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Stando alle dichiarazioni di stampa ed a quelle di esponenti di varie associazioni femminili, il 2011 sarà un anno molto importante per le donne del nostro paese. Questo perché proprio quest’anno ricorrono alcuni anniversari.

 

Il primo è stato festeggiato qualche settimana fa: l’introduzione, nel 1971, del diritto di voto alle donne; qualche giorno dopo è stata la volta della tanto “attesa” (soprattutto dai venditori di mimose) festa dell’8 marzo; infine arriveranno l’anniversario dell’approvazione della legge sulla parità (1981) e quello dello sciopero delle donne (14 giugno 1991). 

Una serie di ricorrenze, diverse per carattere e importanza, che rischiano però di diventare puri pretesti per farsi, per un giorno o due all’anno, paladine dei diritti delle donne rimanendo però nei fatti lontane dai veri problemi che quotidianamente le donne vivono sul lavoro, a scuola, in famiglia e nella società più in generale.

Ormai tutte e tutti sappiamo che, malgrado i miglioramenti ottenuti in questi anni, la parità tra uomo e donna è ancora assai lontana. Per fare solo qualche esempio, basta citare i recenti dati dell’Ufficio federale di statistica sulla situazione del mercato del lavoro. Da essi emerge infatti come il tasso di attività femminile (percentuale di donne con più 15 anni occupate o in cerca di un impiego) sia in costante aumento e stia raggiungendo quello maschile in termini generali. Questo significa che le donne sono sempre più presenti nel mercato del lavoro. Ma questa presenza ha caratteristiche ben particolari. Ad esempio, le donne lavorano prevalentemente part-time. Attualmente, più della metà delle donne che lavorano lo fa a tempo parziale, per gli uomini siamo a uno su otto. Un impiego a tempo parziale implica spesso condizioni di lavoro precarie, peggiori prestazioni sociali (ad esempio per la cassa pensione) e minor possibilità di perfezionamento e di carriera.

Inoltre le donne rimangono “confinate” in alcuni settori economici particolari, non a caso proprio quelli con salari inferiori e condizioni di impiego peggiori.

In generale poi le donne occupano posizioni professionali più basse rispetto agli uomini: sono infatti,  quasi sempre, salariate senza funzioni direttive. Gli uomini sono poi nettamente più presenti tra gli  indipendenti oppure  gli impiegati di direzione o con funzioni direttive. Una disparità che sussiste anche a parità di grado di formazione.

Infine è utile ricordare che il tasso di disoccupazione femminile è superiore rispetto a quello maschile.

I motivi di questa queste differenze vengono spesso ricondotti alla necessità delle donne di conciliare vita professionale e attività domestica e di cura. Il problema però va analizzato su più piani. Da un lato, se è pur vero che una parte importante di donne devono conciliare vita professionale e vita famigliare, questo dovrebbe valere anche per gli uomini. Perché quindi non permettere a padri e madri di condividere, o per lo meno di poter liberamente scegliere, come conciliare vita professionale e vita famigliare. Ad oggi la responsabilità di questo lavoro domestico ricade ancora interamente sulle donne senza che questa abbiamo una reale possibilità di scelta.

Inoltre appare ormai abbastanza evidente come la precarizzazione e la flessibilizzazione delle condizioni di lavoro delle donne sia utile, non tanto alle donne,  ma, soprattutto, ai datori di lavoro per avere a disposizione una manodopera meno pagata, più flessibile e più ricattabile da utilizzare al momento del bisogno e da espellere dal mercato del lavoro quando non serve più.

Per far fronte a queste questioni non bastano anniversari e proclami ufficiali. Diventa fondamentale ricostruire un movimento di donne che sia in  grado di analizzare quanto sta accadendo nel mercato del lavoro e imporre ai datori di lavoro e al governo un radicale cambiamento nell’organizzazione del lavoro e della vita sociale. In questo senso la prevista azione dei sindacati del 14 giugno prossimo ha un senso solo se si inserisce in una prospettiva di questo tipo. Altrimenti rimarrà una semplice giornata di protesta senza nessuna conseguenza concreta.

 

* Candidata MPS al Consiglio di Stato e al Gran Consiglio

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