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L’ondata di rivoluzioni democratiche  –  i cui primi risultati sono stati raggiunti in Tunisia ed in Egitto – stimola, anche se in modo minore, un numero sempre maggiore di paesi del Magreb e della penisola Arabica.

 

 In Tunisia e in Egitto, masse di lavoratori si sforzano di concretizzare le loro rivendicazioni democratiche e sociali e di liberarsi dei residui ancora importanti dei vecchi regimi. In Libia, dal 17 febbraio (dal 15, di fatto) è scoppiato un vero e  proprio  scontro con il potere dittatoriale del colonnello Mu’ammar Geddafi.

 

Al di là delle informazioni frammentarie, come vengono definiti gli avvenimenti dai media? Ecco alcune delle formule più ricorrenti: “regna il caos!”; “assistiamo a un’ondata di violenza inaudita!”. In Libia dunque si starebbe attuando una sorta di “violenza cieca”, tra “tribù”!  Eccola,ancora una volta, una tipica espressione di un atteggiamento eurocentrista, colorato di razzismo.

 

Le masse che insorgono in Libia cercano di rovesciare – inizialmente a “mani nude” – un regime dispotico e di distruggere i pilastri del suo apparato di Stato repressivo. Che nome dare ad avvenimenti di questo tipo? Una rivoluzione. In altre parole, vi sono da una parte le masse popolari e dall’altra lo Stato di Geddafi ed i  suoi seguaci e mercenari che massacrano con armi pesanti un popolo in marcia.

 

Sicuramente lo sviluppo di una rivoluzione di questo tipo nulla lascia presagire né sul suo futuro né sulla brutalità senza limiti con la quale il despota e i suoi sbirri possono ancora reagire. Ma, sicuramente, non si tratta di qualcosa che possa essere definito un  “caos”. Dobbiamo esprimere la nostra solidarietà incondizionata con la lotta per i diritti civili, civici e sociali che vengono ribaditi in una rivoluzione come questa.

 

I regimi occidentali non hanno scelto a caso il termine “caos”, perché da qualche anno hanno aumentato gli acquisti (già iniziati da anni) sia di petrolio che di gas ed accresciuto in modo massiccio la vendita di armi al regime della “Guida della rivoluzione verde”.

 

 

Una delle maggiori differenze tra le rivoluzioni democratiche in Tunisia ed in Egitto e quella attuale in Libia si può definire in modo semplice: in Libia, il nocciolo duro del potere repressivo poliziesco e militare è sotto attacco e rischia di implodere. In tutte le cancellerie occidentali si pone un’unica questione: esiste un gruppo di ufficiali e di personalità pubbliche – anche tra coloro che hanno disertato – in grado di assicurare una “transizione controllata” come in Egitto ed in Tunisia? In grado di evitare “il caos”! E questo alla luce del fatto che i legami tra le forze repressive del regime di Geddafi e le forze armate degli Stati Uniti o dell’Europa sono da lungo tempo qualitativamente più deboli che in Egitto e in Tunisia. Una differenza in più.

Non a caso le condanne dei massacri dei governi occidentali si sono fatte sentire con più forza da quando la debolezza del potere dispotico è aumentata.

 

Un ambasciatore libico dopo l’altro dà le dimissioni, dalla Svezia all’Indonesia, alla Francia. L’ambasciatore aggiunto della missione libica presso l’ONU, Ibrahim Dabbashi, parla di “genocidio” e chiede “ai paesi del mondo intero di sorvegliare attentamente ogni trasferimento di denaro proveniente dalla Libia”. Il 22 febbraio, in piena notte, il ministro degli Interni, il generale Abdul-Fatah Younis, dimissiona. Afferma di sostenere ciò che chiama “la rivoluzione del 17 febbraio”. Il ministro della giustizia (sic!) lo aveva preceduto.

Così come Youssef Sawani – consigliere del figlio di Geddafi: Saif al-Islam Geddafi.

