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La primavera delle rivoluzioni arabe è arrivata anche tra le/i palestinesi, sia nei territori occupati nel ’67, che in Israele e nella diaspora, in particolare grazie ad una nuova mobilitazione delle giovani generazioni. 

 

 

Naturalmente il contesto palestinese è profondamente diverso da quello degli altri paesi della regione, per la presenza dell’occupazione israeliana e la mancanza di uno stato. Quello che invece rende paragonabili la condizione dei giovani palestinesi e degli altri paesi arabi sono la difficile situazione economica e i processi di espropriazione politica da parte delle autocrazie arabe, che nei territori occupati prendono la forma dell’Anp in Cisgiordania e del “governo” di Hamas nella Striscia di Gaza.

 

IL LAVORO NEGATO

I dati economici e della vita di tutti i giorni sono in progressivo peggioramento.
Una ricerca dell’Unrwa parla di un tasso di disoccupazione nella Striscia di Gaza pari al 46% (il più alto del mondo), mentre il livello degli stipendi è calato del 34,5 percento rispetto ai livelli del 2006; oltre 260mila persone su 1,5 milioni di abitanti, sono senza lavoro e vivono grazie agli aiuti umanitari. Allo stesso tempo dal 2007 il pubblico impiego è aumentato del 20%, beffarda ironia di un embargo che avrebbe voluto “colpire Hamas” (anche se ovviamente nessuno ci crede…), rilevata anche dal portavoce del Unrwa Chris Gunness che sostiene “se l’obiettivo del blocco israeliano era quello di indebolire l’amministrazione di Hamas, l’aumento degli impiegati pubblici suggerisce che quel obiettivo è stato mancato”.
In Cisgiordania la disoccupazione nella seconda metà del 2010 è arrivata al 25%, rispetto al 23.6% dello stesso periodo del 2009 e anche i salari medi sono calati del 2.61%.
Anche in questo caso ci si scontra con la tragica ironia del “boom economico” apparente palestinese, trascinato dall’aumento delle costruzioni e dall’apertura di bar e ristoranti a Ramallah e di una crescita del Pil basata sui fondi donati dall’estero piuttosto che su una crescita reale.
Interessante – perché mette in luce una delle contraddizioni dell’occupazione – il dato sui lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane della West Bank. Secondo l’Ufficio centrale palestinese di statistica, il 14,2% della forza lavoro palestinese è stata impiegata nelle colonie durante il 2010, in aumento rispetto al 13,9% del 2009 – si tratterebbe di 28mila lavoratori, di cui 18mila con permessi speciali, impiegati principalmente nelle zone industriali, mentre altri 10mila sarebbero impiegati senza permesso nelle zone agricole della Valle del Giordano. Da notare che il salario medio giornaliero è pari a 76,9 Nis (circa 15 Euro) in Cisgiordania e 46,2 (10 Euro) a Gaza, mentre un lavoratore palestinese nelle colonie guadagna mediamente 150 Nis al giorno (30 Euro). Differenze enormi esistono però tra il salario dei lavoratori con permesso e quello di chi non lo ha. Secondo i dati dell’associazione israeliana per i diritti dei lavoratori “Kav Laoved”, il salario medio giornaliero dei lavoratori nella Valle del Giordano oscilla tra 60 e 80 Nis, vicina alla media della Cisgiordania, subendo inoltre cattive condizioni di lavoro.
Ancora una volta i palestinesi svolgono il ruolo di manodopera a buon mercato per le colonie israeliane.

 

