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Pubblichiamo qui di seguito l’editoriale dell’ultimo numero di Solidarietà (3/2012, 9 febbraio 2012).

 

Da ormai più di un anno la lotta contro il regime di Bachar el-Assad  è andata via via sviluppandosi e rafforzandosi.  Uno sviluppo  sia dal punto di vista della dimensione territoriale che da quella sociale. Gli avvenimenti degli ultimi giorni, che vedono ormai la lotta installarsi al centro di importanti città, sono il risultato di una dislocazione dalle regioni periferiche verso il centro. Un movimento che si è accompagnato con uno sviluppo della dimensione sociale della lotta che si è ormai estesa a tutti i settori della società, radicandosi nel cuore della stessa società siriana.

È questo duplice sviluppo e radicamento che spiega la persistenza e la continuità di una mobilitazione martoriata da una repressione che negli ultimi giorni ha assunto dimensioni senza precedenti. Senza una presenza capillare e diffusa nella società questa continuità sarebbe stata impensabile.

Le torture subite, le violenze, i massacri hanno rafforzato la capacità di resistenza della popolazione la quale ha ormai capito che la dinamica nella quale è entrato il regime non lascia spazio ad una soluzione diversa e “negoziata” e che Bachar el-Assad ed i suoi sostenitori se ne debbono andare.

In questa prospettiva, l’atteggiamento della comunità internazionale è qualcosa di assai rivoltante. Il suo cinismo è veramente senza limiti. I media continuano i loro assurdi discorsi sui diversi progetti di risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU, bloccato a turno dalla Russia dell’ex agente del KGB Putin e della Cina (guida dal “Partito comunista” al quale sono sistematicamente presentate richieste d’aiuto per le economie occidentali in difficoltà!). E numerosi sono i governi (compreso quello svizzero) che versano lacrime di coccodrillo sul “povero popolo siriano” e denunciano il “crudele desposta” dopo averlo ricevuto in pompa magna o averne apprezzato il ruolo nella regione, considerandolo per anni il male minore.

D’altronde, a cominciare dagli Stati Uniti, regna grande incertezza tra i maggiori paesi su come intervenire in Siria, che non è certo la Libia ed è al centro di una fitta rete di interessi politici e strategici che essa stessa muove. Le incertezze in seno all’ONU e la presa di tempo non sono poi una così brutta cosa per tutti, a cominciare dagli stessi Stati Uniti.

Quanto alle prospettive, anche qui l’incertezza è totale. Non vi sono dubbi che tra le opposizioni politiche interne ed esterne un ruolo importante sia svolto da forze tutto sommato conservatrici, filo occidentali che si oppongono a Bachar el-Assad  ma che non vogliono un cambiamento radicale dei rapporti sociali. In questa linea si muove, ad esempio, il Consiglio Nazionale Siriano dominato dai Fratelli mussulmani.

Ma oltre a queste opposizioni, vi sono strutture presenti nella lotta quotidiana, forme di autorganizzazione che godono di un reale prestigio nella popolazione. Dal loro sviluppo, dalla loro capacità di costruire un’opposizione politica complessiva dipenderanno i destini della rivoluzione siriana.

Quel che appare chiaro è che oramai siamo arrivati ad un punto di non ritorno per Bachar el-Assad  e il suo regime. Ma affinché questa situazione non si prolunghi eccessivamente, costando sofferenza al popolo siriano, è necessario moltiplicare la nostra solidarietà, schierandoci a fianco del popolo in lotta, in una prospettiva internazionalista fondata sulla solidarietà totale e incondizionata.

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