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Lo scorso marzo il presidente della Bce Jean Claude Trichet definiva la ripresa economica globale «relativamente robusta», e sull’onda di commenti come questo si diffondeva il sentore che il peggio era ormai passato. Il ciclo avrebbe ripreso il suo corso, la crescita si affacciava non solo nei paesi emergenti, ma anche negli Usa e persino in Unione Europea.

Il tutto senza che ci fosse stato un cambiamento concreto delle politiche che hanno coltivato questa crisi. La regolazione finanziaria invocata da tutti i governi non è mai stata attuata, l’attacco ai salari è continuato come la socializzazione delle perdite del capitale che ha condotto all’esplosione dei debiti pubblici dei paesi Ocse. “Robusta” diventa un termine taumaturgico, piuttosto che analitico, per scongiurare i pericoli di una lunga stagnazione o peggio di un ritorno della recessione, un termine che si aggrappa ad alcuni dati positivi che qua e là emergono, spesso in conseguenza di una sorta di rimbalzo dal precipizio in cui si era caduti nel biennio 2008-2009, ma che per lo più non vengono contestualizzati. I desideri dei vari establishment sulla situazione economica si confondono con la realtà.

 

Sono passati soltanto due mesi dalle dichiarazioni targate Bce e le coordinate del contesto in cui ci troviamo e delle sue emergenze sembrerebbero cambiate completamente. Eppure nel lasso di tempo intercorso non è intervenuto alcun elemento tale da invertire         la rotta, fatta salva la catastrofe ambientale giapponese che, per quanto grave, non può essere addotta come causa di un’inversione di tendenza generale. Evidentemente molteplici fattori concorrono ad acuire un panorama fondamentalmente instabile a causa del fallimento del sistema di accumulazione definitosi negli ultimi 30 anni. I prezzi delle materie prime e del petrolio tendono a divenire l’ulteriore tappa delle “bolle” che hanno permesso lo sviluppo del cosiddetto “keynesismo finanziario”, non contribuendo perlopiù alla crescita capitalista, alimentando invece la speculazione finanziaria. La definizione, ideata da Riccardo Bellofiore, evidenzia come le bolle immobiliari, azionarie e finanziarie di questi decenni abbiano supportato l’economia a debito gonfiando i patrimoni di famiglie e imprese e per questa via abbiano tenuto artificialmente alti i consumi. Dinamica che sembra estendersi anche ai paesi emergenti, dove diversi segnali come l’inflazione sostenuta o la folle corsa dei prezzi immobiliari, fanno intravvedere un rallentamento della crescita con una progressiva riduzione della profittabilità degli investimenti… ma anche nuovi conflitti sociali. Da alcuni anni si è ipotizzato un ruolo trainante dei paesi emergenti attraverso un’espansione delle loro classi medie tale da consentire la ripresa delle esportazioni dei paesi occidentali. Questa ambizione non ha mai tenuto conto delle sproporzioni di fondo esistenti a livello internazionale. Per fare un solo esempio nel 1990 le importazioni mondiali erano appannaggio per l’80 per cento dei paesi avanzati e per il 20 di quelli emergenti, vent’anni dopo la quota di quest’ultimi è salita al 35 per cento, un salto ragguardevole, ma non tale da lasciare immaginare che questi paesi diventino lo sbocco principale dei prodotti occidentali. Inoltre, come conciliare modelli vocati all’esportazione a basso costo con la crescita necessaria di un mercato interno?

A questi squilibri macro si deve aggiungere che la domanda interna dei principali paesi risente della fine dei programmi di stimolo dell’economia lasciando presagire una riduzione del tasso di crescita. La domanda privata rimane depressa dalla compressione salariale e dal ristagno strutturale degli investimenti pubblici e privati. Infine da alcune settimane molti commentatori sottolineano il ritorno della speculazione nei mercati finanziari, ma ritorno ci sembra una parola imprecisa visto che il commercio di prodotti derivati è ulteriormente aumentato dal 2007. In realtà il sistema che ha generato la crisi è ancora pienamente operante. La crisi dei titoli tossici sta svelando la realtà di un capitalismo tossico delle bolle incapace nel breve termine di trovare altra via di rilancio se non quella già percorsa e clamorosamente fallita

 

La crisi del debito è lì a dimostrarlo. Quando si enfatizzano dati provvisori, spesso praticamente istantanei, di ripresa della produzione industriale oppure del Pil, si dovrebbe sottolinearne il costo. Quando ad esempio il bilancio federale degli Stati Uniti vanta un deficit del 10 per cento, come nel 2010, e il suo Pil cresce circa 3 punti percentuali, si può parlare di crescita?

 

La crisi del debito greco è in questo senso paradigmatica. Da una parte il debito e l’insolvenza statale come nuova frontiera che può produrre un nuovo salto qualitativo della crisi. Dall’altra il fallimento dello strumento utilizzato per arrestare la prima fase della crisi, attraverso la pubblicizzazione del debito privato, diviene fallimento complessivo della politica lacrime e sangue che ripropone le stesse contraddizioni iniziali di questa crisi a una dimensione sempre più ampia. Un default che sarebbe politico, oltre che economico, di quel liberismo asimmetrico, come è stato felicemente definito da Emiliano Brancaccio, ovvero della legge della concorrenza globale valida per tutti i fattori produttivi, tranne che per il grande capitale.

La crisi si approfondisce, diviene sociale e infine politica. Una crisi robusta, appunto.                            

 

* Autori di Capitalismo Tossico in uscita per Edizioni Alegre il prossimo 6 luglio

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