NEOLIBERISMO IN SALSA PALESTINESE


Come avviene per tutti gli altri paesi del medioriente e del Nord Africa, anche nei confronti della Palestina aumentano le pressioni di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale affinché sia seguito il sentiero tracciato dal dogma neoliberale. Già nel 1999 il “Council on Foreign Relations” statunitense, insieme a esperti palestinesi, sosteneva che “le riforme per un buon governo, lo stato di diritto e politiche che assicurano un adeguato clima per gli investimenti sono precondizione dell’indipendenza palestinese” (il corsivo è nostro).
Il rapporto del 2011 del Fmi su Cisgiordania e Gaza saluta positivamente la crescita “prevista del 8%” del Pil e le vigorose riforme istituzionali nel settore finanziario e della finanza pubblica. Bontà sua, il Fmi è costretto a riconoscere che questa sarà una crescita vana “senza un’ulteriore riduzione delle restrizioni israeliane”.
Queste raccomandazioni di Fmi e Banca mondiale sono alla base dell’azione politica del “primo ministro” dell’Anp Salam Fayyad, che proviene proprio dagli ambienti finanziari internazionali. La sua strategia è quella di costruire le istituzioni palestinesi – politiche, amministrative, economiche e finanziarie – malgrado l’occupazione israeliana e prima di un contrasto a questa e di farlo in costante rapporto con gli Usa e le istituzioni di Bretton Wood, cercando di garantire ai territori palestinesi un posto nella mondializzazione capitalista come strategia per avere alla fine il riconoscimento di uno stato. Una strategia che finora non ha portato ad alcuna novità sostanziale sul piano internazionale e non ha realmente modificato le condizioni delle/dei palestinesi.
In questo senso è però necessario insistere sulle principali responsabilità israeliane, che mantengono una quasi totale chiusura a Gaza – dove proseguono un vero e proprio embargo e un blocco navale illegale, mentre l’apertura del valico di Rafah (da parte egiziana) al passaggio delle persone è solamente parziale – e un controllo sui commerci della Cisgiordania, dove l’economia palestinese (come la vita) viene quotidianamente colpita dalle continue espropriazioni di terre, dagli attacchi dei coloni ai campi e alle coltivazioni e dal Muro dell’Apartheid, come riconosce Christopher Gunnes, secondo il quale “l’occupazione israeliana e le sue infrastrutture, come le colonie, le strade che violano e dividono la terra palestinese, la violenza dei coloni e il Muro in Cisgiordania hanno lavorato per restringere le possibilità dei palestinesi in generale e dei rifugiati in particolare”.

 

LA FINZIONE DEI NEGOZIATI


A questo peggioramento delle condizioni economiche della popolazione palestinese, corrisponde sul piano politico internazionale una situazione di stallo. I cosiddetti “negoziati” praticamente non esistono, per volontà esplicita del governo Netanyahu che preferisce proseguire con la politica dei fatti compiuti, trovando ogni volta un motivo nuovo per gettare la responsabilità del blocco… sui palestinesi. L’ultima trovata è quella della aut-aut verso Abu Mazen affinché scelga tra “unità con Hamas o negoziati”, perché Israele non sarebbe disponibile a negoziare con una Autorità palestinese al cui interno ci siano i “terroristi di Hamas”. In realtà Netanyahu non ha mai negoziato nemmeno con l’Anp senza la presenza di Hamas…
Ma il blocco dei negoziati non è la conseguenza di avvenimenti dell’ultimo periodo o a particolari contingenze politiche internazionali. La strategia del governo israeliano è sempre quella di rendere impossibile qualsiasi negoziato e qualsiasi nascita di uno stato palestinese indipendente. Una strategia che passa dalle continue finzioni diplomatiche sul piano internazionale e dall’accelerazione del processo di espropriazione delle terre palestinesi e della loro colonizzazione, così come dall’aumento della costruzione degli insediamenti illegali, della decisa “ebraicizzazione” della politica e della società israeliana e dalla “normale” prassi militare dell’occupazione israeliana..
Molti sono gli esempi di questa politica. Ci limitiamo a due.
Il giorno in cui scriviamo questo articolo due giovani palestinesi sono stati uccisi dalle forze di “sicurezza” israeliane a Qalandya. Le modalità sono sempre le stesse: l’esercito entra nei territori occupati per arrestare giovani palestinesi e di fronte al lancio di pietre risponde con il fuoco. Uno dei due giovani è morto per un colpo alla schiena, come altri feriti.
Sul piano della politica di colonizzazione, la popolazione dei coloni che vivono negli insediamenti illegali (in accordo alle norme di diritto internazionale si intendono qui per illegali tutti gli insediamenti costruiti in Cisgiordania e Gerusalemme est, occupate nel 1967) ha raggiunto ormai la cifra di 500.000. un terzo circa dei nuovi coloni ogni anno è formato da cittadini che provengono dal territorio dello stato di Israele.

 

OBAMA E I DUE STATI


Nonostante questa situazione – alla quale va aggiunta una maggiore presenza economica internazionale dello stato di Israele, che aumenta il proprio interscambio in particolare nei settori tecnologici e bellici – il governo israeliano non dorme sonni tranquilli e non riesce a dare il colpo definitivo alle speranze palestinesi.