Non tutti questi transfughi dell’ultima ora dispongono di una credibilità sufficiente per assicurare “una transizione” se il dittatore verrà rovesciato e il suo clan liquidato. Eppure, verranno sicuramente reclutati per una “transizione ordinata”. Le loro dimissioni, molto pubbliche, sono di fatto delle offerte di servizio.

 

 

3. In un contesto di tale portata – al di là delle lacrime di coccodrillo versate a causa del “utilizzo sproporzionato” (sic) della forza sui manifestanti – in seno all’Unione Europea  e alla Casa Bianca si fanno pressioni affinché le riserve di petrolio e di gas, come pure il “potere nuovo”, cada in buone mani. Questi propositi da potenze imperialiste incontreranno in Libia qualche difficoltà a concretizzarsi a breve termine, per le ragioni che elenchiamo.

 

Nell’immediato, per coloro che stanno dalla parte delle masse popolari in lotta contro un potere di massacratori, la priorità consiste nel sostenere tutti gli aiuti medici che possano essere portati dall’Egitto alla Cirenaica (Tobruk, Bengasi, ecc.). Medici egiziani lo stanno già facendo dal 24 febbraio: 24 ambulanze, unità di pronto soccorso, ecc. Iniziative anche per aiuti alimentari. In Tunisia occorre procurare rifugi sicuri per coloro (Libici) che ne hanno bisogno a causa delle atrocità e dei crimini dei seguaci di Geddafi. Occorre un blocco ed una confisca immediata degli averi di Geddafi  per restituirli, un domani, al popolo libico. Rompere ogni tipo di contratto commerciale stipulato con il regime. Decretare la fine immediata di ogni acquisto di petrolio e di gas. Interrompere tutte le forniture di armi. Diversi governi potrebbero instaurare controlli seri per impedire l’arrivo in Libia di mercenari. Tutto ciò per aiutare concretamente il popolo libico a mantenere il controllo (contro manovre imperialiste) su un processo rivoluzionario che ha già subito migliaia di morti e di feriti e portarlo a buon fine.

 

4. Spesso la convenienza politica camuffa un altro aspetto dell’analisi di questa rivoluzione libica: è necessario rammentare alcuni fatti  a coloro che manifestano “la loro emozione”  

rispondendo ai rappresentanti in Svizzera del regime del generale Chavez del Venezuela? Pare proprio di sì.

Sul sito del “Governo bolivariano del Venezuela”, in data 1°settembre 2009, si afferma quanto segue: “ Secondo lui [il presidente Hugo Rafael Chavaz Frias], il suo omologo Mu’hammar Geddafi sta creando un modello particolare di sviluppo, un socialismo ad hoc, un socialismo libico, pochi paesi hanno raggiunto questa meta”. Nella stessa dichiarazione  Chavez cita come “modelli di socialismo ad hoc” quelli di Nasser o di Fidel Castro.

 

Del resto, Castro, in uno dei suoi scritti settimanali, in data 21 febbraio 2011, non ha mancato di proclamare che: “bisognerà attendere il tempo necessario per conoscere veramente ciò che vi è di vero, di menzogne o di mezze verità in quello che ci viene raccontato della situazione caotica (sic!) in Libia” e giunge alla conclusione:  “ Il peggio sarebbe ora di fare silenzio sul crimine che la NATO sta per compiere contro il popolo libico. Per i capi di questa organizzazione guerrafondaia, un’urgenza. Occorre denunciarli”

 

Detto altrimenti, l’urgenza non sarebbe quella di denunciare la carneficina delle “forze di sicurezza” del colonnello Geddafi contro il popolo libico, non quella di sostenere la rivolta popolare. Bisogna manifestare contro l’intervento…futuro ed ipotetico della NATO che va “ad occupare la Libia”!  Perché la situazione è “caotica”, esattamente come dicono i media occidentali!

