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Oltre una trentina di persone hanno partecipato, lunedì 20 giugno, alla prima riunione del comitato d’azione contro il dumping salariale e sociale. Hanno risposto all’invito dell’MPS diverse organizzazioni politiche, sociale, sindacali (erano presenti, tra gli altri, l’Associazione Giù le mani, la VPOD, il PS, i giovani MPS, Il PC, Unia, la Gioventù socialista).

Un primo passo importante questo incontro, che dovrà essere poi confermato nella prossima riunione del mese di luglio e in quelle successive alla pausa estiva. Positivo poi il riscontro della partecipazione di numerose organizzazioni e associazioni che mostra come la necessità di operare su questo terreno sia sentita. Molte delle organizzazioni presenti si sono dichiarate interessate e d’accordo con la prospettiva delineata, riservandosi per i futuri incontri un’adesione formale e definitiva.

 

La libera circolazione non si tocca!

 

Tutti i presenti, seguendo le argomentazioni avanzate dall’MPS, sono d’accordo che la lotta contro il dumping salariale e sociale è assolutamente compatibile con la difesa del principio della libera circolazione. Da questo punto di vista l’orientamento del comitato si potrebbe riassumere proprio in uno slogan di questo genere: sì alla libera circolazione, no al dumping salariale e sociale.

La libera circolazione, lo hanno ripetuto in molti, è un diritto soggettivo che ogni essere umano deve avere: il diritto a spostarsi liberamente, a muoversi, a cambiare lavoro, a farsi raggiungere dai propri familiari. Si tratta di un diritto fondamentale che, per essere tale, deve poter contare anche su condizioni sociali ed economiche che lo rendano tale. Questo, è stato ripetuto ancora, come tutti gli altri diritti.

Gli accordi bilaterali in realtà non hanno posto le premesse per concretizzare questo diritto, per trasformarlo in diritto socialmente ed economicamente ancora nella realtà sociale del paese. Al contrario, procedendo di fatto ad una liberalizzazione del mercato del lavoro, abolendo quei filtri di controllo minimi che  permettevano (nei settori senza contratti collettivi – la stragrande maggioranza – ma anche in quelli con contratti collettivi di obbligatorietà generale) un certo filtro e di tenere sotto controllo, seppur in misura non soddisfacente, l’evoluzione salariale, limitando un certa discesa verso il basso.

In realtà quel sistema, per insoddisfacente che fosse, di fatto garantiva una certa libera circolazione, almeno in Ticino e nelle altre zone di frontiera, alla manodopera estera. Non essendo quella frontaliera contingentata  di fatto il lavoratore frontaliere poteva, seppur con passaggi burocratici che coinvolgevano il datore di lavoro, avere una certa libertà di movimento sul mercato del lavoro. E, non dobbiamo dimenticarlo, i lavoratori frontalieri rappresentano una parte cospicua dei lavoratori stranieri attivi in Svizzera.

Con l’abolizione di ogni forma di controllo preventivo (gli interventi sono fatti, come si suol dire, ex-post, cioè di fronte alla constatazione di una situazione di dumping) la via era oramai spianata ad un processo di dumping salariale  e sociale.

Questa posizione delle persone e delle forze sociali, politiche ed associative presenti alla prima riunione del comitato, cioè la difesa del principio della libera circolazione, rende la battaglia del comitato stesso assai diversa da quella di coloro che nella limitazione della libera circolazione (ad esempio attraverso l’introduzione di un contingentamento della manodopera estera) vedono la risposta ai problemi posti dal dumping. Ad esempio la posizione della destra xenofoba  (UDC, Lega).

 

Ma cos’è questo dumping?

 

Una interessante discussione si è poi sviluppata sulla nozione di dumping salariale e sociale. Il punto di partenza è stato il riferimento all’attualità delle ultime settimane, in particolare con le vicende avvenute sul cantiere ex-Palace a Lugano.

La discussione ha permesso di chiarire che, in realtà, i fenomeni come quelli di Lugano, diffusi sempre più e denunciati, non rappresentano, a rigore, casi di dumping salariale. In quelle situazioni siamo piuttosto in presenza di un aggiramento di norme contrattuali ben definite, nel caso dell’edilizia addirittura di obbligatorietà generale; norme che, in quanto tali, non rappresentano un peggioramento dei livelli salariali e non tendono ad affermare livelli salariali bassi al punto da rendere impossibile la loro accettazione da parte di manodopera che con quei salari deve vivere in Ticino.

Il dumping salariale invece è un processo, lungo e lento -da qui a volte quasi impercettibile se non su un periodo medio-lungo, attraverso il quale viene esercitata una pressione verso il basso del livello generale dei salari versati in un settore, in una regione, in un gruppo di aziende.

È un’azione condotta dal padronato che può contare su diversi aspetti per la sua realizzazione. A cominciare, dalla mancanza (o dalla cancellazione come è stato con i bilaterali) di regolamentazioni che permettessero un controllo delle condizioni di assunzione e dei rispettivi livelli salariali.

A questo aspetto se ne aggiungono altri. Ad esempio il poter disporre di una grande riserva di manodopera a basso costo che può essere utilizzata per un processo di rotazione del personale; o, ancora, un mercato del lavoro nel quale non esistano di fatto né condizioni di lavoro a tempo indeterminato garantite (come è il caso della Svizzera: con un periodo di disdetta di tre mesi per qualsiasi contratto, di fatto tutti i contratti – perlomeno quelli del settore privato – sono da considerare a tempo determinato), né disposizioni legali o contrattuali che determinino salari minimi (sono circa cinquecentomila – su quasi quattro milioni di persone attive – i lavoratori sottoposti ad un contratto collettivo di lavoro che preveda un salario minimo vincolante); infine l’assenza di “rappresentanza” sui luoghi di lavoro, riconosciuta sia dal punto di vista contrattuale che legale.

È in questo contesto che si sviluppano i fenomeni di dumping salariale e sociale.

 

Più profitti  e divisione dei salariati

 

Gli  obiettivi di questo processo sono duplici.

Da un lato, è evidente, ridurre i costi di produzione con l’obiettivo di mantenere o aumentare i tassi di profitto. Un processo fondamentale nel quadro della concorrenza capitalista, alla quale sono sottoposti i diversi siti di produzione, ad esempio nel quadro del processo di creazione di un mercato europeo, attraverso la creazione dell’UE e il suo susseguente allargamento. Il capitalismo svizzero, concorrenziale con gli altri capitalismi europei, è comunque parte integrante di questo processo e con esso è confrontato. Gli accordi bilaterali e la liberalizzazione del mercato del lavoro sono state la risposta della borghesia svizzera all’approfondimento del processo di concorrenza all’interno dell’UE. Un processo ancora nella fase iniziale sia in Svizzera che all’interno della stessa UE.

Dall’altro la liberalizzazione del mercato del lavoro permette di riorganizzare, in un’ottica favorevole al padronato, i ranghi dei salariati. La sostituzione di lavoratori con qualifiche riconosciute con lavoratori con le stesse qualifiche ma che non vengono riconosciute come tali, il versamento di salari più bassi ai lavoratori stranieri potendo sfruttare la differenza monetaria (resa ancora più evidente dalla evoluzione del rapporto franco-euro),  la creazione, soprattutto attraverso i relais politici, di un clima di “concorrenza” tra salariati svizzeri e immigrati, tutto questo non può che favorire il padronato, in particolare attraverso la costituzione di un clima di divisione e di sfiducia.  

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