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Come si ricorderà più di 6 anni fa si votò sull’utilizzazione della  parte di utili proveniente dalla vendita dell’ora della Banca Nazionale spettante al Ticino. Si scontrarono allora due visioni: quella di coloro che volevano utilizzare quella somma (più di 500 milioni) per progetti tesi a rispondere alla crisi sociale che già si manifestava e chi invece volle destinare una parte cospicua di quella somma al risanamento dei bilanci. A sostenere la prima tesi vi furono, anche se con logiche diverse, l’MPS e la Lega dei Ticinesi; a sostenere l’altra posizione vi furono tutte le altre forze politiche.

 

Alla fine, grazie ad ingenti sforzi e alcune frottole, una maggioranza degli elettori diede fiducia al governo ed ai suoi sostenitori. Una fiducia “condizionata” anche alle garanzie richiamate fornite attraverso la messa a disposizione di una parte di quei proventi per sostenere progetti di sviluppo economico e sostegno sociale.

Con ritardo, solo un anno dopo, nel 2006, giunse sui banchi del Gran consiglio la proposta di utilizzo di una piccola parte dei proventi della BNS: un credito quadro di 78 milioni suddiviso su quattro anni.

57 milioni furono destinati ad investimenti: fondo di capitale a rischio per le PMI in ambito d’innovazione e investimenti,  auto imprenditorialità, progetti regionali, energie rinnovabili, ecc.

21 milioni dovevano invece andare al sostegno sociale: fondamentalmente incentivi finanziari ad aziende ed enti pubblici in caso d’assunzione di persone in assistenza, principalmente giovani e lavoratori con più di 55 anni.

Dopo diversi anni questa ultima parte di credito è ben lungi dall’essere stata utilizzata: una ulteriore dimostrazione di quanto poco incisiva sia la volontà della maggioranza che guida questo cantone a prendere misure atte ad affrontare la crisi economica e sociale.

Così, nei giorni scorsi il Parlamento cantonale si è trovato a dover discutere, dopo 6 anni, le misure legate a quei 21 milioni o meglio quanto ancora non è stato speso.

Nel relativo messaggio del 2006, il Consiglio di Stato pose anche dei precisi obiettivi numerici in merito ai benefici che questi investimenti avrebbero dovuto garantire. A quel momento, siamo nel 2007, vi erano circa 1000 beneficiari di prestazioni d’assistenza tra i 18 ed i 64 anni non ammalati, non occupati nella cura dei figli e non in formazione. Di essi 450 con età inferiore ai 30 anni, 500 con età superiore ai 55 anni.

Il credito di 21 milioni e le sue relative misure avrebbe dovuto garantire l’integrazione nel mondo del lavoro e dunque l’uscita dall’assistenza pubblica, ogni anno (dal 2008 al 2011) di 50 beneficiari con meno di 30 anni e 100 con più di 55 anni. Questi erano gli obiettivi posti.

 

Risultati deludenti

 

Il Consiglio di Stato, nell’allestimento del messaggio e sapendo come stava la situazione, si è guardato bene di allestire una tabella semplice semplice, che confrontasse gli obiettivi con i risultati raggiunti.

Alfine di confondere le carte si è limitato ad indicare il totale di tutte le persone che hanno partecipato alle misure sull’arco dei quattro anni.

E’ altresì interessante e significativo  che la commissione della gestione non abbia ritenuto necessario approfondire il tema dei risultati ottenuti.

Orbene, un semplice confronto tra i dati contenuti nel messaggio del 2007, riguardante il credito di 21 milioni ed i dati del messaggio oggi in discussione permette di affermare che queste misure sono stati un vero e proprio fiasco:

in media solo 10 beneficiari di prestazioni d’assistenza con meno di 30 anni hanno partecipato a delle misure ed in media solo 5 sono stati poi assunti. L’obiettivo era di 50. In media solo 20 beneficiari di prestazioni d’assistenza con più di 55 anni hanno partecipato a delle misure ed in media solo 4 sono stati assunti. L’obiettivo era 100

Un’ulteriore conferma del fallimento di queste misure ci viene dai dati finanziari. Al 31 dicembre 2011 dei 21 milioni stanziati oltre quattro anni fa ben 12 milioni rimangono ancora in cassa. Nel frattempo la situazione occupazionale è drasticamente peggiorata ed il numero di coloro che si ritrovano in una situazione d’assistenza è notevolmente aumentato.