 

Fidel Castro, nel suo testo, cita anche il ministro venezuelano degli Affari esteri, Nicolas Maduro. Quest’ultimo ha augurato al popolo libico di trovare “nell’esercizio della sua sovranità, una regolazione  pacifica delle difficoltà, per preservare la sua integrità e quella della nazione, senza ingerenze dell’imperialismo”. Come possa esercitare la sua sovranità un popolo oppresso, represso ed anche torturato – come lo sono i rifugiati parcheggiati nei campi di detenzione libici, finanziati dall’Italia e dall’Europa – senza costituzione, senza il diritto di creare partiti politici, sindacati, senza avere una stampa libera? Ci pare di sognare. O, meglio, ci viene da piangere nel constatare che il maggior rappresentante della cosiddetta “rivoluzione boliviana “ pronuncia tali infamie!

 

E’ ancor più necessario ricordare questi fatti perché il regime libico, dal 1988,  ha la delicatezza di attribuire “il premio Mu’hammad Geddafi dei diritti dell’uomo” . Un premio che onora “personalità ed organizzazioni che giocano un ruolo incisivo nel campo dei diritti umani”. Nel 1998, Fidel Casto ha ricevuto questo premio; nel 2000 Evo Morales, che non era ancora presidente (Bolivia), affiancato dal Centro europeo per il terzo mondo (CETIM) di Ginevra; nel 2007 Hugo Chavez e nel 2009 Daniel Ortega (Nicaragua) che oggi  sostiene Geddafi senza riserve!  In occasione di questa rivoluzione in Libia è emerso come la “Realpolitik” – che attribuisce solo un piccolo riconoscimento all’azione indipendente dei lavoratori e delle masse popolari –  sia ancora presente in seno a una certa sinistra.

 

L’economia libica è ferma. Il suo funzionamento dipendeva largamente dal  lavoro di 60’000 Bengladesi, di 30’000 Filippini, di 23’000 Tailandesi, di 18’000 Indiani, di 33’000 cinesi nel settore della costruzione e delle infrastrutture; senza parlare degli Egiziani e dei Tunisini. Ora questi lavoratori sono fuggiti in massa dal paese. Una parte dell’esportazione di gas e di petrolio non è più sotto il controllo del potere nella regione Cirenaica. Il regime ha perso una gamba.

 

Geddafi ha molto ben utilizzato le alleanze tra tribù (Warfallah, Kadhaf – la sua – e Makarha) nell’organizzazione del potere, nella distribuzione dei posti e nel controllo di certe zone geografiche. Ma sarebbe sbagliato presentare l’attuale società libica come un “semplice conglomerato di tribù”. Questa “descrizione” semplicistica e riduttiva ha lo scopo  di rafforzare le posizioni di quelle potenze che vorrebbero legittimare vari tipi di intervento e soprattutto trovare soluzioni di continuità riciclando ex-elementi chiave del regime.

 

E’ la  popolazioni di diverse città, all’Est ed ora anche all’Ovest, che si è battuta ed ha rovesciato i poteri locali. Il 24 febbraio, Geddafi – in un’atmosfera da tiranno in piena decomposizione – ha evocato un complotto di Al-Qaida! Può ancora contare sulle Brigate Khamis per commettere una carneficina. Ahmed Geddafi al Dam, un cugino del colonnello ed uno dei più alti responsabili del regime ha rotto con lui e denuncia “ le più gravi violazioni contro i diritti umani.” L’ex ministro della giustizia Mustafa Abdel Galil, nella città di Al Baida (all’est), ha messo in guardia contro la possibilità di utilizzo delle armi chimiche, con una componente di genocidio; qualora ciò accadesse, esigerebbe  l’annientamento di colui che le avrebbe ordinate. Questo spiega Alain Gresh nel suo blog  su Le Monde Diplomatique.

Per ora, manifestare solidarietà con il popolo libico consiste nella richiesta che, sia nei paesi occidentali come nel “mondo arabo”,  il regime del dittatore vanga isolato e che il popolo libico venga aiutato nel modo più ampio e visibile possibile.

E che in Europa si ponga fine ai deliri semi-razzisti sui flussi di migranti!

 

* Il testo pubblicato corrisponde a un volantino distribuito dai militanti delle sezioni romande del MPS negli scorsi giorni

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