Tempo di lettura: 3 minuti

Uno dei cavalli di battaglia del nascente movimento operaio moderno in Inghilterra e in Francia nel XIX secolo fu la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro. All’epoca il rapporto salariale prevedeva il lavoro minorile legalizzato e  turni giornalieri di 10-12 ore, spesso assolti dalle donne.

 

Quel processo storico di “proletarizzazione”, così lucidamente descritto da Marx, ebbe inizio con la prima fase della Rivoluzione Industriale della seconda metà del Settecento, e sfociò in una polarizzazione della stratificazione sociale della società, segnando il contemporaneo avvento della borghesia e del proletariato. In questo contesto storico caratterizzato da una concentrazione di massa di lavoratori e lavoratrici in vastissime zone industriali, la visione di classe della società e il conseguente concetto di lotta di classe sembrava naturalmente legittimo ed  evidente. In poche parole, l’autorganizzazione operaia in difesa delle condizioni di lavoro e di salario era giustificata dalle dure condizioni della fabbrica imposte dal padronato.

Poi, con il XX° secolo ed attraverso diverse fasi e processi (anche tragici) di sviluppo del capitalismo e di trasformazione della società salariale, l’organizzazione internazionale del capitalismo muta profondamente l’organizzazione del lavoro. Fenomeni quali la delocalizzazione della produzione e la pace del lavoro dissolvono la concentrazione della manodopera nelle zone industriali e smorzano (all’apparenza) il conflitto di classe. Tant’è che oggigiorno il concetto stesso di lotta di classe come motore della storia viene negato  da più parti. Tuttavia, in un contesto di profonda crisi economica come quello attuale, tale concetto è più evidente che mai. Anche in Svizzera, nonostante la mancanza di una forte tradizione operaia, i conflitti tra capitale e lavoro sono sempre più evidenti, seppur poco manifesti.

È di pochi giorni fa la notizia della proposta di riduzione del tempo di lavoro lanciata dall’Associazione svizzera degli impiegati di banca (ASIB) e della Società svizzera degli impiegati di commercio (SIC) nel quadro delle consuete negoziazioni contrattuali con l’Associazione padronale delle banche (AGC Banken).  Le condizioni quadro contrattuali per il personale del settore bancario prevedono un orario di 42 ore settimanali (quando in Svizzera la maggior parte dei contratti collettivi prevedono dalle 40 alle 41 ore settimanali); ma l’ufficio federale di statistica ha calcolato che vi è in media un tasso di ore supplementari notificate pari al  5,2%. Se a questo aggiungiamo le ore supplementari gratuite che ogni impiegato del settore bancario lavora (quando, ad esempio e non è oggi raro, rimane in ufficio per terminare il lavoro) questa cifra diventa ancora più importante. Infatti è prassi comune, nel settore bancario, il “lavoro per obiettivi” che prevede il raggiungimenti di precisi obiettivi entro termini prestabiliti e comporta un carico di stress non indifferente per i salariati e le salariate di questo settore.

Considerando l’importanza del settore bancario svizzero, che rappresenta nel suo complesso più del 10% del PIL svizzero e il 6% degli impieghi (circa il doppio nella piazza finanziaria ticinese), capiamo come questo problema riguarda un gran numero di salariati. Inoltre, con la crisi economica scoppiata del 2008 il settore bancario mondiale ha subito una contrazione importante. Stando ad un rapporto dell’Ufficio internazionale del lavoro (febbraio 2010) nel settore finanziario mondiale sono stati soppressi dall’agosto 2007 oltre 325’000 posti di lavoro. Anche a livello svizzero abbiamo assistito a vari licenziamenti. La ristrutturazione attuata da UBS dopo lo scoppio della crisi economica ha soppresso 8’000 impieghi nel 2008 e 8’700 tra il 2009 e il 2010. Concretamente in Svizzera dal 2009 al 2010 la banca ha eliminato 2’500 posti a tempo pieno, pari al 10% degli effettivi. Questi dati vanno ad aggiungersi ai vari blocchi delle assunzioni decretati da alcuni importanti istituti bancari svizzeri in seguito alla crisi economica.

Queste cifre che riguardano l’effetto della crisi economica e le condizioni di lavoro nel settore finanziario ci permettono di fare alcune brevi considerazioni in merito alla natura di tale professione e ai problemi che l’accomunano con le altre. Infatti seppur cambiata la composizione all’interno delle classi sociali, notiamo come anche i “colletti bianchi” siano “semplici” salariati e che, a seconda delle fluttuazioni economiche causate da questo sistema economico e sociale, sono soggetti a licenziamenti e a costanti peggioramenti delle condizioni di lavoro. L’abito elegante, la camicia e la cravatta, differenziano solo all’apparenza l’impiegato di banca dal lavoratore delle Officine di Bellinzona. Entrambi si trovano in un rapporto di subordinazione in cui si ritrovano a “vendere” costantemente la propria forza-lavoro per sopravvivere ed entrambi sono oggetto di attacchi da parte del padronato che minano le condizioni di lavoro e i loro diritti. Considerando che la percentuale dei lavoratori salariati nelle economie industriali oscilla tra l’80% e il 90%, notiamo come quella polarizzazione della società descritta circa un secolo e mezzo fa da Marx è tuttora persistente. Seppur molto più diversificata al suo interno, la classe dei salariati mantiene oggi un denominatore comune: è quella che sta pagando il prezzo della crisi. Da qui la necessità di organizzarsi e trovare un terreno comune sul quale avanzare delle proposte concrete volte alla salvaguardia degli interessi di questa stragrande maggioranza della popolazione. Solo quest’ultima potrà invertire l’orizzonte storico che appare più che mai preoccupante…

Pin It on Pinterest