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Sabato 18 febbraio, la Regione ha pubblicato un articolo nel quale si decantavano le lodi del nuovo contratto collettivo di lavoro per il personale a prestito,cioè quello collocato dalle agenzie di lavoro temporaneo (alcune migliaia di lavoratori e lavoratrici nel nostro cantone, pari al 5% di tutti gli occupati).

L’articolo terminava con queste considerazioni: “Questo contratto mette comunque un argine al rischio di dumping salariale e sociale e costituisce un ulteriore rafforzamento delle misure di accompagnamento alla libera circolazione”.

A me pare che le cose stiano in modo del tutto diverso e vorrei spiegare, brevemente, perché.

Cominciamo da quello che dovrebbe rappresentare l'”argine” contro il dumping salariale, e cioè i salari fissati in questo contratto e diventati di obbligatorietà generale (ricordiamo che questo contratto vale per quei lavoratori che lavorano in settori dove non vigono contratti di categoria decretati di obbligatorietà generale).

In Ticino il salario minimo per un lavoratore non qualificato è fissato a Fr. 14.81 l’ora, cioè 2’700 franchi al mese (per 13 mesi). In altre parole 35’000 franchi all’anno. Se si tratta di un lavoratore qualificato potrà contare su un salario di fr. 19.75 l’ora, cioè poco più di 3’500 franchi al mese (per 13 mesi). Non c’è che dire: proprio un bell’argine contro il dumping!

Un piccolo particolare: il contratto considerata “qualificato” chi ha ottenuto un certificato federale di capacità professionale (CFC), non qualificati tutti gli altri. Il che significa, in un cantone con una forte componente di manodopera che non può vantare un CFC (pensiamo alla manodopera frontaliera, ma non solo) e nell’ambito di un’attività – come quella delle agenzia di lavoro temporaneo – che spesso “piazzano” lavoratori al di fuori del loro settore di formazione, che il salario di 2’700 franchi diventerà il punto di riferimento concreto per i salari di queste agenzie.

Alla luce di queste considerazioni mi pare assolutamente evidente che questa regolamentazione non solo non rappresenti un argine contro il dumping salariale, ma, al pari di altre regolamentazioni adottate in materia salariale in questi ultimi periodi, rischia di favorire ed incoraggiare il dumping salariale, contribuendo in modo importante a spingere i livelli salariali verso il basso.

Pensiamo, ad esempio, a quale effetto possa avere nel settore impiegatizio, in quello della vendita, nei settori dell’industria: tutti settori nei quali non vigono salari minimi, né tantomeno contratti collettivi che prevedano salari minimi e che siano stati decretati di obbligatorietà generale.

La tendenza sarà quella di considerare questi livelli salariali (tra i 2’700 e i 3’500 franchi) come i livelli di base attorno ai quali organizzare tutto il sistema salariale. E tutto questo, purtroppo, nella più assoluta legalità visto che questi salari sono ormai legali.

Lo ripeto: questo tipo di accordi contribuiscono all’affermarsi del dumping salariale e sociale, specialmente in un cantone come il nostro, dimostrando, ancora una volta, che non basta stipulare dei contratti collettivi per dare un reale contributo alla lotta contro il dumping. Ad essere decisivi sono i contenuti salariali e sociali di questi contratti che, invece, molto spesso sono utili solo agli interessi di chi li conclude e dannosi agli interessi di coloro a nome dei quali vengono conclusi.

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