Israele e le rivoluzioni nel mondo arabo
A metà marzo MICHEL WARSCHAWSKI, militante antisionista e fondatore del Centro alternativo d’informazione di Gerusalemme, è intervenuto in diverse assemblee pubbliche in Svizzera romanda consacrate a levare l’impunità dei crimini di guerra commessi a Gaza, al fianco di Stefano Hessel. Il suo intervento rivolgeva l’attenzione in particolare sulla questione della nuova situazione che rappresentano le rivoluzioni arabe per la politica israeliana. In questa occasione, gli abbiamo posto alcune domande.
Leggendo la stampa israeliana, si ha la sensazione che Israele neghi ogni legittimità ai movimenti popolari nei paesi arabi. E` esatto?
Completamente. Direi persino che ciò va oltre al fatto di negare questa legittimità. E`semplicemente un fattore che non esiste. Israele conosce degli Stati, dei governi, degli eserciti, può fare la guerra, negoziare, fare la pace, ma questo lo si fa sempre al livello degli Stati. Quando si tratta dei popoli arabi, ciò diventa una specie di massa, identificata al terrorismo e a un pericolo per Israele. Per definizione, le masse arabe sono anti israeliane, vedi antisemite. E l’irruzione improvvisa di queste masse come attrici ha rappresentato un elemento che ha destabilizzato completamente i commentatori e i politici israeliani.
Dunque la reazione israeliana non si fonda soltanto sul timore di perdere l’opportunità che rappresenta il trattato di pace con l’Egitto, ma anche su questo rifiuto di prendere in considerazione le masse arabe?
Sì, ma più che un rifiuto, è un vero e proprio sentimento di minaccia. La pace con l’Egitto esiste ormai da alcuni decenni e non è mai stata l’oggetto di un sentimento profondo e condiviso che questo rappresentasse un dato acquisito positivo per Israele. E ora, in modo quasi comico direi, ci si pone improvvisamente delle domande, si fa finta di scoprire, che “sì, è in gioco qualcosa di importante”, ecc.
Ma Israele non ha fatto niente per mantenere questa pace. Non ha fatto niente, per esempio, per rafforzare il governo egiziano che aveva fatto la pace o anche solo per ascoltare quello che diceva. Parecchie volte il governo Mubarak ha messo in guardia Israele per la sua politica in Libano o a Gaza. La risposta era piuttosto del tipo ” ma chi è, questo Mubarak?; e tutt’ a un tratto, ora si scopre il processo di pace, e ci si domanda che cosa ne sarà. Acquista in qualche modo significato per mancanza, negativamente.
Da chi è messo in pericolo?
No, non è messo in pericolo, ma è venuto meno colui che sembrava esserne il garante
Questo sentimento di minaccia spiegherebbe anche le dichiarazioni di Shimon Peres a Angela Merkel, secondo le quali la democrazia era in un certo senso riservata a coloro che si riconoscono nella civiltà occidentale, ma che bisognava farne un uso parsimonioso con gli altri?
Questo è il tipico sguardo coloniale israeliano e più particolarmente quello di Shimon Peres, che ha una visione binaria del mondo, con da una parte i civilizzati, quelli che appartengono alla civilizzazione giudeo-cristiana, e dall’altra i selvaggi. E quelli, bisogna saperli governare. Anche questo è profondamente ancorato nell’opinione israeliana, ed è la ragione per la quale non c’è stato un briciolo di quella gioia che si è osservata dappertutto nel mondo, che si diceva “C’è una primavera araba”. Per Israele, era piuttosto l’autunno…
Appunto, questo atteggiamento è proprio delle sfere governa mentali o è condiviso dalla popolazione israeliana?
E`largamente condiviso dalla popolazione e dai media. Certamente ci sono anche opinioni e commenti che sono più intelligenti e più aperti di fronte a questo immenso cambiamento nel mondo arabo, ma in generale è un’opinione condivisa dalla grande maggioranza dei media e quindi dell’opinione pubblica.
