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Il Partito dei lavoratori (PT) ha festeggiato 32 anni il 10 febbraio 2012. Quel giorno, nel 1980, al Colegio Bossa Senhora de Sion a São Paulo, il movimento a favore del PT raggiungeva il suo obiettivo: quello di rispondere alle esigenze imposte dal regime militare per la creazione di un partito politico.

Questo movimento riuniva allora i segmenti più diversi della società: salariati, studenti, intellettuali, comunità ecclesiastiche di base, leader combattivi del movimento sindacale e militanti provenienti da diverse organizzazioni di sinistra (organizzazioni ancora clandestine, a causa della dittatura militare, che si prolunga fino al 1985, data nella quale ha luogo l’elezione di Tancredo Neves).

 

Nel momento più simbolico di questa serata storica, Apolônio de Carvalho [1912-2005: figura emblematica del Partito comunista brasiliano], Mário Pedrosa [1900-1981: uomo di lettere e giornalista] e Sergio Buarque de Hollanda [1902-1982: storico di fama e giornalista] sono entrati tenendosi abbracciati nella sala in cui si svolgeva la riunione di fondazione ufficiale del PT. Questi uomini rappresentavano decenni di militanza politica e intellettuale in favore dei lavoratori e rinnovavano le speranze e le attese dei Brasiliani che volevano scommettere sulla creazione di uno strumento di lotta importante per l’emancipazione del nostro paese e del nostro popolo.

 

Da quella data, parecchie cose sono cambiate, in Brasile e anche in seno al PT.

 

Nel corso del decennio 1980-1990, il PT si è affermato quale principale referenza partitica presso i movimenti sociali, principalmente nei settori che si identificavano nella Centrale Unica dei Lavoratori (CUT) e nel Movimento dei Lavoratori senza Terra (MST), due organizzazioni che sono pure state create a quell’epoca. Dopo le elezioni municipali del 1988, con la vittoria di Luiza Erundina per il municipio di São Paulo (e quella di Maria Luiza Fontenelle, già nel 1985, nel municipio di Fortaleza), il PT comincia a imboccare un cammino delicato, lungo il quale cercherà ormai di rendere i suoi obiettivi politici compatibili con i limiti dell’istituzione in vigore.

 

Con la disfatta di Lula di fronte a Collor nelle elezioni presidenziali del 1989 e l’ascesa del progetto neoliberale nel paese, i movimenti sociali entrano in una fase di resistenza contro la nuova egemonia che si esprime nella società, il che ha delle conseguenze importanti per la stessa costruzione del PT.

 

Passiamo oltre questa traiettoria petista [aggettivo formato su PT-ista] e sul periodo di controriforma dell’era FHC [Fernando Henrique Cardoso, presidente tra il 1995 e il 2003]. Il PT che arriva al governo federale nel 2003 è completamente diverso da quel che ci si potrebbe aspettare da un partito che si pretendeva – almeno nella sua fase di affermazione – difensore di una nuova etica nella pratica politica e favorevole a trasformazioni strutturali dell’economia e della società brasiliana.

 

Tutte le ragioni politiche storiche del PT sono state abbandonate e pervertite senza tante cerimonie in nome di quel che venne chiamata la governabilità. Sia che si trattasse della riforma agraria [il cui responsabile più che “difettoso” , nel primo governo Lula, fu Miguel Rossetto, aderente alla tendenza di Democrazia socialista del PT, corrente legata alla IV Internazionale; la sua entrata in governo è stata salutata favorevolmente da un dirigente storico di questa corrente: Livio Maitan – vedi a questo proposito Imprecor  No. 480, marzo aprile 2003 – red.], della riforma fiscale in favore del mondo del lavoro, della riforma urbana, della revisione delle privatizzazioni delittuose operate da FHC, per opera di Itamar Franco [il vicepresidente succeduto a Collor, dopo la sua destituzione, nel 1992, e che sarà presidente del Brasile dal dicembre 1992 al dicembre 1994] e di Collor, o del controllo democratico delle imprese statali, rispettivamente del cambiamento di modello economico tramite una nuova politica macroeconomica.

 

Per giustificare una metamorfosi di tale ampiezza, si è preteso che il rapporto di forze nella società non permetteva cambiamenti sostanziali sul piano politico e, ancora meno, nella gestione della politica economica. La politica di alleanze che ha portato Lula alla presidenza è stato un ulteriore argomento utilizzato per impedire la messa in atto di un programma di governo anche solo un minimo  riformista che permettesse di affrontare le controriforme di FHC.