 

Perché di questo fallimento?

 

In  primo luogo vi è la filosofia che da sempre muove l’azione dello stato in materia di sostegno all’occupazione, l’idea cioè che attraverso incentivi finanziari alle aziende (sui salari, sugli oneri sociali, ecc) sia  possibile promuovere l’occupazione. Un filosofia che ha mostrato chiaramente i propri limiti. Forse sarebbe ora di proporre altro e soprattutto proporre del lavoro, decente e dignitoso a chi né è stato privato. Invece no, oggi ci troviamo sotto il naso delle proposte che perpetuano questa logica.

Se l’economia privata ha le sue grandi responsabilità in materia di disoccupazione l’ente pubblico  ha un’altrettanto grande responsabilità. Tra le diverse misure approvate nel 2006 ve ne era una indirizzata specificatamente verso l’ente pubblico:  programmi occupazionali dalla durata di 18 mesi indirizzati a persone con più di 55 anni. Orbene questa misura è tra quelle meno utilizzate. 20 partecipanti all’anno. Solo 2 persone all’anno sono state assunte definitivamente al termine del programma.

Si tratterebbe inoltre di far un bilancio più generale delle politiche per l’occupazione promosse dal ceto politico in questi anni. Sfido ognuno di voi a citarmi 5 situazioni in cui, grazie alle vostre decisioni politiche, si è potuto salvare o promuovere la creazione di posti di lavoro degni di questo nome nel corso degli ultimi anni.

 

La nuova strategia: dagli all’assistito!

 

Di fatto l’unica novità di rilievo di questa nuova strategia sta nel fatto che il governo e la commissione di gestione fanno proprie le proposte leghiste di introdurre delle misure di repressione nei confronti dei disoccupati in assistenza. Alla faccia dei proclami e delle presunte crociate anti-leghiste annunciate nelle ultime settimane dai dirigenti del ex partitone e del partito socialista. Nei fatti la Lega detta i tempi ed i contenuti della politica e gli altri partiti la rincorrono.

Ma torniamo alla nuova strategia. Di fatto la gestione dei disoccupati in assistenza verrebbe demandata agli uffici regionali di collocamento e si introdurrebbero sanzioni di tipo finanziario, confrontando i disoccupati ai loro obblighi d’impegnarsi per uscire al più presto dalla situazione d’assistenza. Tradotto dal politichese: i disoccupati e, ancora di più, i disoccupati in assistenza sarebbero dei lazzaroni e dovrebbero quindi essere costretti ad accettare qualsiasi tipo di occupazione anche se sfruttati; un rifiuto farebbe scattare una punizione, in particolare attraverso il blocco delle prestazioni.

Forse ci si dimentica che in questo cantone vi sono oltre 10’000 persone alla ricerca di lavoro. Grazie alla liberalizzazione del mercato del lavoro (deciso dai vostri partiti) oggi vi è una fortissima pressione sull’occupazione da parte della manodopera frontaliera e le aziende stanno preparando un’ulteriore ondata di licenziamenti.

 

Se fino ad ora, malgrado una drastica riduzione dei diritti e delle prestazioni contenute nella legge disoccupazione, gli uffici regionali di collocamento non riescono a collocare personale super qualificato come è possibile che si possano collocare dei disoccupati di lunga durata?

 

È sulla base di queste considerazioni che Matteo Pronzini (deputato MPS) non ha votato il messaggio sulla strategia interdipartimentale per l’inserimento di disoccupati in assistenza e la riallocazione del credito residuo del programma Oro BNS, presentando al contempo proposte di emendamento alternative al decreto legislativo. Proposte che vogliono andare nella direzione di una nuova politica basata non sulla repressione o l’utilizzo della disoccupazione per peggiorare le già penose condizioni di lavoro dei salariati di questo cantone ma sulla creazione di lavoro.

Le sue proposte hanno trovato il consenso di Verdi e sindacalisti cristiano-sociali. Il PS, anche su questo tema, ha mostrato chiaramente il suo sempre più moderato orientamento.

 

* questo articolo si ispira ampiamente, riprendendone alcune parti, all’intervento di Matteo Pronzini in Gran Consiglio di martedì scorso.

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