Tempo di lettura: 2 minuti

La cosiddetta questione del “franco forte” in realtà ha permesso al padronato di mascherare quello che ormai appare come il dato di fondo: l’economia elvetica, come quella di altri paesi capitalisti, si è avviata ormai da mesi, lentamente ma inesorabilmente, verso una nuova recessione che vede nel 2012 un appuntamento ormai inevitabile.

 

Lo ha confermato in modo esplicito il CREA (l’Istituto di macroeconomia applicata dell’Università di Losanna) che prevede una crescita negativa per il prossimo anno; e persino gli istituti per i quali fornire previsioni ottimistiche è ormai una missione politico-ideologica (KOF, UBS, SECO) sono costretti ad ammettere che le cose nel 2012 potrebbero andare per nulla bene.

Lo stesso KOF (l’istituto di previsione congiunturale del Politecnico di Zurigo) ha dovuto ammettere, negli scorsi giorni, che il suo “barometro” relativo alla situazione occupazione segna brutto e che la situazione sul mercato del lavoro si deteriorerà.  In particolare, ci dice il KOF, le imprese riterrebbero che gli attuali effettivi sono troppo elevati.

Questo ultimo aspetto ci riporta, per l’appunto, alle discussioni ed alle polemiche di questi ultimi mesi sul cosiddetto “franco forte”. Polemica nella quale a noi appariva evidente che le esternazioni padronali sul corso del franco in realtà, salvo casi limitati, altro non erano che un primo passo nella direzione di chiedere sostegno alla imprese in vista dei processi di riorganizzazione e ristrutturazione in fase di accelerazione.

È in questo contesto (poco hanno a vedere in realtà con il corso del cambio) che, ad esempio, vanno viste le prime importanti misure prese, nel quadro degli accordi contrattuali che lo permettono, per prolungare gli orari di lavoro in importanti imprese industriali (Lonza, Franke, Teva, Agie, ecc).

Pure in questa prospettiva si devono inquadrare le decisioni prese da Novartis e da altre imprese (sempre a Basilea va ricordata la soppressione di posti di lavoro alla Huntsman) di passare direttamente alla soppressione di centinaia e centinaia di posti di lavoro.

Inutile ricordare i profitti di queste imprese, inutile ricordare come questi profitti siano frutto del lavoro di quei lavoratori e di quelle lavoratrici che oggi  si decide di lasciare a casa: tutto questo ha a che fare con il buon senso e con la logica e non come il livello del ragionamento di Novartis e compari, lo sviluppo della massima competitività tra siti produttivi nella prospettiva della migliore e più elevata redditività del capitale.

Per questo deve essere abbandonata la logica dei piani sociali o delle trattative “per evitare il peggio” come è sempre stato, nella pratica sindacale, in questi ultimi anni.

A Basilea la scorsa settimana è stata organizzata una manifestazione alla quale hanno partecipato un migliaio di persone. Non è molto, ma può essere un buon punto di partenza. A condizione  che adesso si lavori in una sola e unica prospettiva: opporsi con chiarezza ai licenziamenti. A Basilea, come a Nyon dove Novartis vuole addirittura chiudere la fabbrica.

A Nyon la prospettiva deve essere quella di impedire la chiusura o un suo ridimensionamento. No ai licenziamenti deve essere l’unica rivendicazione attorno alla quale preparare la mobilitazione dei lavoratori e della popolazione. Mai come oggi l’esempio delle Officine di Bellinzona è stato di così grande attualità.

Solo cominciando a resistere in questa prospettiva, si potrà evitare che la prossima recessione, come quella di due anni fa, ricada totalmente sulle spalle dei salariati.

Print Friendly, PDF & Email