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Posizionato sul punto di incontro di quattro placche tettoniche, l’arcipelago nipponico è soggetto alle catastrofi naturali. Senza poter prevederne la data, i sismologi giapponesi sapevano che un terremoto importante minacciava la costa di Miyagi o la prefettura di Ibaraki. È proprio  successo lo scorso 11 marzo. Di potenza rara, provocando uno tsunami devastante, ha superato in gravità i peggiori cataclismi affrontati dal Giappone nella sua storia moderna. La costa è stata completamente devastata lungo parecchie centinaia di chilometri, città e villaggi interi sono stati spazzati via. Il numero di morti e di dispersi non fa che aumentare e supererà senza alcun dubbio i ventimila annunciati.

 

La stampa internazionale ha sottolineato ampiamente la determinazione e la capacità di resistenza dei Giapponesi, ignorando tutta un’altra realtà. Gli abitanti delle prefetture colpite si sentono abbandonati dalle autorità centrali. I soccorsi tardano ad arrivare. La catastrofe umanitaria che si va delineando in Giappone, in aggiunta ai disastri in Pakistan, in Australia, nell’oceano Indiano, ad Haiti, a New Orleans, ci ricorda che per gestire queste crisi non si può contare unicamente sui governi.

 

Catastrofe nucleare

 

A questo disastro già terribile, se ne aggiunge un altro, purtroppo inevitabile. La questione non è quella di sapere se verrà una catastrofe nucleare: di fatto è già qui. Tutta la zona attorno alle centrali di Fukushima è ormai condannata, e per lungo tempo. La radioattività, liberata giorno dopo giorno nell’atmosfera, grazie ai venti ed alle precipitazioni, contamina già una parte dell’arcipelago.

Contrariamente alle affermazioni delle autorità giapponesi, l’incidente viene già ora giudicato di gravità a livello 6 o 7, molto peggio di quello di Three Mile Island negli Stati Uniti (1979, di livello 5), più vicino a Chernobyl in ucraina (1986, di livello 7). Ad oggi, la situazione rimane sempre ancora fuori controllo.

La  questione è ora quella di sapere fino a che punto si svilupperà questa catastrofe nucleare, più volte annunciata. Non rimare che sperare che i lavoratori della centrale, i pompieri ed i militari inviati sul fronte radioattivo per tentare di raffreddare le piscine di stoccaggio e i reattori riusciranno ad evitare il peggio. Molti “liquidatori” di Fukushima pagheranno con la vita l’irresponsabilità criminale della lobby nucleare, come già fu il caso per decine di migliaia di “liquidatori” di Chernobyl, senza i quali si sarebbe dovuto inventare un livello di incidente 8. Oggi come nel 1986 dobbiamo loro molto.

 

Catastrofe umanitaria

 

Nel corso della sua storia, il Giappone ha subito numerosi terremoti e tsunami distruttivi. Nel 1995 un sisma di magnitudo 8 sulla scala Richter ha distrutto una gran parte della città di Kobé nel sud dell’isola di Honshu. L’inefficacia dei soccorsi è stata allora vissuta come un dramma nazionale. Si credeva che dopo di allora il Giappone fosse ben preparato. Eppure uno degli aspetti più toccanti della crisi attuale è l’incapacità del governo a dare una risposta rapida ed adeguata al dramma che vivono le popolazioni delle zone sinistrate. I soccorsi arrivano con il contagocce. Più di 500’000 persone sono state evacuate dalle zone a rischio attorno a Fukushima e si trovano ammassate in centri di accoglienza di fortuna mentre la temperatura sta scendendo sotto zero. Diverse decine di migliaia di persone sono ancora isolate nelle città devastate, senza acqua, viveri ed elettricità. Gli ospedali della regione molto danneggiati, non sono più in grado di curare adeguatamente i sopravvissuti. Aumenta il rischio di epidemie.

Viene messo in dubbio il fatto che le catastrofi precedenti siano servite da lezione, eppure il Giappone  non è Haiti, né il Pakistan, ma la terza potenza economica mondiale. Ricordiamo anche la tragica impotenza del governo degli Stati Uniti dopo che nel 2005  il ciclone Katrina ha colpito New Orleans.

 

Catastrofe sociale

 

In tempi di crisi umanitaria le disuguaglianze si accentuano. Lo si è constatato dopo tutte le grandi catastrofi di questi ultimi anni causate dagli tsunami, dai terremoti, dalle guerre e dai crolli economici…Indebolendo i servizi pubblici, devalorizzando la solidarietà, facendo di precarietà virtù, la mondializzazione capitalista e le politiche neoliberali alimentano le ingiustizie. Nonostante le sue “tradizioni”, il Giappone non fa eccezione alla regola. Potenti e possidenti tenteranno di far pagare la fattura ai lavoratori, ai poveri, agli indifesi.

Nei sondaggi il governo di Naoto Kan è al minimo delle preferenze (17,8%). Un anno e mezzo dopo la sua vittoria storica contro i conservatori al potere dal 1955, il Partito democratico giapponese (PDG) ha abbandonato ogni volontà di portare avanti una politica di miglioramento delle condizioni di vita, di difesa delle pensioni, di creazione di una “rete di sicurezza sociale” e di riforma del sistema politico, nonostante le promesse in campagna elettorale. La catastrofe attuale gli offre una tregua momentanea, ma il modo in cui si sta gestendo la crisi non lascia speranza. Lo testimonia il fatto di come – contro ogni evidenza e d’accordo con l’impresa responsabile della centrale di Fukushima, la Tokyo Electric Power Compagny (TEPCO) – ha sistematicamente minimizzato “l’incidente” nucleare, dichiarandolo ufficialmente di livello 4 e poi di livello 5, quando chiunque può constatare che è ben più grave di quello di Three Mile Island.                                  

 

* articolo apparso sul settimanale  francese “Tout est à nous!” del 24 marzo 2011. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

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