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Nel 2011 i dibattiti attorno al fenomeno del dumping salariale, ovvero la pressione al ribasso dei salari, si sono moltiplicati. Pure coloro che hanno sostenuto a spada tratta gli accordi bilaterali, sostenendo che le misure di accompagnamento (sic!) fossero sufficienti, sono costretti ad ammetera la portata del problema. Il 2012 purtroppo, iniziato sotto lo spettro della recessione, non potrà che confermare questo fenomeno (Red.)

 

Forse mai, come nell’anno appena terminato, si è fatta strada nella coscienza popolare l’idea che nel nostro paese (e intendiamo tutto il paese, non solo le cosiddette “regioni di frontiera”, dato che la Svizzera tutta è una zona “di frontiera”) si stia realizzando una pressione dei salari verso il basso (il cosiddetto dumping salariale).

Ufficialmente non c’è…ma tutti mostrano preoccupazione

Assistiamo ad un fenomeno molto strano. Da un lato numerosi rapporti ufficiali (pensiamo innanzitutto a quelli redatti dagli organismi governativi come il Segretario all’economia SECO) continua a raccontarci che gli accordi bilaterali e la libera circolazione hanno avuto sostanzialmente effetti positivi e che fenomeni di dumping salariale sono da considerare tutto sommato marginali (al massimo riguarderebbero alcune regioni “di frontiera”). Sulla stessa lunghezza d’onda si sono pronunciati, a più riprese, padronato e Consiglio Federale.
Eppure, negli ultimi mesi, le reazioni di preoccupazione di fronte al fenomeno sono diventate assai diffuse. Persino la commissione nazionale della gestione ha stilato un rapporto nel quale si afferma in modo netto che il governo non ha vigilato in modo efficace affinché le misure di accompagnamento venissero dappertutto ed in modo serio messe in pratica.
Ma anche singoli parlamentari, nonché parlamenti e governi cantonali, hanno a più riprese tematizzato la questione, mostrando preoccupazione per un fenomeno che appare sempre più diffuso. Ma, al di là della preoccupazione pubblica non si è andati. E la ragioni appaiono più che evidenti: per la stragrande maggioranza della classe politica si tratta di esprimere “preoccupazione” per le conseguenze di scelte politiche che vengono comunque considerate giuste e positive (gli accordi bilaterali e la conseguente liberalizzazione del mercato del lavoro). Non si farebbe quindi nulla che, in qualche modo, potesse rappresentare un passo indietro.

Sindacati e PSS, far finta di niente

Naturalmente a doversi porre qualche interrogativo di fondo, una volta ammesso essere il dumping salariale un problema importante ed urgente, sono coloro che hanno sostenuto gli accordi bilaterali ritenendo che le misure di accompagnamento (delle quali hanno rivendicato la paternità – quelle misure sarebbero frutto della loro azione politica) avrebbero protetto i salariati attivi in Svizzera dal dumping salariale e sociale.
Ora tutto questo si è rivelato sbagliato e le misure di accompagnamento si sono rivelate un vero e proprio flop. Sbagliata quindi, al limite dell’irresponsabilità, la strategia messa in atto attraverso il sostegno ai bilaterali grazie alla presenza delle cosiddette misure di accompagnamento.
Il risultato non si è fatto attendere. Non solo le misure di accompagnamento si sono rivelate un fallimento semplicemente perché inadeguate rispetto alla realtà e quindi non operative; ma anche in quei settori nei quali l’alleanza con il padronato aveva sancito il sostegno agli accordi bilaterali, l’offensiva padronale non ha smesso di rimettere in discussione quegli accordi, preferendo di fatto la via del dumping. Non ci sorprende infatti che oggi, ad esempio, il settore dell’edilizia si trovi senza contratto collettivi di lavoro e che i sindacati del settore, che avevano fatto campagna con il padronato – forti degli accordi di settore – a favore degli accordi bilaterali, si trovino oggi a rivendicare, nel quadro delle trattative contrattuali attualmente arenate, misure efficaci contro il dumping salariale nel settore dell’edilizia.
Ma i protagonisti di questa strategia preferiscono glissare sulla questioni di fondo, facendo finta che non sia successo nulla e “dimenticando” il loro ruolo attivo nella costruzione di questa difficile situazione.

Le nuove misure: da un flop all’altro

La ragione per la quale le misure di accompagnamento non hanno potuto impedire l’avviarsi e lo svilupparsi di ampi fenomeni di dumping salariale e sociale è essenzialmente legata alla loro concezione. Esse hanno messo al centro il sistema contrattuale, con l’idea di rafforzarlo attraverso delle misure in grado di estenderne al portata e di rafforzare il controllo della loro applicazione. In realtà era la premessa ad essere assolutamente sbagliata, vista l’estrema debolezza del sistema contrattuale vigente in questo paese e, più in generale, del diritto del lavoro (di fatto assente). Così, ad esempio, tutte le misure tese a facilitare l’estensione dei contratti collettivi di lavoro, in particolare attraverso la facilitazione della loro dichiarazione di obbligatorietà generale, si sono rivelate inutili: di fatto queste misure non hanno permesso di decretare di obbligatorietà generale alcun nuovo contratto collettivo di lavoro, né hanno facilitato le cose con quelli già in vigore.
Ancora, sempre su questo terreno, le misure tese a favorire la stipulazione di contratti normali di lavoro (con salari minimi e orari obbligatori per tutti) nei settori e nelle regioni nelle quali si fossero manifestate situazioni di dumping salariale. Ma anche qui, da quanto esistono queste misure (e sono ormai sette anni) , sono stati decretati, in tutta la Svizzera, solo 5 contratti normali di lavoro, coinvolgendo le condizioni salariali di poche migliaia di lavoratori.
Invece di riconoscere il fallimento di questa strategia e di queste misure, ecco che arrivano (la procedura di consultazione è terminata con la fine dell’anno appena trascorso) le correzioni che dovrebbero rafforzare le misure di accompagnamento. Correzioni che non sono che dei semplici palliativi. Esse apportano delle minime correzioni ai contratti normali appena citati (in realtà non modificano il meccanismi, ma si limitano a prevedere delle sanzioni nel caso di mancata applicazione) e rendono più trasparenti i meccanismi di controllo del lavoro dei cosiddetti “indipendenti” (dovranno presentare maggiore documentazione che attesti il loro statuto).
Tutti, da destra a sinistra con la eccezione dell’UDC, plaudono a queste misure, prendendo sul serio le fallaci promesse del governo di volere con la loro messa in vigore dare un colpo decisivo al dumping salariale. Tra qualche mese saremo di nuovo al punto di partenza.

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