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Sarà un autunno difficile quello iniziato pochi giorni fa. E non certo per il caldo insolito che ci ha riportati a temperature estive, ma per la crisi profonda nella quale stra sprofondando il capitalismo mondiale.

Una crisi, vale la pena ricordarlo, che non può essere, per definizione, catastrofica. Il capitalismo, lo sappiamo bene anche sulla base delle esperienze storiche vissute, non crollerà. Troverà, sempre, una soluzione per riorganizzarsi, per ripartire, per ricominciare un altro giro di quella giostra (apparentemente senza fine) dell’accumulazione capitalista. Capace di modificare modello, dinamiche, forme: ma di confermare in questo modo l’essenziale del dominio del capitale e del suo processo di valorizzazione.

Ma l’uscita di crisi comporterà morti e feriti, in abbondanza. Comporterà morte di quella parte di capitale considerato eccessivo, tale da non permettere una redditività sufficiente a tutto il capitale esistente. E, come in tutte le crisi profonde, una parte importante del capitale verrà abbattuta.

E quando diciamo capitale parliamo, per usare le espressioni coniate dal linguaggio corrente, di quello “monetario”, di quello “aziendale” e di quello “umano”. Il che significa, come già sta avvenendo  da parecchio tempo, la chiusura di interi comparti produttivi e la distruzione di  quelle “capacità produttive” rappresentate dagli esseri umani al lavoro.

La Grecia offre oggi un’immagine drammatica dei risultati di questa guerra sociale che il capitale ha dichiarato ai salariati, nel tentavo di uscire vincitore dalla crisi in atto.

La soppressione di decine e decine  di migliaia di posti di lavoro, la distruzione di parte delle sicurezza sociale, la creazione di ampie sacche di povertà: è questa la ricetta che il governo social-liberale greco sta applicando, agli ordine dei potenti del mondo rappresentati dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea.

Allo stesso tempo la guerra sociale si accompagna con un attacco senza precedenti ai diritti democratici e sociali, alla libertà d’espressione, favorendo l’emergenza di politiche razziste e xenofobe. Un razzismo istituzionale, ormai in tutti i paesi, rappresenta il tentativo più avanzato di accompagnare l’attacco economico e sociale con la creazione di divisioni e contraddizioni in senso alle classi popolari.

Tutto questo non è estraneo al nostro paese. Il solo fatto che il punto di partenza rispetto ad altre situazioni sia più elevato, nulla toglie al fatto che la “guerra sociale” condotta nel nostro paese sia altrettanto rude di quelle condotte altrove.

Basterebbe citare qui due esempi. Il primo è il modo in cui, nello spazio di pochi anni, un’assicurazione sociale come l’Assicurazione Invalidità (AI) viene di fatto svuotata del suo contenuto, con una politica massiccia di riduzione delle prestazioni.

Il secondo è la brutalità con la quale, in questi ultimi mesi, in decine e decine di grandi e prospere aziende siano stati imposti aumenti dell’orario di lavoro senza, di fatto, incontrare alcun ostacolo.

Prendere coscienza della brutalità di questo attacco (e magari, per chi ci tiene, farne anche il punto centrale di una campagna elettorale)

è sicuramente il primo passo necessario per poter sviluppare una risposta adeguata.

Una risposta sul terreno della mobilitazione sociale: la sola che possa dare risposte convincenti e concrete in una prospettiva di una radicale alternativa  alla crisi economica e di civiltà che sta vivendo il mondo capitalista.

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