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La manifestazione di questo fine settimana rappresenta un momento importante per la ripresa di un movimento antinucleare nel nostro paese. La vicenda di Fukushima ha messo drammaticamente in evidenza i problemi di sicurezza legati al nucleare, rilanciando tutto il dibattito sulle altre questioni relative a questo tipo di energia, troppo spesso presentata come “pulita”: dai problemi dello stoccaggio delle scorie a quello dei costi di costruzione e di gestione.

La ripresa di un diffuso sentimento antinucleare, rafforzato anche da aspetti simbolici quali la concomitanza temporale tra la tragedia di Fukushima e quella di Chernobiy di 25 anni prima, ha rilanciato il dibattito politico che investe (o dovrebbe investire) i temi di fondo della società.

Le classi dominanti ed i loro partiti hanno finora sviluppato un atteggiamento estremamente prudente: l’obiettivo principale di questa posizione è cercare di “guadagnare tempo” in attesa che l'”emozione” suscitata da Fukushima si esaurisca e i meccanismi di formazione e controllo dell’opinione pubblica, comprese le campagne che puntano, letteralmente, sulla “paura del salto nel buio” (“si accenderanno ancora le luci, senza nucleare, quando gireremo l’interruttore?”), riprendano a funzionare a pieno regime.

 

Rientrano in questo ambito la decisione di “congelare” le autorizzazioni per nuove centrali nucleari, così come il dibattito che si fa strada in alcuni partiti borghesi sulla eventualità di trovare vie “alternative” a quella nucleare, come, ad esempio, le centrali a gas. Il dibattito parlamentare previsto in giugno dovrebbe essere un punto fondamentale in questo processo di “securizzazione” dell’opinione pubblica, teso a far credere che si sta lavorando ad un'”alternativa credibile e responsabile”…

Dall’altro lato, quello degli oppositori al nucleare, prevalgono le tesi di coloro che pensano che ci si trovi di fronte ad un problema di natura sostanzialmente tecnico: la necessità di sostituire fonti energetiche dannose e rischiose (nucleare, carbone, ecc) con fonti energetiche “alternative”, rinnovabili, “dolci” e, soprattutto, rispettose dell’ambiente.

Pochi di questi mettono l’accento sull’aspetto fondamentale legato al consumo di energia nella nostra società: cioè la dinamica del capitalismo tesa a produrre sempre più merci e servizi poiché  è da questa produzione che esso trae il proprio nutrimento, la propria valorizzazione.

Appare quindi più che mai necessario legare la lotta immediata e concreta per il rifiuto del nucleare (e di tutte le altre fonti inquinanti) con una critica radicale del capitalismo, della sua logica, del suo funzionamento.

Certo, cambiamenti, anche importanti, possono essere ottenuti attraverso l’organizzazione diversa dell’approvigionamento energetico, la raccolta differenziata dei rifiuti, lo sviluppo di nuove fonti energetiche, rinnovabili e non inquinanti. Ma tutto questo, a lungo andare, rischia di essere vanificato dalla logica stessa del capitale che non viene minimamente intaccata da queste scelte.

A chi dice che l’abbandono del nucleare non è economicamente sostenibile, noi rispondiamo che è il capitalismo  a non essere ecologicamente, umanamente ed eticamente sostenibile. È vero invece che difendere il nucleare e il sistema economico e sociale che lo rende indispensabile è irresponsabile e criminale davanti all’umanità presente e futura.

Rivendicare l’uscita, subito, dal nucleare significa, per noi, rimettere allo stesso tempo in discussione un sistema economico e sociale, quello capitalista, teso non a soddisfare i bisogni sociali della popolazione, ma a valorizzare il capitale.

Battiamoci per uscire dal nucleare, battiamoci contro il capitalismo!

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