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Il risultato delle elezioni amministrative in Italia rappresenta sicuramente un voto di “protesta” e di “indignazione” verso un governo ed una politica (quella che vede protagonista Berlusconi da ormai molti anni) che ha sempre più mostrato la sua vera natura di classe.

 

Le politiche economiche condotte negli ultimi anni, quelle migratorie, l’amministrazione di importanti regioni e città, la politiche sociali e quelle ambientali, tutto è sempre andato in una chiara direzione: difendere gli interessi delle classi dominanti, far pagare le conseguenze della crisi ai salariati ed alle classi subalterne.

Il risultato di queste politiche ha condotto il paese ormai allo stremo. Berlusconi e i gruppi sociali ad esso collegati hanno proceduto ad un vero e proprio saccheggio del paese (in termini economici, sociali ed ambientali), a tal punto da scatenare l’opposizione non solo delle forze di “opposizione” (un’opposizione che tale si può definire solo con una buona dose di immaginazione), ma anche di una borghesia moderata preoccupata per il degrado della situazione economica e sociale del paese: un aspetto  non certo positivo per una classe sociale che vuole continuare a macinare i propri profitti in santa pace.

Ed allora, come interpretare il voto dei giorni scorsi, in particolare quello di Milano e Napoli che, sicuramente, rappresentano due sconfitte serie per Berlusconi e il suo governo e, unitamente alle altre sconfitte in centri importanti, contribuiscono ad accelerare il suo prevedibile declino?

Diciamo che in un certo senso questo voto esprime il desiderio di una sorta di alternativa alla falsa “alternanza” alla quale da anni ormai giocano la destra e la “sinistra” del paese, in Italia come nel resto dell’Europa. Basterebbe, a confermare questa ipotesi, ricordare che i vincitori di Milano e di Napoli (Pisapia e De Magistris) sono stati candidati contro il volere del PD, cioè della maggiore forza politica di “opposizione”, che aveva puntato (a Milano nelle primarie e a Napoli ancora nel primo turno) su altri candidati.

De Magistris e Pisapia non sono certo dei radicali. Sono dei liberali moderati, con forti preoccupazioni sociali, che hanno rappresentato, agli occhi degli elettori di due importanti città – del Sud e del Nord- l’incarnazione di un’alternativa al regime politico di concertazione che, tra finte contrapposizioni, si vive ormai in Italia da alcuni decenni. Si tratta, in parole povere, di una voglia profonda di cambiamento che si è concentrata su candidati, “nuovi” ed esterni alla “classe politica” che, meglio di altri, sembrano incarnare questa prospettiva.

I programmi di De Magistris e di Pisapia non sono certo di rottura con il capitalismo e con il potere delle classi dominanti né nelle loro città, né in Italia. Essi rappresentano una prospettiva di “buongoverno” di fronte ad una situazione amministrativa e sociale che sta incancrenendo sempre più.  Ma, al di là delle loro persone e delle loro più o meno buone intenzioni, essi rischiano di arenarsi sulle contraddizioni più elementari nella gestione delle loro città (lavoro, reddito, ambiente) se non rimetteranno in discussione il dominio assoluto delle classi dominanti, della logica del capitale e dei suoi interessi.

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