La strategia israeliana si infrange contro la resistenza della popolazione palestinese (e le nuove mobilitazioni non armate) e contro la nuova dinamica politica degli stati arabi.
Il governo israeliano ha mostrato fin dai primi giorni della rivoluzione egiziana una forte preoccupazione per la possibile caduta del regime dell’amico Mubarak e non ha nascosto questa sua preoccupazione. Allo stesso modo non è particolarmente tranquillo per la rivolta siriana, perché anche il regime di Bashar El Asad è fattore di equilibrio regionale e non è chiara quale dinamica possa nascere dalla sua eventuale caduta. Una posizione chiaramente espressa dal solito Barak con tutta la sua carica razzista sul “Corriere della sera” del 17 maggio scorso quando afferma che il risultato delle rivolte arabe sarà “nel futuro immediato, il caos. A lungo termine, forse qualcosa di buono… in molti paesi l’esercito è diventato il pilastro della democrazia, perché la società araba non è pronta a una democrazia: non puoi aspettarti che emerga un Havel o un Walesa. E’emozionante che la gente alzi la testa, fra una generazione s’arriverà a un miglioramento. Ma intanto? Arrivano i Fratelli musulmani. O Stati caotici come il Libano”.
Allo stesso tempo i dirigenti israeliani sono infastiditi e preoccupati dalla crescita nel mondo della campagna di “boicottaggio, sanzioni e disinvestimento”, non tanto per il prezzo economico che per il momento non stanno ancora pagando, ma perché raggiunge sempre nuovi settori e riesce a colpire l’immagine israeliana a livello internazionale. Anche per questo la Knesset ha da poco approvato la “Boycott Bill”, legge grazie alla quale saranno sanzionate tutte le persone e le organizzazioni che inviteranno al boicottaggio di Israele e delle sue colonie nei territori palestinesi occupati. In base alla legge Israele potrà chiedere un risarcimento di 50mila shekel (circa 10mila euro) per i danni finanziari provocati dal boicottaggio economico, culturale e accademico e prevede la revoca delle esenzioni dalle tasse e dei benefici legali e economici a tutti quegli individui, gruppi israeliani e istituzioni accademiche e culturali che sostengono il boicottaggio del proprio stato, così come verranno penalizzate le compagnie e società economiche israeliane che decideranno di mettersi al servizio dell’Anp e che accetteranno di lavorare con compagnie palestinese.
Malgrado questa politica israeliana, il presidente Nobel per la pace ha deciso di venire in aiuto del governo israeliano, stigmatizzando la possibilità che la delegazione palestinese proclami l’indipendenza alla prossima assemblea generale delle Nazioni unite, provando a rassicurare i regimi arabi con una proposta di pace obsoleta e senza alcuna possibilità di essere davvero applicata.
Una proposta che prevederebbe la nascita di uno stato palestinese su confini stabiliti “sulla base” della linea dell’armistizio del 1949 (quindi non è l’applicazione della Risoluzione 242), non prevede la chiusura degli insediamenti illegali e rimanda qualsiasi soluzione sui Gerusalemme e sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
La proposta di Obama è un tentativo di rimettersi al centro della politica mediorientale dopo le rivoluzioni tunisina ed egiziana (e l’intervento militare in Libia e Bahrein), evitando la proclamazione dell’indipendenza palestinese e cercando di tendere la mano ai sauditi e ai “nuovi” governanti egiziani.

 

QUALE INDIPENDENZA?


