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A due settimane dalla manifestazione nazionale di Beznau contro il nucleare, la quale, speriamo, segnerà un’importante tappa nel rinvigorimento del movimento svizzero contro il nucleare, si scatena la macchina mediatica della lobby pro-nucleare. Dagli organi governativi agli “intellettuali”, passando per le preoccupazioni di importanti settori dell’economia elvetica, tutti sono impegnati a screditare il discorso degli oppositori al nucleare.

 

Dalla penna di Moreno Bernasconi, in prima pagina sul CDT del 6 maggio, escono parole forti. Chi esige un’uscita immediata dall’energia nucleare anteporrebbe “l’ideologia (…) alla complessità delle cose” di cui, evidentemente, solo lui e quelli che difendono la sua stessa posizione hanno piena comprensione. Infatti, la posizione di chi continua ostinatamente a preoccuparsi per le conseguenze deleterie dell’uso dell’energia nucleare, assumerebbe una posizione “semplicistica” e “poco responsabile”!

Anzitutto ringraziamo un docente invitato all’USI nel corso di “Giornalismo politico in CH” per la sensibilità democratica nel definire una fetta importante della popolazione elvetica, ma immaginiamo che lui sia ben disposto ad estendere tale categorizzazione anche all’estero…

In secondo luogo, andiamo dunque a seguire la lezione del nostro giornalista-docente che è un buon esempio dell’argomentario pro-nucleare.

 

La propaganda sulla sicurezza: rischi ambientali, corruzione e altre fonti energetiche

 

L’Ispettorato federale della sicurezza (?) nucleare (IFSN) ha fatto sapere che le nostre centrali sono relativamente sicure. Con qualche accorgimento, potranno essere in grado di superare incidenti derivanti da cataclismi della portata di quello di Fukushima.

Questo, a Bernasconi e alla lobby che si è preso la briga di rappresentare, basta. Come bastava in Giappone… Oseremmo dire. Ma il nostro si spinge oltre, arrivando ad additare “il grave e irresponsabile comportamento delle aziende che gestiscono il nucleare e delle autorità” come causa fondamentale del disastro di Fukushima.

Sicuramente, garantirà lui, in Svizzera siamo più seri e meno corrotti. Chiaramente, il nostro giornalista-docente si è dimenticato di chiedersi cosa spinge la golosità degli imprenditori a violare le leggi. Noi però un suggerimento ce l’avremmo, l’etica utilitaristica, che fonda il liberalismo e che fa di tutto un calcolo tra costi e ricavi, potrebbe giocare un ruolo. Se il valore ultimo, nella società in cui viviamo, che è il capitalismo e non una repubblica cristiana, è l’utile e non la rettitudine morale dei cittadini, checché ne dicano i moralisti, allora il calcolo può comprendere la  violazione di leggi e standard, nonché la corruzione o la connivenza di funzionari, come elemento costitutivo del sistema e non come deviazione eccezionale.

Come se non bastasse, si aggiunge la questione della sicurezza delle altre fonti energetiche, e, immaginando una catastrofe ambientale, si chiede se le nostre dighe siano abbastanza sicure e se, in caso d’incidente, le misure previste sufficienti.

Siamo d’accordo sul fatto che vada fatto un discorso sulla sicurezza che investa tutti i settori dell’energia, ma non possiamo tollerare che, in nome della “complessità”, si scada nei luoghi comuni. Le conseguenze a lungo termine sull’ambiente derivanti dal crollo di una diga, senza nulla togliere al dramma immediato e al peso sociale su varie generazioni, non è minimamente paragonabile all’abbandono di aree grandi come il Ticino se non più a causa della radioattività o di altre sostanze tossiche, che non ci sogniamo di proporre come alternativa al nucleare.

 

Una lotta isolata?

 

Sembrerebbe che solo i difensori del nucleare hanno ben capito che il problema dell’abbandono del nucleare non investe solo la Svizzera… Infatti, dimenticando che la lotta contro il nucleare in Svizzera si inscrive, e non potrebbe essere altrimenti, in una più ampia mobilitazione su scala internazionale, ci dicono che il pericolo per la Svizzera non diminuirebbe affatto, visto che a pochi chilometri dal confine ci sono le centrali francesi.

Scoprirà allora il nostro fine giornalista che la lotta al nucleare è per sua stessa natura una lotta che non può fermarsi ai confini nazionali, visto che le scorie e le radiazioni non lo fanno. La lotta contro il nucleare in Svizzera è la stessa lotta contro il nucleare che si svolge nel resto del mondo. Paesi confinanti compresi. La logica del “vai avanti tu che mi vien da ridere” va definitivamente archiviata in favore di un senso di responsabilità concreto nei confronti dell’umanità tutta. Cominciamo a chiudere le nostre centrali e applaudiamo a tutti/e i popoli che riusciranno a forzare le loro borghesie a seguire l’esempio. Ogni vittoria in questo senso rafforza il movimento mondiale.

 

Il ricatto economico

 

Esauriti i discorsi sulla sicurezza, i quali, a ben vedere, non sembrano meno ideologici e più responsabili dei nostri e che possiamo archiviare come molto semplici e poco fantasiosi, passiamo alla retorica sulla necessità del nucleare. Questa fonte energetica sarebbe infatti necessaria alla nostra economia e, in ultima istanza, alla difesa del nostro modello di vita.

Si dà dunque per scontato che tutta l’energia che produciamo oggi sia strettamente necessaria e vada perciò necessariamente sostituita completamente da altre fonti. Non intendiamo affrontare il noioso ritornello sui costi del cambio di tecnologia energetica, che francamente troviamo stucchevole, di fronte ai mostruosi sprechi che questo sistema, in crisi di sovrapproduzione da decenni, continua a produrre con grande danno per l’ambiente e per la stragrande maggioranza dell’umanità. A titolo d’esempio, nonostante ci siano ancora persone nel modo che muoiono di fame, nei porti si butta il riso a mare o lo si brucia nei campi per non farne scendere troppo i prezzi. Né pensiamo abbia senso affrontare un dibattito sui tempi e sulle modalità tecniche per effettuare la transizione.

Riteniamo abbia più senso affrontare in modo serio il discorso sulla logica che gestisce questo sistema economico e dunque la politica energetica su scala planetaria. Anche qui nella piccola Svizzera, non possiamo esimerci dall’affrontare un dibattito sul tipo di civiltà che vogliamo costruire, alla luce del fallimento del modello che ci sta dominando attualmente.

Alla base di questo sistema bulimico di produzione e vendita di merci di ogni tipo, che incorporano energia e consumano energia, sta la logica della valorizzazione del capitale a tutti i costi (anche umani e ambientali) e non la soddisfazione dei nostri bisogni, la difesa del nostro benessere, dunque anche dell’ambiente.

Dobbiamo quindi affrontare il problema alla radice. È evidente che in questo sistema economico e politico possiamo dibattere e decidere di tutto fuorché delle cose che realmente influiscono sulla qualità delle nostre vite, pena essere accusati di essere ideologici e semplicistici… per il semplice fatto di mettere in pericolo lo strapotere dei potentati economici che fanno il bello e il brutto tempo indisturbati.

 

Uscire dal nucleare significa abbandonare il modello di sviluppo produttivista capitalista? Bene, siamo anticapitalisti!

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