 

In realtà, è all’interno del PT stesso che la correlazione delle forze si è alterata sostanzialmente. La subordinazione dell’insieme del partito – salvo onorevoli eccezioni – alle opzioni e alle preferenze di Lula è diventata la regola, visto l’innegabile carisma di costui, la sua popolarità e la sua capacità di essere dimostrativamente vicino ai più poveri, il che permette loro di identificarsi con le origini sociali dell’ex-metallurgico (venuto dal Nord-Est).

 

Per quel che concerne la politica delle alleanze, ho sentito io stesso dalla bocca del vicepresidente di Lula, José de Alencar, ammettere di non essere  mai stato consultato  – né informato in anticipo – delle ragioni che avevano portato le “punte” pitiste, Lula in testa, ad annunciare, su suolo nordamericano, la nomina di un dirigente internazionale della Bank of Boston, Henrique Meireles, alla presidenza della Banca Centrale del Brasile.

 

Un’altra spiegazione o giustificazione che pure si sente, particolarmente in settori in cui si ha ancora la civetteria di presentarsi come forze di sinistra che appoggiano i governi petisti, è che questi sarebbero “governi in seno ai quali esisterebbe il confronto tra opzioni contrapposte (“governos em disputa”, per riprendere letteralmente la formula brasiliana). Ci chiediamo: si afferma questo  per un’ingenuità spaventosa o per sfacciato opportunismo? La verità è che, se in un momento qualsiasi disputa c’è stata, allora è la sinistra che ha regolarmente perso. Oppure, come ama ricordare uno dei miei amici, l’unica disputa di una certa importanza che abbiamo potuto rilevare nell’ambito del governo Lula è stata quella tra il gruppo finanziario Bradesco e Itaù per la guida dell’assai lucrativo mercato bancario brasiliano (delle obbligazioni, tra altro), che nel periodo successivo al 2002 è stato  ancora più privilegiato che sotto l’era FHC.

 

Tutte queste considerazioni devono essere ricordate, poiché nella settimana stessa in cui il PT commemora un nuovo anno di esistenza, è stata confermata una nuova e non equivoca prova della sua totale e radicale svolta a destra. Mi riferisco all’inizio del processo di privatizzazione dei principali e più redditizi aeroporti brasiliani. Il trasferimento dei principali aeroporti del paese (servizio pubblico essenziale e fattore di sicurezza nazionale) alla gestione privata e della loro gestione opertiva a imprese straniere incarnano, una volta per tutte, la natura politica dei governi petisti successivi al 2002.

 

Più  patetico dell’azione di privatizzazione in sé, che evidentemente non è giustificabile, è lo sforzo fatto dai dirigenti e leader petisti per cercare di negare una qualsiasi rassomiglianza con le privatizzazioni dell’era FHC. Argomentando con il fatto che le concessioni non significano privatizzazioni, questi tristi figuri hanno permesso che ex-dirigenti tucani [socialdemocratici del partito di FHC] escano dall’ostracismo politico per spiegare che i servizi pubblici non potevano venir privatizzati come se fossero delle “Vale de Rio Doce” [dal nome della più grande impresa produttrice di minerale di ferro del Brasile, che è stata privatizzata, e che vede un importante sviluppo internazionale. Grazie a un dispositivo costituzionale, questi servizi devono essere svolti direttamente dallo stato o da concessioni accordate all’iniziativa privata tramite precisi contratti e per un tempo definito.]

 

Sembra che in quanto a privatizzazioni, i neo-petisti hanno ancora molto da imparare dai più marci  socialdemocratici. Da parte mia, spero che coloro che mantengono ancora un minimo di coerenza, tra quelli che si considerano ancora a sinistra e che continuano a rimanere prigionieri del PT e dei suoi governi, rompano definitivamente con questo partito e con l’attuale governo diretto da Dilma Roussef (che è stata scelta da Lula).

 

E`importante ricordare a quei settori che, dopo nove anni di governi diretti dal PT, le difficoltà nella costruzione un vero programma “democratico e popolare” che sia conforme alla vera essenza del PT sono pù complesse oggi che nel 2002.

 

Il processo di privatizzazione e di apertura della nostra economia ai capitali transnazionali è molto più intenso e si è radicato ben più profondamente nel paese. Abbiamo dunque molto più lavoro davanti a noi e i nostri avversari si sono nettamente rafforzati. L’economia brasiliana è oggi molto più denazionalizzata, lo Stato è molto più indebitato e i movimenti sociali sono molto più indeboliti a causa della cooptazione dei suoi dirigenti. Basta illusioni. E`ora di liberarsi dei fantasmi e delle mistificazioni.

 

*Paulho Passarinho è economista e presentatore del programma radiofonico Faixa Livre. Il suo articolo è stato pubblicato nel settimanale  Correio da Cidadania, in data 10 febbraio 2012 e tradotto in spagnolo da Correspondencia de Prensa.

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