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Non c’è pace per i lavoratori dell’Officina. Così come non c’è ormai da qualche anno per altri lavoratori e lavoratrici di altri settori. La differenza sta nella risoluta opposizione che, ormai da oltre tre anni, i lavoratori delle Officine conducono contro la politica delle FFS.

Cargo, viaggiatori, infrastruttura: è sempre FFS.

 

La dinamica degli avvenimenti , le dichiarazioni, le proposte dei diversi attori non devono trarre in inganno: la partita si gioca nei confronti delle FFS, della sua direzione, del suo consiglio di amministrazione capitanato da Ulrich Gigy che “tanto ha fatto” come capo della Posta. Ora le stesse ricette tendono ad essere imposte alle FFS.

Perciò se è vero che a sferrare il colpo (diminuendo in modo assurdo l’offerta di lavoro) è Cargo SA, altrettanto vero che sulle decisioni di Cargo, sulla sua strategia, sulle sue prospettive domina il consiglio di amministrazione delle FFS. È quindi con le FFS e con il potere politico che ne rappresenta la proprietà che va condotto il confronto.

 

No alla soppressione di posti di lavoro

 

Questa esigenza deve essere la bussola nel prossimo periodo. I tentativi in atto sono chiari: cercare di convincere i lavoratori, in particolare quelli fissi, a “risolvere” la questione della flessione dell’offerta di manutenzione scaricando il sacrificio sull’anello più debole della catena, a cominciare dai lavoratori interinali. Ma chi conosce la struttura produttiva dell’Officina capisce immediatamente che una diminuzione occupazionale in alcuni settori avrebbe automaticamente conseguenze in altri settori, dando così inizio ad una spirale senza fine.

Questa rivendicazione parte poi anche dalla necessità di mantenere unito il fronte dei lavoratori. È stata questa unità, da sempre difesa, la chiave di volta di tutti i successi  ottenuti in questi ultimi anni a difesa dei posti di lavoro, della continuità produttiva dell’Officina, dell’elaborazione di progetti di sviluppo come quello relativo al centro di competenze nel settore dei trasporti.

 

Costruire una mobilitazione dentro e fuori l’Officina

 

Anche su questo terreno appare necessario imboccare, in modo risoluto, la via della mobilitazione. Non solo la esperienza passata, ma altre esperienze (in negativo) hanno dimostrato che senza lotta, senza mobilitazione, è praticamente impossibile far recedere il padronato (“pubblico” o “privato”) dalle sue intenzioni. L’ecatombe di posti di lavoro in molte realtà industriali nazionali in questi ultimi mesi ha dimostrato i limiti di qualsiasi strategia fondata sull’assenza di reali mobilitazioni sui posti di lavoro.

Ma accanto alla mobilitazione interna è urgente rilanciare la mobilitazione pubblica, che coinvolga i cittadini e le cittadine, nonché l’autorità pubblica. In un contesto economico e sociale caratterizzato da segnali sempre più inquietanti di un rallentamento recessivo dell’economia, la difesa dei posti di lavoro alla Officina di Bellinzona deve rientrare in una strategia più complessiva di difesa dell’occupazione. Una battaglia che è solo agli inizi.

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