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Lo scorso 23 settembre Abu Mazen, a nome dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha depositato in occasione della 66a sessione delle Nazioni Unite, la domanda di riconoscimento dello Stato Palestinese.

 

La domanda, attualmente in fase di esame preliminare, verrà poi sottoposta al voto dell’assemblea. Poche le possibilità di successo visto che alcuni paesi (a cominciare dagli Stati Uniti) hanno già dichiarato la propria intenzione di porre il loro veto.

In questa intervista, Julien Salingue, insegnante e dottorando in scienze politiche, specialista della questione palestinese,  analizza criticamente le ragioni di questa domanda d’adesione. Un vero e proprio non-avvenimento, a suo parere.

Julien Salingue ha appena pubblicato A la recherche de la Palestine, au-delà du mirage d’Oslo (Editions du Cygne).

 

Perché l’Autorità palestinese (ANP) chiede l’adesione di uno Stato di Palestina all’ONU?

 

Essa chiede questo riconoscimento all’ONU perché ha l’impressione che tutto quanto intrapreso fin qui abbia fallito. I negoziati sono a un punto morto da più di 10 anni, e il tentativo di costruire uno Stato “dal basso”, che è stato la linea del governo di Salam Fayyad [Primo ministro dell’ANP dal giugno 2007] è in gran parte fallito.

L’idea che sottendeva questa dottrina originale era questa: malgrado la persistenza dell’occupazione, costruiamo strutture che diventino, de facto, “uno Stato” che la comunità internazionale può in seguito riconoscere come tale. Non è la fine dell’occupazione che permette l’insediamento dello Stato, ma l’insediamento dello Stato che mette fine all’occupazione. Ma uno Stato, nemmeno de facto, non esiste ancora.

Non resta che l’ONU. Questa sconfitta, in effetti, ha fatto nascere il bisogno di un ulteriore passo, che consiste nell’indirizzarsi alle Nazioni Unite per acquisire una legittimità a livello internazionale in quanto rappresentante di uno Stato. Coscienti della virtualità dello Stato palestinese, i responsabili palestinesi hanno l’impressione che questo passo darebbe peso ai loro argomenti.

 

Nei confronti d’Israele?

 

Ciò che motiva questo percorso, è la speranza di potersi porre su un piano di uguaglianza con Israele, nei negoziati da Stato a Stato sotto il patrocinio americano.

 

Ma gli Stati Uniti hanno già annunciato che porranno il loro veto a questo riconoscimento dello Stato palestinese in seno alle Nazioni Unite. Non è un’iniziativa da ultima spiaggia da parte dell’autorità palestinese?

 

Effettivamente è un’iniziativa da ultima spiaggia per un’Autorità palestinese che ha sempre puntato tutto sulla soluzione a due Stati, negoziata sotto il patrocinio degli Stati Uniti. Chiedendo questo riconoscimento, tenta probabilmente di ravvivare una prospettiva che è sempre più contestata in particolare dai palestinesi stessi, a causa della scomparsa delle basi materiali dello Stato con il proseguimento della colonizzazione e l’intransigenza israeliana sulle questioni essenziali. Si osserva anche una deconnessione tra la direzione palestinese, ossessionata dai negoziati, e la popolazione, che cerca di resistere all’occupazione e ai suoi effetti.

 

Possiamo parlare di un fallimento dell’Autorità palestinese?

 

La sua vocazione era di sparire con l’insediamento dello Stato. Salvo che alla fine, lo Stato non è proclamato e non ha alcuna realtà materiale. Il bilancio degli ultimi vent’anni rimette dunque in questione la legittimità e l’esistenza stessa dell’Autorità palestinese, che “gestisce” alcune zone autonome senza avere conquistato una qualsivoglia indipendenza reale.

I dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese vivono fortissime contraddizioni fin dalla firma degli accordi di Oslo, nel 1993-94. Avevano scommesso sulla costruzione dello Stato palestinese nel quadro di un processo negoziato sulla durata con lo Stato d’Israele, sperando di provare che si potesse affidare loro la gestione definitiva dell’insieme dei territori palestinesi. Ma questo progetto è un fallimento.

