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Con il nuovo anno il nostro giornale Solidarietà ha cambiato veste grafica. Un taglio grafico più sobrio che speriamo possa giovare la lettura dei nostri contributi. Qui di seguito vi proponiamo il primo editoriale dell’anno e vi ricordiamo la possibilità di potersi abbonare al nostro quindicinale contattandoci direttamente dal nostro sito (Red.)

 

Dopo l’annuncio relativo alla Francia, ecco quello relativo alla Germania: entrambi i maggiori paesi europei, stando alle stime della maggior parte degli economisti, sono da considerarsi ormai entrati in una fase di recessione. Non fa meglio il nostro paese per il quale si annuncia una prospettiva assai simile, magari presentandola – come hanno fatto di recente gli esperti del SECO – sotto le spoglie di due “trimestri difficili”.

La realtà, che tocca tutta l’Europa capitalista – e non solo quella – è che ormai da tempo si sono esauriti gli incentivi di vario genere – ma soprattutto di carattere finanziario – che avevano fatto “ripartire” un po’ la baracca dopo la crisi finanziaria del 2008 e la conseguente crisi economica che si era installata un po’ in tutti i paesi. Basti pensare, per non prendere che un solo settore – importante a livello europeo – al ruolo giocato dagli incentivi nel settore automobilistico; incentivi che, per diversi mesi, hanno permesso di nascondere quella che altro non è che una crisi di sovrapproduzione.

Ma ad accelerare lo sviluppo economico verso esiti recessivi sono soprattutto le politiche adottate in questi ultimi mesi, in queste ultime settimane, da quasi tutti i paesi europei. Per rispondere alla crisi del sistema bancario (da cui nasce quella del cosiddetto “debito sovrano”) i governi europei hanno deciso di lanciare una vera e propria guerra sociale contro i salariati, i loro diritti economici e sociali.

Dall’Italia alla Francia, dalla Grecia alla Germania, dalla Spagna al Portogallo, i programmi di austerità sono lanciati sotto il controllo ormai quasi diretto della Commissione europea che, sulla base delle decisioni dell’ultimo vertice, veglierà affinché la cosiddetta “regola d’ora” del pareggio di bilancio (il nostro “freno all’indebitamento”:anche qui siamo da tempo i primi della classe in perfetta sintonia con il peggio delle politiche dell’Unione europea…). Alla cassa, come detto i salariati, che subiscono sulla loro pelle programmi di austerità per risanare bilanci sui cui squilibri essi non hanno alcuna responsabilità.

E la Svizzera in tutto questo? Essa è partecipe di queste politiche. Non solo perché alcune sono state adottate da tempo (pensiamo, lo abbiamo già ricordata, alla politica del freno all’indebitamento), ma perché, seppur in condizioni diverse per quel che riguarda la situazione dei conti pubblici, gli orientamenti di fondo sono gli stessi.

Così il nostro paese vede degradarsi condizioni di vita di un numero sempre più grande di salariati senza che vengano intraprese misure per contrastarlo; anzi, nuovi tagli e nuove misure di risparmio si prospettano all’orizzonte. Basti qui pensare alle prospettive di riforma del secondo pilastro (che vanno da una diminuzione ulteriore delle rendite, ad una individualizzazione di tutto il sistema), a quella dell’assicurazione invalidità, ai processi di privatizzazione in quel che resta del settore pubblico.

È in questo contesto che la recessione ormai iniziata rischia di fare molto male, di approfondire la sofferenza dei salariati nell’ambito di una crisi sociale complessiva sempre più profonda.

Di fronte a tutto questo appare urgente riflettere su due aspetti. Il primo è quello di una comprensione della crisi, delle sue dinamiche e delle prospettive: una bussola necessaria per qualsiasi orientamento e azione politica all’altezza della situazione. Il secondo è quello di un’azione tesa a sviluppare, laddove è possibile, forme di resistenza alla crisi e alle sue conseguenze economiche e sociali. Resistenze che, per essere tali, devono cercare di svilupparsi nell’ambito del tessuto sociale concreto.

 

 

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