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È ormai una vera crociata quella intrapresa da tutto lo spettro politico e sociale contro il “caro franco”.

Le proposte si susseguono con ritmo incalzante: da quella sindacale (più papista del Papa potremmo dire) che da mesi ormai propone di ancorare il cambio del franco/euro al tasso di 1.40; dall’altro il padronato per il quale un cambio attorno ad 1.30 andrebbe bene. In mezzo la Banca Nazionale, grande istituzione al servizio del padronato, che da mesi sta dilapidando parte della ricchezza nazionale per evitare il rafforzamento del franco. E che ora ha accelerato ulteriormente la sua azione dichiarando di voler ancora il cambio franco/euro a 1.20 fr. La causa proclamata da tutti appare nobile: salvare le esportazioni, la competitività dell’industria svizzera e, logicamente, i posti di lavoro che, ci dicono tutti all’unisono, sarebbero minacciati da un franco così alto.

 

La realtà è molto più prosaica. In pericolo non vi sono né le esportazioni, né la competitività dell’industria svizzera: d’altronde, con un po’ di imbarazzo, le associazioni padronali hanno dovuto ammettere che anche nel secondo semestre le cose sono andate tutto sommato abbastanza bene lato esportazioni. In gioco vi sono, e le associazioni padronali lo confermano nelle loro prese di posizione, i “margini di profitto” che il franco forte mette in pericolo. Naturalmente questa riduzione dei margini di profitto i padroni non possono sopportarla e quindi minacciano, se non vi saranno interventi correttivi per correggere l’apprezzamento del franco, di ribaltarli sui lavoratori, con misure drastiche quali le soppressioni di posti di lavoro.

In realtà questa pressione serve a permettere di concludere accordi che, effettivamente, ribaltino la situazione sui salariati, permettendo ai padroni di mantenere i loro margini di profitto. Significativa la vicenda del gruppo Georg Fischer (al quale appartiene anche la AGIE di Losone). Non solo si tratta di un’azienda che negli ultimi anni ha totalizzato centinaia di milioni di utili; non solo questo gruppo ha potuto ampiamente ricorrere al lavoro ridotto (quindi ad una sorta di finanziamento pubblico) per organizzare la ristrutturazione a seguito della crisi del 2008/2009; ma oggi questa azienda aumenta di tre ore l’orario settimanale con il solo obiettivo di mantenere inalterati di margini di profitto. Che il problema sia sostanzialmente quello lo confermano le modalità di questo accordo. Infatti ai lavoratori che non volesse lavorare tre ore di più è lasciata un'”alternativa: accettare una decurtazione salariale del 7%.

Padronato, Banca Nazionale, partiti politici (con i loro candidati al Nazionale e agli Stati), organizzazioni sindacali ci dicono a gran voce che siamo tutti sulla stessa barca, che dobbiamo salvare la competitività dell’industria nazionale, consentendo ai padroni di mantenere inalterati i margini di profitto. Se questo avverrà potremo conservare i nostri posti di lavoro.

Poco importa a questa bella compagnia che la produzione di ricchezza sia il frutto del lavoro dei salariati e che i loro “i margini” di guadagno (il salario sotto le sue diverse manifestazioni) si siano ridotti già da molto tempo. Tutto questo, persino dalla sinistra che parte in campagna elettorale, viene allegramente dimenticato.

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