L’autorità palestinese è stata sconfitta al suo stesso gioco. All’inizio, anch’essa non pensava di andare fino in fondo con la procedura verso le Nazioni Unite. Ho spulciato qualche documento di Wikileaks uscito in questi giorni.  Vi figurano in particolare dichiarazioni di un responsabile palestinese, Saëb Erekat, che garantiva, un anno e mezzo fa, a rappresentanti americani che non sarebbero andati fino in fondo e che si sarebbero fermati al momento in cui i negoziati sarebbero ripresi. Salvo che i negoziati non sono ripresi.

 

Lo Stato palestinese rischia di non essere riconosciuto al termine della procedura relativa alla richiesta.

 

Certo, lo Stato palestinese sarà riconosciuto da una maggioranza molto ampia degli Stati che fanno parte delle Nazioni Unite. Ma non sarà ammesso come membro. Gli Stati Uniti hanno annunciato dall’inizio che non seguiranno la procedura palestinese: opporranno il loro veto. Non c’è alcuna ragione perché questo cambi.

Penso che una parte dell’Autorità palestinese sperasse che i rivolgimenti in corso nella regione costringessero gli Stati Uniti ad essere meno allineati ad Israele. Ma la scommessa era molto azzardata. L’OLP ha fatto la stessa scommessa per più di trent’anni, volendo credere al ruolo di arbitro degli Stati Uniti tra Israele e i Palestinesi. Ora, gli Stati Uniti non possono essere gli arbitri, sono l’allenatore di una delle due squadre. Israele rimane il principale alleato nella regione.

 

L’amministrazione americana tenta di evitare che si arrivi ad un voto a New York?

 

Il veto annunciato dagli Stati Uniti sarà sicuramente vissuto molto male dal mondo arabo. Una posizione che instaura già un disagio in seno all’amministrazione americana. È quindi certo che in questo momento sono in corso discussioni tra gli Stati Uniti e i Palestinesi  per dissuadere questi ultimi dall’andare fino in fondo. In ogni caso, la Palestina non diventerà uno stato membro delle Nazioni Unite.

 

Se lo Stato palestinese non si fa sotto l’egida delle Nazioni Unite o degli Stati Uniti, il patrocinio potrebbe arrivare da altrove, dalla Turchia per esempio?

 

Ma cos’è uno Stato? Ci sono stati che non sono membri delle Nazioni Unite e tuttavia sono degli Stati, come Taiwan o il Kosovo.

Intrattengono relazioni diplomatiche, economiche… con la maggioranza della “comunità internazionale”.

Il principale problema della Palestina è la sovranità, politica e territoriale. Può sempre essere riconosciuta da 191 Stati, ma non è sovrana. Una parte del suo territorio è ancora occupato da Israele, e il fatto di essere uno “Stato” non risolverà la questione dei rifugiati o dei Palestinesi discriminati in Israele.

 

Se la proclamazione di uno Stato non cambia le cose, le rivolte arabe possono avere un impatto sulla vita dei Palestinesi?

 

Ciò che potrebbe effettivamente mettere in movimento qualcosa, sono effettivamente i movimenti sviluppatisi nel mondo arabo, che possono condurre a un isolamento Israele sulla scena regionale. Dato che i popoli arabi hanno la possibilità di fare pressione sui loro governi, la questione palestinese si regionalizza di nuovo e può tornare ad essere una causa araba. Per ora però siamo ancora molto lontani da questa prospettiva.

Ma la mobilitazione degli Egiziani dopo l’attacco di Eliat, lo scorso 18 agosto, ha certamente dissuaso Israele dall’attaccare più duramente la striscia di Gaza. Gli incidenti all’ambasciata d’Egitto al Cairo [9 settembre] sono l’ultimo  indicatore dei cambiamenti in corso: certi regimi arabi non possono più contenere la contestazione.

 

Cosa apporterà questo voto alle Nazioni Unite, per finire?

 

Apporterà la conferma di quel che si sa già da qualche anno: Israele è sempre più isolato sulla scena internazionale. Per questo, né gli Stati Uniti, né Israele vogliono questo voto, che materializzerà, in un dato momento, sotto l’egida delle Nazioni Unite, l’isolamento dello Stato ebraico. Questo voto confermerà un’evoluzione in atto da diversi anni e che si è accelerata dopo il bombardamento di Gaza nel 2008-2009. Ma questo voto non cambierà il rapporto di forza sulla questione della sovranità territoriale e politica dei Palestinesi.  

 

* Questo colloquio di Julien Salingue con la rivista francese L’Express lo scorso 19 settembre è stata pubblicata sul suo blog.

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