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Le imprese stanno bene, grazie: i profitti delle 500 più grandi al mondo (Standard & Poor’s) sono aumentati del 18,7% l’anno scorso. Nonostante ciò, The Economist, rivista ultraliberale (ma lucida), nota anche che “i benefici della ripresa sono andati quasi interamente a favore dei proprietari del capitale, piuttosto che ai lavoratori”.

E questo in proporzioni senza precedenti: negli Stati Uniti, i profitti sono aumentati di 528 miliardi di dollari dall’inizio della ripresa, mentre i salari solo di 168 miliardi di dollari. In Germania, 113 miliardi di euro sono andati ai profitti e solo 36 miliardi ai salari. Nel Regno Unito, i profitti sono aumentati di 14 miliardi di sterline, mentre i salari si abbassavano di due miliardi. 

 

Secondo Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, è “il prezzo da pagare per la crisi finanziaria e il necessario riequilibrio delle economie”. In Alternatives economiques di maggio, Patrick Artus non dice nulla di diverso: “l’unica soluzione consiste nel chiudere i rubinetti del budget”. Contemporaneamente, in Francia, alcuni economisti, sostengono che non c’è nessun problema di distribuzione del valore aggiunto2. Altri esplorano le vie del protezionismo fiscale e dell’uscita dall’euro. Tutto questo è abbastanza scoraggiante e poggia su un doppio capovolgimento dei fatti.

Il primo consiste nel trasformare una questione sociale (chi deve pagare la crisi?) in un problema di moneta (l’euro) o di commercio (il libero scambio). Usciamo dall’euro e mettiamo tasse alle frontiere, la questione sociale sarà in parte risolta. Ma questo significa porre la questione all’inverso, suggerendo che l’austerità, la precarietà, le disuguaglianze provengano dall’esterno e che con queste politiche sarebbe possibile neutralizzarle. La realtà è più complessa: la globalizzazione e le delocalizzazioni pesano evidentemente sul rapporto di forza, ma il nemico di classe è nel nostro paese!

Porre le misure protezionistiche come presupposto, è procedere a un secondo capovolgimento, tra i fini e i mezzi. L’uscita dall’euro o le tasse sulle importazioni non sono pietre filosofali capaci di trasformare l’orrore neoliberale in paradiso egualitario. Non si può costruire un progetto di trasformazione sociale su misure monetarie e commerciali, senza cominciare dicendo quali sono gli obiettivi che queste devono accompagnare. Per esempio: un’altra distribuzione delle ricchezze, una fiscalità anti-profittatori, la socializzazione delle banche, la creazione di impieghi utili, la riduzione del tempo di lavoro, la ristrutturazione del debito, ecc. Ecco ciò di cui si dovrebbe discutere. Altrimenti, ed è una responsabilità pesante, il rischio che sia la destra nazionalista a fornire la chiave di lettura è grande.

La necessaria rottura comincia all’interno di un paese, ma è anche una rottura con l’Europa neoliberale, messa di fronte al fatto compiuto. Per difendersi dalle misure di ritorsione, sarà necessario istituire un controllo dei capitali, misura protezionistica se vogliamo. Ma sappiamo cosa proteggiamo: la trasformazione sociale. Il braccio di ferro con le istituzioni europee poggerebbe su una prospettiva d’espansione e non precluderebbe a priori nessuna misura. Compresa la minaccia di uscita dall’euro: ma sarebbe assurdo sparare in anticipo questa cartuccia. Tra queste due opzioni strategiche, c’è un’altra differenza: appoggiarsi sulle aspirazioni a una vita decente, o rimettersi a misure tecniche.

 

* articolo apparso sulla rivista Politis, n° 1152, del 12 maggio 2011. La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

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