La politica estera israeliana quindi non cambierà? Continuerà la sua linea di “difesa dello Stato assediato” in attesa del ritorno dei repubblicani a Washington?
Effettivamente. Ben prima di questi avvenimenti regionali, il governo Obama è sempre stato percepito come una parentesi, una brutta parentesi. Bisogna aspettare che questa parentesi si chiuda per tornare alla normalità, e la normalità si chiama George W. Bush. Anche se non sarà più lui, questa normalità si declina al passato, nella guerra globale, permanente e preventiva, in una strategia di ricolonizzazione del mondo. Benyamin Nethanyau (l’odierno capo del governo) è stato uno dei padri di questa strategia trent’anni fa. Per lui, il regno di Bush e della sua strategia ha permesso la realizzazione di tutti i suoi obiettivi. La partenza di Bush, che seguiva lo scacco di questa strategia di guerra globale, che è stata un fiasco per gli Americani, è stata percepita in Israele soprattutto come una parentesi prima di un prossimo ritorno alla normalità.
Si può sperare, in base alle avanzate del movimento democratico e sociale nella regione, in un cambiamento nell’opinione pubblica israeliana, o la situazione è completamente irrigidita?
Avverrà con la mediazione di Washington. Se la politica americana cambia in funzione di una nuova lettura della realtà del Medio Oriente, essa forzerà la mano a un cambiamento della politica israeliana, dell’opinione pubblica israeliana e verosimilmente del governo. Con un problema, che non abbiamo un governo di riserva. “Tzipi” Livni e Cadima? (dirigente e principale partito di opposizione). Forse. Ma anche questo non si farà che passando da Washington. Come in passato, dove ogni svolta importante della politica israeliana ha seguito una svolta della politica americana ed è stato per così dire imposta o stimolata da questa. Non ci sarà un presa di coscienza autonoma; essa sarà, in un certo senso, forzata.
Ma Washington ha i mezzi per farlo? La politica israeliana di proseguimento della colonizzazione è stata fatta malgrado le reticenze e le critiche degli Stati Uniti; non c’è una
certa autonomia del governo israeliano?
C’è certamente una grande autonomia del governo israeliano. Non è una marionetta manipolata da Washington, e se la domanda mi fosse stata posta due mesi fa, avrei detto: “non ci sarà cambiamento”. Gli Americani sono coscienti – e questo spiega l’indietreggiamento di Obama dopo il discorso del Cairo, che lasciava intendere un mucchio di cose e che è stato rapidamente “dimenticato” – che essi dovranno fare delle grandi pressioni per fare indietreggiare il governo attuale di estrema destra e l’opinione pubblica israeliana, pure parecchio destrorsa. Non sarà più una discussione politica amichevole del tipo “Ehi ragazzi, sentite, dovete calmarvi, state esagerando e questo crea dei problemi a noi…”. Allora, bisognerà forzare la mano. Forzare la mano significa indebolire Israele, quindi indebolire anche gli Americani. E questo che spiega l’indietreggiamento degli Stati Uniti, e non la presunta azione delle diverse lobbies pro-israeliane.
Washington si è trovata di fronte a questa scelta: Israele dovrebbe cambiare politica, ma se usa i mezzi per farla cambiare, si indebolisce a sua volta. Dilemma dunque, poiché in entrambi i casi gli USA deboli. E allo stesso modo che in Israele si aspetta la fine della presidenza Obama, negli Stati Uniti si attende la fine dell’attuale governo di destra e il ritorno di un governo più moderato. Questa è la risposta che avrei dato due mesi fa. Gli sconvolgimenti nella regione araba potrebbero tuttavia indurre gli Americani a ritenere che ci sia urgenza, e che Israele comincia a dar fastidio; potrebbero arrivare alla conclusione che gli interessi americani impongono a Israele di adattarsi e di farglielo capire con fermezza.
* Apparsa sul giornale romando “SolidaritéS” lo scorso 31 marzo. Traduzione a cura della redazione di Solidarietà