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L’arroganza della fiducia è scomparsa e il nervosismo ritorna. La raffica di statistiche inquietanti della fine di aprile consolida questa situazione.

Il 26 aprile, i dati sul tasso di crescita dell’economia britannica si situavano allo 0.5% per il primo trimestre 2011. Facendo seguito ad una contrazione dello stesso tipo del trimestre precedente, un commentatore si è sentito in dovere di affermare: “la Gran Bretagna è pronta a ricadere nella recessione”. Una recessione a W(1).

Quarantotto ore più tardi, il Dipartimento del commercio degli Stati Uniti indicava che l’economia statunitense conosceva un rallentamento, registrando un debole tasso di crescita -1.8%, nel primo trimestre 2011, rispetto al 3% di fine 2010. Un giorno più tardi le informazioni indicavano che l’economia canadese era calata in febbraio, e che il tasso ufficiale della disoccupazione in Spagna era passato al 21.3%, con un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 40%. 

 

E la Grecia? Il governo di questo paese che ha imposto  tagli draconiani alla spesa pubblica ha constatato che l’economia si è schiacciata a un ritmo del 5% nel 2010. Ha scoperto di dover offrire dei tassi di interesse del 23.5% per delle obbligazioni a scadenza biennale per poter raccogliere capitali sui mercati finanziari. Dei livelli di questo genere non possono che segnalare il fiuto degli squali nei confronti di una prossima ristrutturazione del debito, fatto che sembra ormai appurato.

 

Tutto ciò ci conduce a una deduzione evidente, anche se gli economisti della corrente dominante lo negano: non si trattata di una ripresa economica normale. Al contrario, siamo nel mezzo di un periodo più complesso. Un periodo fatto di una recessione profonda, di pallida ripresa, di tassi di disoccupazione elevati, di crisi dei debiti detti sovrani, di nuove recessioni e di un durevole periodo di austerità. È quello che ho chiamato global slump(2).

 

L’investimento in sofferenza

 

Evidentemente non c’erano ragioni particolari per aspettarsi una normale ripresa alla luce degli elementi indicati. La Grande Recessione del 2008-2009, dopotutto, è stata la regressione più lunga e profonda che ha conosciuto il capitalismo mondializzato dopo il marasma del periodo 1929-1932.

 

Le 30 economie più importanti dell’OCSE hanno visto una diminuzione del loro Prodotto interno lordo del 6%, con un tasso di disoccupazione che ha superato del 60% la media precedente. La produzione industriale mondiale è crollata del 13%; il commercio internazionale del 20%; i mercati azionari si sono ridotti della metà. La più grande ondata di fallimenti bancari, da 80 anni a questa parte, ha colpito il sistema finanziario.

 

Tutto questo segnalava che, al posto di una normale recessione, si era confrontati a una crisi sistemica, una crisi che annuncia la fine della fase neoliberale dell’espansione capitalista. E recuperare dopo un tonfo di questo tipo sarà, infatti, molto difficile.

 

Per esempio, a metà 2011, quindi in mezzo alla “ripresa”, il tasso di crescita annuale negli Stati Uniti e nelle economie le più robuste d’Europa, si situa in una forchetta dal 2.5% al 3%, circa la metà di quello che ci si poteva attendere facendo riferimento alle riprese intervenute nei cicli precedenti. Anche durante il recupero dopo la Grande Recessione degli anni 1929-1930, l’economia degli Stati Uniti aveva conosciuto una crescita molto più netta: quasi dell’8% nel 1934 e 1935 e di uno stupefacente 14% nel 1936.

 

Attualmente il tasso di crescita è così debole che non ha quasi un impatto sulla disoccupazione. Infatti, in alcuni paesi europei-  l’Irlanda, la Grecia e la Spagna – la disoccupazione aumenta. Negli Stati Uniti, l’impiego si trova a un livello inferiore di più del 5% rispetto a quello anteriore alla recessione. Durante tutto il periodo successivo alla Grande Recessione, non c’è mai stata una ripresa  così anemica in termini di creazione di impieghi come quella che constatiamo oggi.

 

La principale ragione di questo fallimento del ritorno al tasso di impiego precedente risiede nel fatto che, benché i profitti abbiano ritrovato i livelli precedenti, ci sono pochi investimenti. Nelle principali economie, le grandi imprese immobilizzano  la loro liquidità invece di investire.

 

È vero per le economie del centro dell’Europa, come la Germania e la Gran Bretagna, così come per gli Stati Uniti. Ma è anche il caso del Canada, che è sfuggito ai peggiori effetti della crisi finanziaria e la cui economia è stata animata dall’aumento dei prezzi (e della domanda) delle materie prime. L’investimento nell’apparato produttivo del Canada ha rappresentato in 5.5% del PIL all’inizio del 2011, paragonato al 7.7% nel 2000; o poco meno del 7% del 2005(3). Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’investimento fisso in beni di produzione è restato, a fine 2010, del 14% inferiore al periodo pre-recessione, e questo più di un anno dopo l’inizio della “ripresa”(4).

Per dirla con parole semplici: l’aumento dei profitti non si traduce in una nuova ondata significativa di accumulazione del capitale. Invece, le imprese americane, e non solo, tengono la loro liquidità e la conservano in una misura mai vista dalla fine degli anni 1960. A inizio 2011, in realtà, le imprese non finanziarie negli Stati Uniti disponevano, in termini di liquidità, di almeno 2 trilioni, ciò che rappresenta un aumento considerevole nella conservazione di liquidità(5).