Ma è davvero così pericolosa per Israele la “dichiarazione di indipendenza” palestinese?
Dal punto di vista pratico non cambierà nulla sul terreno. L’obiettivo della dirigenza di Fatah è però quella di guadagnare un maggiore sostegno internazionale che spinga per una ripresa dei negoziati e in qualche modo rimetta l’Anp nel gioco mediorientale, grazie in particolare all’appoggio di egiziani e sauditi, che si sono mostrati interessati a questa mossa. Come riporta l’ottima agenzia Nena News “in un editoriale apparso sul ‘Washington Post’, il principe Turki al-Faisal, che fu capo dei servizi segreti sauditi e ambasciatore negli Stati uniti, ha scritto che ‘è giunto il momento che i palestinesi bypassino gli Stati uniti e Israele, e cerchino l’appoggio diretto della comunità internazionale al loro Stato presso le Nazioni unite’... Egli ha anche detto che ‘…il regno saudita potrebbe usare il suo considerevole potere diplomatico per sostenere i palestinesi nella loro ricerca di un riconoscimento internazionale. I leader americani hanno da tempo definito Israele un alleato ‘indispensabile’. Presto impareranno che ci sono altri attori nella regione – non ultima la piazza araba – che sono ugualmente ‘indispensabili’, se non di più’”.
Con questa mossa l’Anp palestinese cerca di riguadagnare la popolarità sempre più in ribasso tra la sua stessa popolazione, facendo appello all’orgoglio palestinese e alla necessità di battere le resistenze israeliane e statunitensi.
Una politica che non va però oltre la solita ambiguità della dirigenza di Fatah e che non potrà nascondere per molto la totale mancanza di una strategia complessiva di liberazione e di resistenza all’occupazione. Limiti che mostra lo stesso Hamas, su altri piani, non interessato alla dichiarazione di indipendenza ma non intenzionato a boicottarla – sia per non contrastare un possibile consenso popolare che per evitare frizioni con i governi arabi.
Il riavvicinamento – per ora incompiuto – tra Fatah e Hamas avviene anche in seguito alle trasformazioni che si sono aperte nel mondo arabo, oltre che per la fondamentale spinta delle/dei giovani palestinesi e del loro movimento di protesta.
Al momento questo processo unitario si scontra con le opposte volontà: da una parte Hamas vuole arrivare a nuove elezioni con un diverso governo, senza Salam Fayyad e spera che si apra una riforma dell’Olp che finalmente faccia entrare il movimento islamico nelle sue fila; dall’altra parte Fatah vuole un maggiore appoggio alla sua strategia internazionale e chiede una fiducia “in bianco”, cercando maggiori appoggi arabi che renderebbero più difficile la vita ad Hamas.
Anche questo processo è segnato da forti ambiguità, perché la necessaria unità – fortemente richiesta dalle piazze palestinesi – potrebbe rivelarsi solamente un accordo di vertice tra le due forze politiche maggioritarie, lasciando fuori di fatto le altre forze palestinesi (in particolare le sinistre) ma anche il movimento giovanile che chiede una decisa svolta nella politica palestinese – e la rifondazione della rappresentanza dell’intero popolo palestinese.

 

RESISTENZA PALESTINESE


Una svolta necessaria affinché le iniziative palestinesi di resistenza all’occupazione possano avere un quadro “nazionale” e unitario nel quale svilupparsi e possano avere un respiro che renda possibili nuove relazioni tra i diversi settori del popolo palestinese.
Perché in questi mesi diverse sono state le esperienze di una resistenza che sta sempre più assumendo i caratteri dell’iniziativa di massa e non armata – un carattere che rende ancora più preoccupati e feroci i dirigenti israeliani, come dimostra ancora l’intervista di Ehud Barak quando dichiara che “i palestinesi hanno cambiato strategia: basta kamikaze, ora fanno i Gandhi…”..
Questa resistenza è caratterizzata dalla tenace sfida quotidiana degli abitanti di Bi’lin e Ni’lin all’espropriazione e la colonizzazione israeliane sul territorio; dalle manifestazioni delle/dei giovani palestinesi del “movimento 15 marzo”, che spesso sono le/gli stesse/i che danno vita alla campagna Bds e al “Gaza Freedom Movement”; dalle proteste del giorno della Nakba lo scorso maggio, quando migliaia di profughi palestinesi da libano, Giordania e Siria hanno manifestato ai confini dai quali sono stati espulsi nel 1948, così come hanno fatto i rifugiati in Europa e Stati uniti; e ancora il tentativo di “Welcome Palestine” di riportare nei territori palestinesi gli stessi profughi insieme a attivisti della solidarietà internazionale.
Iniziative alle quali Israele ha risposto con fermezza e spesso con stizza – riuscendo a coinvolgere in questa vergognosa risposta (come anche nel caso della Flottilla 2) anche governi europei. Ma questa stessa risposta denota appunto che la vicenda palestinese non è chiusa e che il vento delle rivoluzioni arabe potrà soffiare ancora in Palestina, con il sostegno di una rinnovata solidarietà internazionale.

 

* articolo apparso sul numero 163/164 di Guerre&Pace (www.guerrepace.org) appena uscito.

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