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Ieri, in una conferenza stampa, il Movimento per il Socialismo ha presentato 5 atti parlamentari di lotta contro il dumping salariale in Ticino che saranno a breve inoltrati tramite il suo rappresentante in Gran consiglio Matteo Pronzini.

Il recente rapporto del Segretariato di stato all’economia (SECO) conferma, qualora ve ne fosse stato ancora bisogno, che il dumping salariale e sociale avanza, inesorabilmente, in tutta la Svizzera. Il tema ormai è tornato ad essere al centro del dibattito politico come ai tempi delle diverse votazioni sugli accordi bilaterali.

 

 

Il rapporto sottolinea come si assista ad importanti fenomeni di dumping salariale nei settori e nelle aziende sottoposte ad un contratto collettivo di lavoro (CCL); settori ed aziende che, come noto, rappresentano una minoranza della manodopera occupata in questo paese in questo paese.

Vi è quindi da dubitare che la situazione nei settori nelle quali non esistono regole minime da rispettare (cioè salari minimi legati o contrattuali dichiarati di obbligatorietà generale) le cose vadano molto peggio. Affermiamo questo sulla base di indizi che possono essere rilevati in modo empirico e che, almeno per il momento, non possono contare (per assenza di strumenti di rilevazione oggettiva) su dati statisticamente affidabili.

Facciamo riferimento, ad esempio, al forte aumento della presenza di manodopera frontaliera, per quel che riguarda il nostro cantone, nel settore del commercio, così come, più in generale, in tutto il settore impiegatizio e terziario. Settori nei quali vi è manodopera indigena abbondante (il settore degli impiegati di vendita e del commercio è da sempre uno dei più esposti al fenomeno della disoccupazione) e per i quali sono necessarie competenze e qualifiche professionali (a cominciare da quelle linguistiche) ampiamente rintracciabili e disponibili in Ticino.

La spiegazione fondamentale di questo aumento di personale proveniente dall’estero ci pare abbastanza evidente: la volontà del padronato di poter disporre di manodopera meno cara, più disponibile, meno legata al territorio, al luogo di lavoro e quindi meno preoccupata a costruire un legame tra il salario percepito  ed il potere di acquisto di questo salario sul territorio cantonale.

Senza dimenticare che questa strategia  padronale ha come obiettivo di atomizzare, dividere i salariati; creare cioè delle “barriere” etniche e nazionali che impediscano di costruire qualsiasi solidarietà. Lavoratori e lavoratrici per i quali il luogo di lavoro è qualcosa di totalmente staccato dal luogo in cui conducono la propria vita (dove abitano, dove hanno le loro relazioni sociali e culturali); questo elemento diventa fondamentale per poter realizzare i propri progetti produttivi e di redditività del capitale.

 

Appare quindi necessario agire su più piani.

L’MPS pensa che sia fondamentale un’azione sul terreno; tentare di costruire mobilitazioni sui luoghi di lavoro, contro il dumping salariale e sociale, contro le divisioni reali o indotte: tutto questo dovrebbe rappresentare il compito prioritario, ad esempio, di  organizzazioni dei lavoratori all’altezza della situazione.

Vi è poi la necessità di una pressione sociale e politica costante. Anche su questo terreno l’MPS si impegnerà per promuovere una mobilitazione sociale e politica di tutti coloro che vogliono combattere il dumping salariale e sociale.

Infine vi è la necessità di un intervento anche a livello istituzionale, introducendo strumenti, misure e regolamentazioni che permettano, in qualche modo di attaccare anche sul piano legale il fenomeno del dumping salariale e sociale.

 

Gli atti parlamentari che seguono (da considerarsi come atti autonomi, ma scaturenti dalla stessa premessa che abbiamo qui sopra sviluppato) vengono inoltrati proprio per concretizzare questo ultimo punto

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