’economica: i lavoratori delle imprese tessili, delle Poste, delle ferrovie, dei trasporti, delle comunicazioni e delle costruzioni.

Io penso anche che il nuovo movimento porti alla nascita di sindacati indipendenti militanti capaci di rimpiazzare i sindacati filogovernativi, contribuendo così al nostro sforzo per la costruzione di un partito dei lavoratori. Noi viviamo un momento rivoluzionario, dove bisogna prendere delle iniziative e osservare ciò che succederà.

 

M.O- L’esercito dirige attualmente il paese, pubblicando dei comunicati (del consiglio supremo) e facendo qualche concessione come la dissoluzione del parlamento. Cosa vi aspettate dall’esercito nel prossimo periodo. Utilizzerà la forza contro gli scioperi?

 

S.A- L’esercito è un settore chiave dell’economia egiziana. Esso contribuisce al 25% dell’economia e delle industrie, delle terre agricole e del settore alberghiero, per non parlare del commercio delle armi.

L’esercito ha obbligato Mubarak alle dimissioni e ha ripreso il potere nel tentativo di rallentare il ritmo della rivoluzione e di salvare il sistema. Le pressioni della rivoluzione dal basso hanno generato una scissione nella direzione delle forze armate. Mubarak, il ministro della difesa Mohamed Tantawi e il Vice-Presidente Omar Suleiman volevano l’uso della forza da parte dell’esercito per porre fine alla rivoluzione. Il luogotenente generale Sami Hafez Anan, il capo di Stato maggiore delle forze armate- che tra l’altro era a Washington il 25 gennaio – ha rifiutato di usare la forza. A partire da quel momento, non c’era altra via d’uscita che rovesciare Mubarak.

Ora l’esercito fa appello agli scioperanti perché pongano termine al loro movimento. È la sola cosa che possono fare. Al momento, non sono ancora in grado di proibire o di reprimere gli scioperi. Lo slancio rivoluzionario favorisce i lavoratori. L’esercito ha bisogno di tempo per mobilitare la maggioranza dell’opinione pubblica – non solo dei progressisti della classe media – prima di poter attaccare gli scioperi.

L’esercito è, infatti, in una posizione difficile. La rivoluzione egiziana ha un enorme impatto regionale e internazionale. Il mondo ci guarda. La rivoluzione ha delle cause profonde. Ci sono ampie possibilità che si trasformi in una rivoluzione sociale. È molto diversa dalle rivoluzioni che si sono svolte nelle Filippine contro Marcos negli anni ’80 o in Indonesia contro Suharto negli anni ’90. Il ruolo della classe operaia in Egitto, nella nostra rivoluzione, è più centrale del ruolo che hanno giocato i lavoratori nelle altre rivoluzioni.

La classe operaia egiziana ha preparato il contesto favorevole agli avvenimenti che si sono susseguiti a partire del 25 gennaio, e questo perché c’è una lotta di classe si è sviluppata intensivamente a partire dal 2004. Ora, è in marcia. È, quindi, più difficile per classe dominante, qui in Egitto, limitare la rivoluzione alle riforme politiche.

 

27 gennaio 2011 (traduzione di Gippo Mukendi da www.alencontre.org).

Pin It on Pinterest