 

Non è necessario far ricorso a grandi ragionamenti per indicare le ragioni per cui l’investimento rimane a questi livelli. In primo luogo, il tasso di utilizzazione delle capacità istallate resta al di sotto delle medie storiche. In secondo luogo, gli imprenditori sanno che con delle spese di consumo depresse, la riduzione degli stimoli governativi e la svolta verso l’austerità (tagli importanti nella spesa pubblica), la domanda subirà dei contraccolpi. I consumatori e i governi spenderanno meno – e non il contrario – nei mesi e anni a venire.

 

Per questo, invece di investire, le imprese risparmiano i loro profitti, o investono in attività speculative (petrolio, oro, contratti a termini sui beni alimentari,…), dato che sono incapaci di vedere, nel contesto economico presente, cosa giustificherebbe importanti investimenti in nuove fabbriche o nuove macchine.

 

Anche in Cina, dove degli imprenditori costruiscono nuove fabbriche, il tasso di crescita dell’economia rallenta, mentre il governo tenta di far sgonfiare le bolle speculative e di ridurre l’inflazione.

 

La logica dell’austerità

 

Oggi, le misure d’austerità – tagli nelle spese pubbliche, licenziamenti dei salariati del settore pubblico per ridurre l’indebitamento governativo, privatizzazioni- conducono le economie sulla via della recessione o, ciò che è di fatto identico- sui sentieri della crescita zero.

 

Dopo aver effettuato tagli per milioni e milioni di dollari, per esempio, il Ministero delle finanze irlandese stima che l’economia crescerà di un minuscolo 0.75% nel 2011; meno della metà del tasso previsto solo alcuni mesi fa. La disoccupazione, che si situava al 4.4% prima della recessione, continua a salire e ha raggiunto il tasso ufficiale del 14.7%. L’economia britannica, come abbiamo già visto, zoppica a un ritmo peggiore di quello irlandese.

 

C’è poi la Grecia “in difficoltà”, dove la disoccupazione aumenta per il settimo mese consecutivo e raggiunge un 15% ufficiale, un gran salto in avanti nei confronti dell’anno scorso. La vendita al dettaglio si è ridotta del 10% in un anno -e questo durante la fase qualificata di “ripresa”. Nel frattempo, la Spagna, che applica in maniera determinata delle misure di austerità, ha conosciuto una contrazione importante della vendita al dettaglio negli ultimi due anni, allorché 4 giovani su 10 non trovano un impiego, e questo secondo i dati ufficiali che sottostimano largamente il grado di crisi dell’impiego(6). Riassumendo, l’austerità fa lo sgambetto a una ripresa già zoppicante.

 

Questo ha spinto un gran numero di keynesiani a affermare che l’austerità e la soppressione degli stimoli sono semplicemente il prodotto di un approccio di destra con una visione allucinata della situazione. Evidentemente c’è qualcosa di folle in questa politica di tagli di bilancio, ma, dal punto di vista capitalista, non è completamente sbagliato.

 

Dovendo finanziare dei deficit facendo ricorso ai mercati finanziari, i governi devono pagare degli interessi che sono definiti da un calcolo delle probabilità basato su un possibile fallimento, un’incapacità di far fronte anche solo agli interessi del debito. Ecco la ragione per cui la Grecia paga il 25% per delle emissioni obbligazionarie di due anni. E questo è qualcosa di molto reale, una realtà finanziaria molto concreta, non solo una follia ideologica di cretini di destra. Evidentemente, la destra cercherà di utilizzare una tale congiuntura per condurre un programma politico aggressivo di attacco contro i sindacati e le spese pubbliche.

 

Delle pressioni effettivamente reali sono esercitate dai mercati finanziari mondializzati che spingono i governi a applicare delle politiche di austerità che danneggiano l’economia. Dobbiamo ricordare che la principale preoccupazione del Capitale non è, e non è mai stata, “l’economia”, ma il profitto e la stabilità del sistema. Se questi obiettivi sono meglio raggiunti portando pregiudizio all’impiego e ai redditi della maggioranza, poco importa. Ecco perché l’austerità risponde alla logica del capitale, anche se questa implica una stagnazione economica e una disoccupazione crescente.

 

Inoltre, tenere a mente che gli interessi del capitale non hanno nulla a che fare con la crescita, il benessere, permette di metter in rilievo il fatto che le sole misure economiche e   politiche atte a resistere fanno a capo a un orientamento anticapitalista. Solo un processo, nella durata, di educazione politica, di mobilitazione e di resistenza determinerà se questo approccio prenderà un’estensione in un contesto di austerità e di marasma d’insieme.

 

Allorché cade la notte su Atene in questi giorni, i bus pieni di poliziotti antisommossa prendono posizione in centro città. Sapendo che l’austerità implica la sofferenza per la maggioranza, i “nostri dominanti” temono a ragione che questa maggioranza discenda, in ogni momento, nelle strade. La questione chiave attuale è di sapere se una protesta di massa raggiungerà l’ampiezza necessaria per mettere sotto scacco le politiche d’austerità.

 

* David McNally è professore all’Università di York, Toronto (Canada). Traduzione dal francese a cura della redazione di Solidarietà.

 

 

1 John Hawqksworth, citato da Philip Aldrick in Telegraph, 27 aprile 2011.

2  Vedi il suo libro: Global slump. The Economics and Politics of Crisis and Resistance, Oakland, PM Press, 2011.

3  Karen Howlett, in Globe and Mail, 6 aprile 2011.

4  Federal Reserve Bank of Cleveland, 10 gennaio 2001; articolo di Robert Sadowsky.

5  Questa cifra è tratta da R. Sadowsky e anche dal Wall Street Journal del 10 dicembre 2010.

6  Sulla Grecia e la Spagna, vedi Guardian, 29 aprile 2011, articolo di Philipp Inman.

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