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Pubblichiamo qui di seguito l’editoriale di Solidarietà nro 22 del 1° dicembre 2011 .

 

La discussione sull’introduzione di una cosiddetta “patrimoniale”, cioè di un’imposta sulla sostanza, in particolare su quelle più elevate, è ormai diventata d’attualità in molti paesi europei. Certo i governi che ne discutono sono con l’acqua alla gola (Italia, Francia,…) e chiamare alla cassa chi detiene grandi patrimoni, seppur in forma attenuata, rappresenta una vera e propria misura di emergenza, quasi di disperazione.

Un altro aspetto di questa discussione ha sicuramente una valenza ideologica. Una parte di coloro che la propongono (rappresentanti del grande padronato, miliardari, banchieri) comprendono che essa deve, soprattutto, servire a calmare i salariati. È, diciamo così, una piccola contropartita che le classi dominanti devono pagare per poter giustificare una “simmetria” dei sacrifici e aver così via libera nei loro programma di austerità.

Ma al di là di tutto questo è evidente che tutti si rendono conto che, proprio grazie ai meccanismi che hanno tra l’altro portato alla crisi, la distribuzione della ricchezza ha continuato a svilupparsi a favore di una piccola minoranza (quell’1% di cui parlano i militanti di Occupy Wall Street) e a scapito della stragrande maggioranza della popolazione che non può contare, per vivere, che su salario e pensione. Non certo su rendite finanziarie o sul reddito della proprietà.

Nel nostro paese il problema si pone in modo analogo. La concentrazione della ricchezza è uno dei fenomeni più macroscopici ai quali assistiamo. Le recenti statistiche federali sulla ricchezza (relative al 2008) lo confermano. Persino il Dipartimento federale delle finanze, nel suo commento sulle statistiche e nel raffronto internazionale, è costretto ad ammettere che ” La Svizzera presenta…una ripartizione della ricchezza tra le più ineguali al mondo”.

Le cose non vanno meglio per quel che riguarda il nostro cantone. Anzi, nelle statistiche appena pubblicate, il Ticino è uno  dei pochi cantoni che segnala un aumento complessivo della ricchezza (i patrimoni complessivi sarebbero passati da 42,6 a 45,1 miliardi di franchi). E la distribuzione al suo interno continua ad essere fortemente ineguale, segnalando, tra l’altro, l’aumento della percentuale di super-ricchi (quelli con un patrimonio netto superiore ai 10 milioni di franchi) che oggi possiedono  circa il 19% di tutto il patrimonio cantonale. E sono solo 283 persone, pari allo 0,12% di tutti i contribuenti. La cui maggioranza (il 60%) possiede un patrimonio inferiore ai 50 mila franchi. Mentre coloro che hanno un patrimonio superiore ai 500 mila franchi sono in totale il 7% della popolazione ma cumulano quasi il 70% di tutta la ricchezza.

Ed allora le conclusioni politiche non possono che essere evidenti. I soldi ci sono e più che mai, per rispondere alla crisi sociale che viviamo, per dare risposta adeguate ai bisogni della popolazione, appare necessario chiamare alla cassa chi ha accumulato un’enorme ricchezza.

Bisogna quindi smetterla di inchinarsi alla situazione delle finanze, alla mancanza di mezzi adeguati per rispondere ai bisogno ed ai problemi sempre più impellenti che investono il paese. È evidente che vi sono ampi spazi per trovare risorse. E per cominciare a modificare uno stato di cose che fa del nostro paese uno dei più iniqui al mondo.

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