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La ricorrenza del 7 marzo, data dell’inizio dello sciopero del 2008 presso l’Officina FFS di Bellinzona mi dà lo spunto per sviluppare alcune riflessioni generali sulle strategie sindacali alla luce del difficile contesto con il quale è confrontato il mondo del lavoro.

 

Una lotta che viene da  lontano!

 

Il nucleo centrale che ha diretto lo sciopero di Bellinzona si costituì all’inizio degli anni 2000 attorno al comitato “Giù le mani dalle Officine” . Dalle Officine e non dall’Officina in quanto la prima lotta promossa fu il tentativo di opporsi alla chiusura dell’Officina di Biasca e alle esternalizzazioni di alcune lavorazioni (con conseguente perdita di posti di lavoro). Gli elementi centrali di quella prima battaglia (e anche di quelle successive) furono l’opposizione alle politiche di privatizzazione e aziendalizzazione perseguite dalle FFS, la mobilitazione diretta dei lavoratori, lo sviluppo di una campagna di sostegno ed identificazione popolare, la costituzione di strutture d’azione il più orizzontali e democratiche possibili.

Concretamente, e grazie soprattutto all’autorganizzazione dei lavoratori, furono sviluppate forme di resistenza cercando di combinare forme di mobilitazione dei lavoratori delle Officine ed il sostegno e la solidarietà della popolazione e delle autorità locali. Fu, ad esempio, lanciata con successo  una petizione (oltre 8000 firme e molte risoluzioni di Municipi e Consigli Comunali) a sostegno delle nostre rivendicazioni.  La consegna della petizione all’allora Consigliera di Stato Marina Masoni (accompagnata dal suo braccio destro Sergio Morisoli)  fu l’occasione per organizzare una manifestazione dei lavoratori delle Officine che sfilò per le vie di Bellinzona e bloccò una seduta del Gran Consiglio.

Quella mobilitazione servì purtroppo solo ad annullare la volontà delle FFS; dopo alcuni anni l’Officina di Biasca venne chiusa.

L’arrivo alla direzione delle Officine nel 2005 del direttore Häner e la sua aggressiva politica di esternalizzazione e precarizzazione delle condizioni di lavoro furono l’occasione per una ripresa della lotta del comitato “Giù le Mani dalle Officine”. L’apice di questa mobilitazione fu una prova generale dello sciopero tramite un’assemblea dei lavoratori durante il tempo di lavoro.

Nella primavera del 2007 il direttore della Cargo Daniel Nordmann venne a Bellinzona ad annunciare una riduzione di 70 posti di lavoro: nuovo rilancio della mobilitazione: manifestazione del 1° maggio davanti alle Officine. Una mobilitazione, questa, che si concluse con una sconfitta per il “Comitato Giù le mani” e la conseguente soppressione di 70 posti di lavoro.

Sconfitti ma non vinti! Grazie a questi tentativi di resistenza il “Comitato Giù le mani” ebbe la possibili-tà di sperimentare forme di lotta sindacale non centrate sulla logica della pace del lavoro, diede ai quadri operai e sindacali la possibilità di acquisire una legittimità tra i lavoratori e, non da ultimo, ribaltò il rapporto di forza tra dirigenze sindacali  e “Comitato Giù le mani”.

 

Nessuna autorizzazione a trattare nel nostro nome!

 

Una delle prime e fondamentali decisioni prese all’inizio dello sciopero da parte dell’Assemblea dei lavoratori fu di tutelare la totale indipendenza del Comitato di sciopero rispetto a qualsiasi istituzione diversa dalla stessa assemblea.

Una decisione alla quale il Comitato di sciopero con coerenza e determinazione si attenne per tutto lo sciopero: le esperienze negative fatte negli anni passati erano ben presenti nella mente di tutti. Grazie a quest’indipendenza e centralità dell’Assemblea e del suo Comitato, non ostaggio delle logica della pace del lavoro, fu possibile costruire una strategia di lotta operaia (di contenuto politico ed organizzativo) intelligente e vittoriosa.

Strategia che permise addirittura lo sviluppo di una solidarietà popolare che coinvolse la maggioranza dei salariati della Svizzera Italiana. Durante tutta la durata dello sciopero vi fu un fiorire d’iniziative di autogestione dei lavoratori: dalla gestione logistica dell’infrastruttura di sciopero alle iniziative per la raccolta di fondi, dalla donazione di sangue al lavoro di pubblica utilità alla nascita del gruppo donne: un’esperienza, quest’ultima, di autorganizzazione di salariate unica nel panorama ticinese degli ultimi 30 anni.

 

Le conquiste dello sciopero, sola garanzia per il futuro dell’Officina

 

La conclusione vittoriosa dello sciopero e l’avvio della Tavola Rotonda aprì un periodo estremamente difficile ed insidioso per i lavoratori delle Officine. Di fronte ad una mobilitazione popolare in continua ascesa, diretta da un Comitato di sciopero non imbevuto dalla logica della pace del lavoro, Leuenberger ed il Consiglio Federale non potevano ragionevolmente far altro che cedere! I rischi di un’esasperazione del conflitto sarebbero stati troppo alti ed incalcolabili. Dunque seguendo la massima: un passo indietro per farne due in avanti si dichiarò il ritiro del piano che prevedeva la chiusura di Bellinzona e si istituì una Tavola Rotonda seconda la migliore tradizione del partenariato sociale e politico elvetico.

Ma ancora una volta non si fece i conti con i lavoratori delle Officine. Un mese di sciopero e di mobilitazioni popolari possono insegnare ad un collettivo di salariati più di 20 anni di formazione nelle migliori università delle élite capitaliste. 

Il Comitato di sciopero ed il lavoratori sono riusciti a mantenere ancora dopo 3 anni un ruolo importante all’interno ed all’esterno dell’Officina. All’interno dell’Officina rimangono vive e attive le strutture democratiche e pluraliste  dei lavoratori, nate tre anni fa durante lo sciopero; all’esterno si è  riusciti ad impedire che la problematica venisse rinchiusa in una logica aziendale. L’Officina FFS, il suo futuro occupazionale e, di conseguenza, il suo sviluppo tecnologico e produttivo era è e sarà un problema cen-trale nella politica cantonale dei prossimi anni.

 

Per quale ragione quest’esperienza di lotta operaia, a differenza di molte altre, mantiene il suo vigore e la sua forza? Vi sono sicuramente più ragioni. Una tra queste è sicuramente il fatto che i lavoratori, il comitato di sciopero e tutti coloro che continuano a sostenere attivamente questa esperienza continuano a muoversi in una logica esterna alla pace del lavoro che tanto danno ha fatto ai lavoratori in questi decenni.

 

* Candidato MPS al Consiglio di Stato

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