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Qui di seguito pubblichiamo l’intervento della giovane studentessa e membra dei giovani del MPS Camilla Mina alla manifestazione contro il dumping del 15 ottobre 2011.

Ci si potrebbe chiedere che cosa c’entri una giovane studentessa con una manifestazione contro il dumping salariale e sociale.

Giovani studenti, giovani lavoratori, apprendisti ed apprendiste, tutti infatti, come gli adulti, siamo vittime di una degradazione della vita economica, sociale e culturale che dobbiamo agli sviluppi del capitalismo degli ultimi trent’anni.

Da sempre, noi giovani lavoratori, lavoratrici o futuri lavoratori e lavoratrici, siamo, inoltre, fra le categorie che più subiscono le politiche oppressive del padronato, che vengono poi fatte leggi dai governi.

Ora, con la scusa della crisi (che per noi tra l’altro, c’è da sempre e non ha mai conosciuto tregua), i problemi non hanno fatto che aumentare.

Non per niente siamo definiti come la prima generazione dal dopoguerra che sa di avere meno possibilità rispetto i propri genitori.

La situazione è desolante: ci rendiamo conto che, una volta terminato un apprendistato (durante il quale creiamo profitto tanto quanto dei lavoratori a tutti gli effetti, eppure riceviamo paghe infime, ed una volta terminata la formazione, veniamo magari pure licenziati, per far posto a nuovi apprendisti sottopagati); o una formazione accademica (durante la quale, “grazie” al nuovo sistema di Bologna, veniamo trattati come merci da preconfezionare per il mercato del lavoro, già a partire dal liceo, le condizioni nelle quali studiamo sono fortemente peggiorate, e il 70% di noi è costretto a lavorare per mantenersi durante i propri studi universitari, in alcuni casi pure prima), ciò che ci aspettano saranno molto probabilmente, precarietà o/e disoccupazione.

Precarietà, da una parte materiale, legata ai salari sempre più bassi, ad esempio grazie alle recenti tipologie di contratto, in cui i nuovi assunti guadagnano meno rispetto ai loro colleghi più anziani; e incrementata dalla concorrenza spietata che da sempre si cerca di alimentare in tutti i modi tra i lavoratori.

Ci viene costantemente ricordato che, se non vogliamo accettare le regole imposte, c’è gente maggiormente disposta di noi a lavorare di più per molto meno.

Allora avanti a cercare il capro espiatorio, avanti con il razzismo dilagante, avanti con slogan populisti che non fanno altro che spostare il discorso dai problemi reali, dividerci ed impedirci di lottare insieme per cambiare questa situazione.

Un reddito basso, inoltre, non permette di guadagnare un’indipendenza dalla famiglia (magari pure lei toccata dal dumping, e quindi con la necessità che la figlia o il figlio contribuiscano in qualche modo al bilancio casalingo) e nemmeno basta a soddisfare i bisogni sociali, di svago, cultura e di socializzazione, siccome concerti, cinema, locali pubblici, ecc. hanno spesso prezzi proibitivi per i giovani.

Con ciò ne consegue, dall’altro lato il confronto con la precarietà, l’emarginazione sociale che deriva da questa situazione economica disagiata.

Quando poi un giovane è disoccupato, le pressioni su di lui sono immense.

Oltre alle varie precarietà che deve subire (per un disoccupato ulteriormente marcate), viene pure colpevolizzato continuamente per la situazione nella quale si trova. Ne è prova l’espressione ricorrente “giovane fannullone”.

Ad incrementare la dose, la revisione della LADI dello scorso 1 aprile, che impone, ad esempio, di accettare qualsiasi lavoro, indipendentemente dalla propria formazione, ed indipendentemente dal luogo in cui si stia di casa; nei primi mesi di disoccupazione (stime “rosee” affermano che in media un giovane ci metta almeno nove mesi terminata la propria formazione per trovare lavoro) non ci viene più concesso un centesimo, per di più, coloro che fino a oggi non avevano versato alcuna indennità (perché in formazione) il loro diritto alle indennità percepite passa da 260 a 90, e via dicendo.

Ed ecco trovato il legame tra la lotta contro il dumping salariale e il ruolo dei giovani: molto spesso, proprio per le tensioni sul mercato del lavoro, siamo noi giovani (lavoratori o studenti alla fine degli studi) lo strumento attraverso il quale si organizza il dumping salariale. La nostra voglia di trovare un lavoro, di accumulare quella  benedetta esperienza che tutti poi ci chiedono per assumerci.

In questo quadro generale parecchio demoralizzante per noi giovani donne, il problema è ancora più acuto.

La disparità salariale tra noi ed i nostri colleghi maschi è un fenomeno che ci accompagna da sempre, e, se il dumping non fa che aumentare il problema per l’uomo, lo fa doppiamente per la donna.

Inoltre, le professioni che spesso, per ragioni sociali, siamo disposte ad accettare (perché non è affatto detto che il lavoro che intraprenderemo sarà legato alla formazione ricevuta), sono sempre le meno remunerate e le più insoddisfacenti.

Questi, sono solo alcuni esempi fra i tanti.

La lotta al dumping salariale e sociale appare quindi come un punto cardine, indispensabile per conseguire i nostri obiettivi.

Tutto ciò è inammissibile, il futuro è nostro e noi siamo il futuro!

Non posso concludere questo intervento senza ricordare che in molte città di tutto il mondo  oggi centinaia di migliaia di giovani, donne, lavoratori scendono in piazza, come noi, per esprimere la propria indignazione, in quella che è stata definita la giornata degli indignati. È evidente che lo siamo anche noi!

Indignazione  verso un sistema, come quello capitalista, sempre più inaccettabile e insopportabile.

L’indignazione comincia con  il dire di no! Dire no a questo sistema, inaccettabile e indegno, è la prima forma di protesta, un pre-requisito fondamentale per un reale e radicale cambiamento di società.            

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